Financial Times
21.11.2010
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Le accuse di tortura nella West Bank sono in aumento.
di Tobias Buck
Gerusalemme – Questo mese i peggiori timori di Naiema Abu Ayyash sono stati confermati quando è riuscita, finalmente, a visitare suo marito nella prigione di Jericho.
Il 14 settembre, Badr Abu Ayyash, un agricoltore e politico locale della West Bank, era stato arrestato da un’unità del Servizio di Sicurezza Preventiva dell’Autorità Palestinese. A parte due brevi telefonate, all’apparenza controllate, alla famiglia venne negata qualsiasi possibilità di contatto con lui.
Shabeh
“Sembrava molto diverso,” ammise Naiema Abu Ayyash, madre di quattro bambini. “Non poteva camminare. Aveva difficoltà di respiro ed era magrissimo. Quando mi strinse la mano, mi accorsi che non aveva affatto forza.”
Lei non ha alcun dubbio che suo marito sia stato torturato. “Cominciai a gridare al funzionario; ‘Che gli state facendo?’” Le sue suppliche caddero nel vuoto. Dopo pochi e sbrigativi scambi di parole, suo marito venne ricondotto in cella.
Secondo ex-detenuti e attivisti che hanno familiarità con le prigioni palestinesi, la signora Abu Ayyash ha tutti i motivi per essere preoccupata. Essi affermano che i prigionieri affiliati con il movimento islamico di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, vengono picchiati regolarmente e privati di medicine e dei comfort di base come coperte e materassi.
Rivalità intestine.
Il partito laico di Fatah e il movimento islamico di Hamas rappresentano le due forze politiche più grandi e influenti del movimento nazionale palestinese.
Nel giugno 2007, gli uomini armati di Hamas, nella Striscia di Gaza hanno deposto l’Autorità Palestinese controllata da Fatah, lasciando a Mahmoud Abbas, leader di Fatah e presidente dell’Autorità Palestinese, il governo della sola West Bank.
Allo scopo di rinforzare il loro controllo nelle rispettive roccaforti, le due parti hanno dato l’avvio a una brutale repressione nei confronti dei rispettivi rivali.
Negli ultimi anni, funzionari di Fatah e di Hamas si sono incontrati ripetutamente per negoziare un accordo di riconciliazione, ma, fino ad ora, hanno fatto pochi progressi.
E’ evidente che un gran numero di detenuti vengono torturati durante l’interrogatorio. La più comune forma di violenza è conosciuta con il nome di Shabeh, durante la quale i prigionieri vengono ammanettati e legati in posizioni dolorose per lunghi periodi di tempo.
Accuse di torture e di abusi commessi da membri delle Forze di Sicurezza Palestinesi non sono nuove. C’è stato, tuttavia, un forte aumento dei casi segnalati, che ha portato Human Right Watch a segnalare nel mese scorso che “le notizie di torture da parte delle Forze di Sicurezza Palestinesi continuano a risultare numerose”. L’organizzazione di base New York si è lamentata pure per “l’impunità dilagante” dei funzionari presumibilmente coinvolti nelle violenze.
Molti analisti e osservatori temono che la vita nella West Bank stia assumendo un tono sempre più autoritario. “Mi sento realmente preoccupato che si stia giungendo al livello di uno stato di polizia,” afferma Shawan Tabarin, direttore di al-Haq, un gruppo per i diritti umani con sede a Ramallah.
Si tratta di una preoccupazione condivisa da Randa Siniora, direttrice della Commissione Palestinese Indipendente per i Diritti Umani, il difensore civico competente per l’esame delle denuncie contro i funzionari palestinesi. In ottobre, la sua commissione ha ricevuto più denuncie relative a torture compiute nella West Bank che in tutti i mesi passati fin dalla metà del 2009. “Siamo di fonte a una situazione molto cupa, “ ha dichiarato. “Ho paura che questo [problema della tortura e della violenza] diventerà sistematico.”
Gruppi come quello di al-Haq, che nel passato documentavano esclusivamente le violazioni dei diritti umani compiute dalle autorità israeliane, affermano di stare impiegando una quantità di tempo crescente su casi nei quali dei palestinesi esercitano violenze nei confronti di propri connazionali.
Il deterioramento è strettamente connesso a un giro di vite messo in atto nei confronti di attivisti islamici e loro simpatizzanti a seguito di un attacco mortale compiuto in agosto da uomini armati di Hamas contro coloni ebrei della West Bank. Nel tentativo di contrastare la rinnovata minaccia di Hamas e desiderosi di dimostrare che l’Autorità Palestinese è in grado di confrontarsi con il suo rivale in modo efficace, le unità del Servizio di Sicurezza Preventiva e l’Intelligence Generale dell’Autorità hanno catturato più di 700 persone sospette.
I gruppi per i diritti umani sostengono che quasi tutti sono stati arrestati senza alcun regolare mandato e sono stati incarcerati, contrariamente a quanto prevede il diritto palestinese, senza il consenso dei giudici civili o dei pubblici ministeri. Molti si sono visti negare l’accesso agli avvocati difensori e ai componenti della famiglia. In diverse dozzine di casi, compreso quello di Badr Abu Ayyash, la Corte Suprema di Giustizia palestinese ha ordinato l’immediato rilascio – solo che tale decisione è stata ignorata o raggirata dagli apparati di sicurezza.
Per i governi europei e del Nord America, il peggioramento della situazione relativa al rispetto dei diritti umani pone un dilemma politico spinoso. Molti di loro forniscono un sostegno finanziario sostanzioso all’Autorità Palestinese e in particolar modo al primo ministro Salam Fayyad, in quanto alleato indispensabile.
Gli Stati Uniti, per paura di una presa del potere nella West Bank da parte islamica, hanno fornito gran parte dell’addestramento per le forze di sicurezza di Fayyad.
Alcuni diplomatici occidentali affermano che le maniere dure innescheranno una reazione popolare che indebolirà la posizione dell’Autorità Palestinese. “Questa è una fonte di preoccupazione per noi,” dichiara un diplomatico europeo. Le violazioni dei diritti umani minacciano non solo “di danneggiare a lungo termine la legittimità e la credibilità dell’Autorità Palestinese”, ma sollevano questioni difficili per i donatori: “Se stiamo costruendo uno stato di polizia – in sostanza che cosa ci stiamo a fare qui?”
L’Autorità Palestinese respinge gran parte delle critiche come “esagerazioni”. Ghassan Khatib, direttore del centro governativo per l’informazione, ammette che ci sono stati dei casi isolati di abusi, ma contesta le cifre citate da Al-Haq e da altri. “Non sto cercando di dire che non ci sono delle violazioni, ”afferma Khatib. “ Ma esse rappresentano un’eccezione e non la norma. Vengono fatte in violazione agli ordini. E quando ci sono delle lamentele riteniamo che siano responsabili coloro che hanno compiuto le violazioni.”
I diplomatici e gli attivisti palestinesi sostengono che Fayyad e il suo governo sono intenzionati a porre fine alla violazione dei diritti umani. Il problema, secondo loro, è che il primo ministro non ha l’autorità per reprimere le due unità più controverse – l’Intelligence Generale e la Sicurezza Preventiva – che hanno stretti legami con il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas.
Molti sostengono che solo la pressione concertata degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, così come l’azione congiunta di Abbas e Fayyad, possono portare a un cambiamento duraturo. Ci sono stati alcuni segnali che i paesi donatori stanno cominciando a sollevare con maggiore forza preoccupazioni riguardo ai diritti umani.
Per Ahmad Salhab, qualsiasi cambiamento arriverà troppo tardi. L’ex-meccanico di 42 anni dice di essere stato torturato dai funzionari della sicurezza palestinese in due occasioni. L’applicazione ripetuta dello Shabeh durante l’incarcerazione avvenuta alla fine del 2008, lo ha lasciato con i dischi intervertebrali lacerati.

Il 19 settembre era stato arrestato nuovamente da funzionari della Sicurezza Preventiva e in seguito trasferito nella stessa prigione di Jericho di Badr Abu Ayyash. Salhab afferma di essere stato tenuto in isolamento, privo delle medicine delle quali aveva necessità per le violenze subite in precedenza, e di essere stato sottoposto nuovamente allo Shabeh. Le sue condizioni si deteriorarono a tal punto da non riuscire a camminare e neppure a stare in piedi.
“Dovevo mangiare stando sdraiato sulla schiena. Dovevo pregare sulla schiena e alla toilette mi dovevano portare gli altri prigionieri,” racconta.
Salhab è stato rilasciato il 16 ottobre, ma ha dovuto trascorrere 10 giorni all’ospedale di Hebron prima di essere in grado di ritornare a casa. Ora egli cammina con le stampelle e ha poca speranza di poter giungere a un totale ricupero.
“Non ho mai infranto la legge. Non ho mai aggredito nessuno,” dichiara. “Nel passato, nessuno avrebbe mai creduto che l’Autorità Palestinese potesse torturare il suo popolo. Mentre ora tutti sanno che non rispettano i diritti umani.”
(tradotto da mariano mingarelli)