4 aprile, 2017 da: Dina Matar, Al-Shabaka
http://zeitun.info/2017/04/04/pulizia-etnica-di-chi-lappropriazione-israeliana-della-narrazione-palestinese/
II primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sostenuto in un video postato sulla sua pagina Facebook che la richiesta palestinese di smantellare le colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) costituisce un atto di “pulizia etnica” contro i coloni ebrei israeliani. Il termine è stato usato in riferimento alle pratiche sioniste contro la popolazione palestinese immediatamente prima e durante la Nakba del 1948. Queste pratiche compresero la distruzione di oltre 500 villaggi palestinesi e l’espulsione di circa 730.000 palestinesi dalle loro case.
L’attribuzione da parte di Netanyahu del termine “pulizia etnica” alle richieste palestinesi è stato bollato da una personalità come il già segretario generale dell’ONU Ban ki-moon, che lo ha definito “inaccettabile e oltraggioso.” Eppure questa frase di Nethanyau, benché più provocatorio del solito, non è che l’ultimo esempio di una strategia israeliana di appropriazione di una narrazione della vittimizzazione per sollecitare l’appoggio dell’opinione pubblica e giustificare le azioni dello Stato di Israele a danno dei palestinesi.
Narrazioni della vittimizzazione nel loro contesto Fin dalla creazione di Israele, le narrazioni storiche che danno valore alla vittimizzazione ebraica rispetto alle vite ed ai diritti palestinesi sono state utilizzate ripetutamente dai politici israeliani (1). Il primo ministro Golda Meir, ad esempio, ha affermato che gli ebrei hanno un “complesso di Masada”, un “complesso del pogrom” e un “complesso di Hitler”, e l’ex primo ministro Menachem Begin ha tracciato un parallelo tra i palestinesi ed i nazisti. Lo storico israeliano Ilan Pappe, nel suo libro “L’idea di Israele”, sostiene che i dirigenti politici israeliani hanno costruito un’idea degli israeliani come vittime, un’auto-rappresentazione che impedisce loro di vedere la situazione dei palestinesi. Questo, afferma, ha impedito una soluzione politica al conflitto arabo-israeliano. Mentre il movimento internazionale di solidarietà in appoggio dei palestinesi è andato crescendo, ciò ha spinto i dirigenti, i manager, i portavoce israeliani ed i loro mezzi di comunicazione a concentrarsi su differenti strategie per mantenere il controllo sull’opinione pubblica occidentale. Queste includono l’uso di termini – come l’utilizzo da parte di Netanyahu di “pulizia etnica” – per fare riferimento a cittadini ebreo-israeliani come vittime di continue persecuzioni da parte dei palestinesi, con la consapevolezza che questi termini hanno specifici significati giuridici e, secondo le leggi internazionali, sono considerati crimini contro l’umanità. Il termine “pulizia etnica” non è stato mai utilizzato ufficialmente in Occidente riguardo alla Nakba, e ciò lo espone all’appropriazione da parte di Israele. Più o meno in contemporanea con l’affermazione di Netanyahu sulla pulizia etnica, il ministro degli Affari Esteri israeliano ha ri-postato un video sulla sua pagina Facebook, che era stato originariamente reso pubblico nel 2013. Il video, intitolato “Benvenuti nella patria del popolo ebraico”, è stato pubblicizzato come una breve storia degli ebrei. Segue le vicende di una coppia di ebrei, chiamati Giacobbe e Rachele, quando la loro patria (la “Terra di Israele”) viene invasa da vari gruppi, compresi gli assiri, i babilonesi, i greci, gli arabi, i crociati, l’impero britannico e, alla fine, i palestinesi. Ciò quindi suggerisce che gli ebrei sono sopravvissuti ad una serie di brutali invasioni, con i palestinesi come unici invasori rimasti. Il video ha provocato una dura reazione da parte degli attivisti palestinesi e di quelli che lavorano per i loro diritti, a causa del chiaro tentativo di riscrivere la storia del conflitto, inquadrando gli ebrei israeliani come vittime al posto dei palestinesi e con l’utilizzo di un linguaggio razzista e violento nella raffigurazione dei palestinesi. Il video di Netanyahu sulla pulizia etnica è l’ultimo di una serie di video ideati e prodotti da David Keyes, il portavoce di Netanyahu per i media esteri, nominato tale nel marzo 2016. Keyes è stato uno degli uomini chiave dell’incremento delle campagne di propaganda a favore di Israele sui social media. Dalla sua nomina, sono stati postati otto video con Netanyahu che affronta una vasta gamma di problemi. Tutti sono stati apprezzati dai suoi sostenitori in Israele e negli USA.
Contrastare la strategia retorica di Israele L’appropriazione del discorso sulla vittimizzazione da parte di Israele richiede un impegno più efficace da parte dei portavoce, delle élite politiche e degli attivisti palestinesi nella sfera pubblica per esporre la realtà delle azioni di Israele e sollecitare l’appoggio internazionale per la Palestina e per i palestinesi. Ciò non significa partecipare ad una futile battaglia su chi meriti di essere chiamato la vera vittima nel conflitto, ma costruire una campagna coordinata per confutare attraverso delle prove le pretese israeliane. Una simile campagna dovrebbe contestare la narrazione israeliana utilizzando immagini ed il linguaggio dei diritti umani internazionali che facciano appello all’opinione pubblica ed ai dirigenti occidentali. Dovrebbe sempre basarsi su prove, fatti e contesti, per respingere i tentativi di disinformazione ed iniziative di travisamento. La campagna dovrebbe anche addestrare la dirigenza politica e il personale diplomatico palestinesi nell’uso di un discorso politico rivolto ai palestinesi, su scala regionale ed internazionale, per garantire che il dibattito non legittimi il discorso sionista, per esempio, con l’uso involontario di metafore antisemite. I palestinesi che guidano la campagna e i gruppi della solidarietà internazionale devono utilizzare Twitter e altre reti sociali per confutare i media principali con la situazione reale della Palestina Occupata, rivolgendosi al contempo ai cittadini palestinesi di Israele e a quelli rifugiati ed esiliati, utilizzando il linguaggio dei diritti e delle leggi internazionali. Infine, la campagna dovrebbe impegnare professionisti dei media per formare palestinesi e gruppi di sostegno su come controbattere alle narrazioni e affermazioni propagandistiche, nonché su come utilizzare i mezzi di comunicazione digitale per raggiungere un pubblico globale. Solo con questi sforzi congiunti la strategia israeliana di appropriazione della narrazione palestinese può essere contestualizzata e quindi svelata come un discorso che intende mascherare la violenza del colonialismo di insediamento israeliano.
(1) basta vedere come i siti sionisti (United with Israel, World Israel News) comunicano le notizie, dove i Palestinesi sono immancabilmente indicati come terroristi e ogni forma di opposizione o critica è catalogata come azione anti-Israele (NdT)
Traduzione e sintesi di Claudio Lombardi