Israele ordina la demolizione di 8 villaggi palestinesi

Haaretz.com
23.07.2012
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/irael-orders-demolition-of-8-palestinian-villages-claims-need-for-idf-training-land.premium-1.453015

 

Israele ordina la demolizione di 8 villaggi palestinesi e sostiene che il terreno è necessario per le esercitazioni dell’IDF. 

Gli abitanti dei villaggi colpiti saranno spostati nella cittadina di Yatta e nei suoi dintorni; lo stato afferma, sulla base di indicazioni ottenute da informatori locali, che la maggior parte di questa gente possiede abitazioni permanenti in tale zona. 

di Amira Hass 

Domenica, lo stato ha riferito alla Corte Suprema di Giustizia che Il ministro della difesa, Ehud Barak, ha ordinato la demolizione di otto villaggi palestinesi sulle colline a sud di Hebron in quanto il territorio è necessario per le esercitazioni delle Forze di Difesa Israeliane.

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Gli abitanti dei villaggi colpiti saranno spostati nella cittadina di Yatta e nei suoi dintorni; lo stato afferma, sulla base di indicazioni ottenute da informatori locali, che la maggior parte di questa gente possiede abitazioni permanenti in tale zona. 

Quando l’IDF non farà esercitazioni – nei fine settimana e durante le festività ebraiche – e in altri due periodi nell’arco dell’anno di un mese ciascuno, lo stato autorizzerà gli abitanti a coltivare i loro campi e a pascolare le greggi. Barak ha deciso di stralciare quattro villaggi che si trovano nella parte più settentrionale della zona, anche se questo potrebbe ridurre le dimensioni dell’area per le esercitazioni e impedirebbe l’uso di fuoco vivo. 

I villaggi destinati alla demolizione sono i più grandi della regione: Majaz, Tabban, Ffai, Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jnba e Kharuba, che assommano un totale di 1.500 abitanti. Quelli che sono stati risparmiati sono Tuba, Mufaqara, Sarura e Megheir al-Abeid che hanno un totale di 300 abitanti.

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L’IDF e l’Amministrazione Civile li considerano tutti come abusivi nella Firing Zone 918, anche se preesistevano almeno fin dagli anni ’30 del diciannovesimo secolo. 

Gli ordini di evacuazione contro i 12 villaggi sono stati emessi nel 1999, ma sono stati congelati da un’ingiunzione emessa dalla Corte di Giustizia a seguito di due petizioni che sono state unificate: una presentata da parte dell’avvocato Shlomo Lecker e la seconda da parte dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, che, nell’insieme, rappresentavano circa 200 famiglie. Un tentativo per raggiungere un accordo sullo status di residenti nell’area, tramite un procedimento di mediazione, è fallito nel 2005. 

A questo punto, l’Amministrazione Civile ha dato l’avvio all’emissione di ordini di demolizione per le cisterne e i servizi igienici che erano stati aggiunti da diverse famiglie, sostenendo che tali aggiunte hanno violato lo status quo come stabilito dal giudice. Lo scorso aprile, dopo 12 anni di svariate udienze e rinvii, la Corte Suprema ha svolto una seduta preliminare riguardante le petizioni, con lo Stato che presenta domenica la sua posizione conclusiva. 

L’avvocato Hila Gurani, un procuratore aggiunto dello Stato di alto livello, in risposta alle petizioni, ha scritto che l’IDF si è trovata costretta a limitare le esercitazioni militari nella zona a causa delle persone che vi abitano e delle costruzioni illegali che vi si sono aggiunte. Per la stessa ragione, nella zona non ci sono state esercitazioni a fuoco vivo. 
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Inoltre, ha scritto Gurani, durante la seconda Intifada, l’attività operativa si è svolta a scapito dell’addestramento, ma la Seconda Guerra del Libano ha messo in evidenza i punti deboli che rendono impellente la necessità di avere zone per le esercitazioni e poligoni di tiro. Gurani ha fatto notare pure che c’era il rischio che gli abitanti delle zone usate come poligoni di tiro raccogliessero informazioni sulle tecniche dell’IDF, oppure che prendessero armi o attrezzature lasciate eventualmente dietro di sé dalle forze armate e le usassero a scopi di terrorismo. 

A proposito degli abitanti dei villaggi, l’ACRI e l’Associazione per i Diritti Umani B’Tselem, presentano la questione in modo diverso. Secondo loro, tutti i 12 villaggi costituivano lo sviluppo naturale di comunità primitive abitanti in caverne, che sono ampiamente rintracciabili nell’area. In alcuni dei villaggi, vi erano case di pietra non scolpita realizzate fin da prima del 1967.

Il collegamento con Yatta è naturale – e caratteristico di molte comunità satelliti che si sono sviluppate nel corso dei secoli nella Palestina storica. Per generazioni gli abitanti delle caverne erano contadini e pastori, che producevano latte e formaggio, e hanno conservato il loro modo di vita fino a oggi, pur integrandosi con Yatta come conseguenza delle esigenze attuali, come quella data dalla necessità di mandare i figli a scuola. 

Nei lontani anni ’70, l’IDF aveva dichiarato un’area di circa 30.000 dunam (7.500 acri) zona militare chiusa. Secondo la legge militare, in una zona militare chiusa sono autorizzati a restare solo i residenti permanenti. 

Fino al 1977, gli abitanti delle grotte hanno continuato a vivere nelle loro comunità indisturbati – il che, secondo i firmatari delle petizioni, è una prova evidente che al momento erano considerati residenti permanenti. Tuttavia, com’è accaduto in gran parte della West Bank che, in base agli Accordi di Oslo, era stata considerata Area C – sotto il controllo completo israeliano – le autorità israeliane non hanno permesso ai residenti di costruire altre strutture, comprese scuole o ambulatori, per adeguarle alla loro crescita naturale. Queste comunità non sono state inserite nei piani generali che sono stati approntati per la costruzione di colonie nell’area, e quindi fino a oggi questi villaggi non sono connessi al sistema stradale, al sistema idrico o alla rete elettrica. 

In agosto e nel novembre 1997, la maggior parte dei residenti della zona ha ricevuto ingiunzioni di sfratto dovute al “soggiorno illegale in zone adibite a poligoni di tiro”. Il 16 novembre 1999, le forze di sicurezza hanno sfrattato con la forza più di 700 residenti, e l’IDF ha demolito edifici, pozzi e confiscato proprietà, lasciando gli abitanti senza casa e senza mezzi di sussistenza. 

Come già detto, in risposta alle petizioni, la Corte Suprema ha emesso un provvedimento provvisorio, che autorizza i contadini a tornare temporaneamente nelle loro case. Tuttavia, dato che l’esercito aveva distrutto molti degli edifici, alla gran parte dei residenti non era rimasto alcun posto dove tornare. Inoltre, le forze di sicurezza hanno interpretato alla lettera il provvedimento cautelare, permettendo il rientro ai soli firmatari indicati per nome e negando l’accesso ai loro parenti. 

Di conseguenza, l’esame condotto dall’Amministrazione Civile, che viene citato nella risposta dello stato alla Corte di domenica, ha rilevato che nel 2000, “nella zona non vi erano residenti permanenti” e che tutti coloro che vi vivevano vi si trovavano solo su base stagionale. D’altra parte, l’Amministrazione Civile ha identificato la maggior parte dei firmatari come persone che vivono a, o attorno a Yatta, come riportato nella deposizione giurata di Raziel Goldstein, che è stato il coordinatore ispettivo dell’Amministrazione Civile nella regione. 

Nella sua attestazione giurata, Goldstein ha scritto pure che, “l’esame è stato condotto con l’aiuto di tre residenti locali, che hanno mostrato i nomi dei firmatari e le foto aeree di Yatta”. 

Lo stato sostiene, inoltre, che negli ultimi anni i residenti hanno violato ripetutamente lo status quo con l’ampliamento illegale delle strutture, aggiungendo che il numero delle persone che entrano nella zona sulla base del provvedimento cautelare è di gran lunga superiore al numero dei firmatari. 

“I firmatari delle petizioni non possono incrementare lo sviluppo di questo fenomeno illegale e pretendere ora di parlare di residenza permanente,” ha scritto lo stato. 

(tradotto da mariano mingarelli)