Beit Safafa contro la superstrada israeliana

L’Indro
28.06.2013

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La battaglia del quartiere di Gerusalemme Est
 

Beit Safafa contro la superstrada israeliana 

La Corte accoglie in parte la petizione del villaggio palestinese, diviso in due dalla nuova strada 

di Emma Mancini

Gerusalemme – Gli abitanti del quartiere palestinese di Beit Safafa, a Gerusalemme, non si sono arresi e mercoledì hanno ottenuto dalla Corte Suprema israeliana un mese in più per lottare contro la costruzione della superstrada che collegherà le colonie a Sud della Città Santa con Tel Aviv. Una battaglia legale che prosegue da mesi: a fine settembre il Comune di Gerusalemme aveva annunciato la ripresa di un progetto vecchio di vent’anni, la costruzione di una superstrada in mezzo alle terre e al villaggio di Beit Safafa. Il piano iniziale era stato redatto nel 1990 e aveva provocato l’immediata confisca di alcuni appezzamenti di terre palestinesi. Poi, oltre vent’anni di stallo fino al 2012, quando il Comune ha approvato in via definitiva il progetto.

      

 

 

Il piano prevede la costruzione di un serpente di cemento a sei corsie che taglierà a metà il quartiere di Beit Safafa: le case, la moschea, la scuola e i negozi saranno separati da un muro di cemento e dalla superstrada. Per raggiungere un lato o l’altro del villaggio, i residenti dovranno attraversare ponti e sottopassaggi, mentre il muro che li separerà dalla strada correrà a soli 25 metri dalle abitazioni. Non solo: ai residenti palestinesi non sarà possibile utilizzare la strada, riservata ai coloni degli insediamenti a Sud di Gerusalemme (Gilo e Gush Etzion) 

I lavori sono cominciati a dicembre. Da cui la decisione del villaggio di attivarsi per fermare il progetto: all’inizio dell’anno, con l’aiuto dell’avvocato Kais Nasser, la comunità ha presentato una petizione alla Corte Distrettuale di Gerusalemme. A febbraio la prima petizione è stata rigettata dal tribunale, che ha così dato l’ok alla costruzione della superstrada. 

Beit Safafa si è quindi rivolta direttamente alla Corte Suprema che due giorni fa ha emesso il suo verdetto: lo Stato di Israele deve trovare entro 30 giorni una soluzione alla questione. Il tribunale non ha imposto a Tel Aviv di fermare il progetto, ma il presidente della Corte, Asher Grunis, ha chiesto in forma non ufficiale di individuare una soluzione alternativa, pena la revoca dei permessi alla costruzione: “Presentate i documenti necessari senza proroghe. Altrimenti, ci sono alternative, capite cosa intendo”. Quello che la Corte chiede è di spiegare entro un mese come il Comune intende venire incontro alle preoccupazioni degli abitanti di Beit Safafa. 

E se la comunità palestinese festeggia per la sentenza, ritenendola una seria minaccia al progetto, anche il Comune di Gerusalemme pare averla presa bene: la decisione della Corte andrebbe intesa come il via libera alla superstrada. A muoversi era stato anche il noto scrittore israeliano, David Grossman, che aveva inviato una lettera al presidente Peres: “Chi, se non lei, può prendere una posizione? Si tratta di cittadini di Gerusalemme, gente della sua città. Sono i poveri della sua città perché nessuno li protegge, nessuno parla a loro favore. La prego, in un luogo in cui non c’è umanità, lei deve essere umano 

La storia di Beit Safafa ci viene raccontata da ‘Alaa Salman, portavoce del comitato popolare del villaggio: “Nel marzo 1990 cominciarono le confische delle terre. Rimanemmo sorpresi nel vedere i bulldozer del Comune distruggere le nostre terre, gli alberi, i pozzi, senza che nulla ci fosse stato comunicato. Alcuni ricevettero del denaro come rimborso e ci venne annunciata la costruzione della superstrada che avrebbe collegato le colonie a Sud con Gerusalemme e con la Begin Road, la autostrada per Tel Aviv”. 

Tre corsie per ogni direzione, 160 acri di terre di nostra proprietà confiscate, la costruzione di un muro alto otto metri lungo la superstrada – continua ‘Alaa – A ciò si aggiunge la terra che sarà presa per la costruzione di ponti che dovrebbero collegare le due parti del villaggio separate dalla strada. Ma non esistono piani reali per i ponti, non abbiamo mai visto una mappa chiara. Lavorano a random. E il 28 settembre 2012 sono iniziati i lavori. Due settimane prima funzionari comunali hanno fatto visita alle famiglie di Beit Safafa per negoziare le terre, ma senza proporre rimborsi: solo minacciando demolizioni e confische forzate”. 

Ma perché costruire una superstrada tanto imponente? “Vogliono permettere ai coloni israeliani di raggiungere facilmente Gerusalemme e Tel Aviv – prosegue ‘Alaa – È l’obiettivo della colonizzazione, sostituirci con i coloni. Già negli anni Novanta, parte delle terre di Beit Safafa sono state confiscate a favore della colonia di Gilo. Noi non ci arrendiamo: dal 2010 abbiamo iniziato a combattere contro il progetto. Abbiamo creato un comitato popolare, abbiamo incontrato il sindaco, gli ingegneri, i funzionari comunali e quelli del Ministero dei Trasporti; abbiamo presentato petizioni e organizzato manifestazioni pacifiche. Abbiamo anche pagato un architetto di Nazareth perché presentasse un progetto alternativo al Comune con cui evitare che distruggano la nostra comunità. Tre piani alternativi sono stati però rigettati”. 

Ci siamo rivolti alla Corte Suprema perché il Comune di Gerusalemme sta agendo illegalmente: non ha presentato un piano dettagliato come richiesto dalla legge, non permette l’accesso alla nuova strada a noi residenti e non ha proposto alternative alla comunità”. 

Resta da vedere cosa la Corte stabilità tra un mese. Il caso di Beit Safafa non è che l’ennesimo esempio di quello che gli esperti delle Nazioni Unite definiscono processo di 'giudaizzazione' della città. Ovvero, la riduzione della popolazione araba e l’incremento di quella ebraica. Un processo che opera sotto diverse forme: divieto di costruire, mancanza dei diritti di cittadinanza, assenza di servizi pubblici. Secondo dati pubblicati a maggio dalle Nazioni Unite in collaborazione con l’Association for Human Rights in Israel, il 79% dei 300mila residenti palestinesi nella Città Santa e l’82% dei minori palestinesi vive sotto la soglia di povertà.
Secondo l'Onu la ragione di tale condizione risiede nelle politiche intraprese dal governo israeliano: la costruzione del Muro di Separazione, la scarsa integrazione dell'economia palestinese, la separazione dalle terre agricole hanno provocato negli ultimi anni la perdita a Gerusalemme Est di 760 milioni di euro, sotto forma di crollo delle opportunità di lavoro e del settore commerciale.
 

Da una parte ad operare sono le discriminazioni nel riconoscimento del diritto di cittadinanza (i palestinesi della città non sono considerati cittadini israeliani, ma solo residenti) e dei servizi pubblici: pur pagando elevate tasse comunali, le famiglie arabe non godono di molti servizi, come la raccolta dei rifiuti e i mezzi pubblici, non possono costruire nuove abitazioni o strutture permanenti e si sono visti ridurre negli anni i finanziamenti agli ospedali locali. Infine, mancano le scuole: solo il 46% degli studenti palestinesi è in grado di frequentare gli istituti pubblici perché mancano le classi. 

Dall’altra parte il governo di Tel Aviv non fa che intensificare il processo di colonizzazione di Gerusalemme, costruendo nuove unità abitative negli insediamenti creati all’interno dei quartieri palestinesi o sulle terre di Gerusalemme Est. Ieri il Comune ha annunciato la costruzione di altri 69 appartamenti nella colonia di Har Homa, tra Betlemme e Gerusalemme, alla vigilia dell’arrivo del segretario di Stato americano Kerryche da tempo tenta di imporre a Tel Aviv il congelamento delle colonie per permettere la ripresa del negoziato di pace. 

Ma su Gerusalemme Israele non intende cedere di un metro: il governo sa che più terre riuscirà ad occupare, e maggiori punti a proprio favore potrà portare al tavolo del dialogo. Dopotutto, nonostante l’intera comunità internazionale definisca Gerusalemme 'città internazionale', Israele la considera capitale unica e unita dello Stato ebraico.