“La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio". Nuovo report ONU di Francesca Albanese

Dalla repressione dei giornalisti palestinesi alle distorsioni dei media occidentali: ecco il “mediacidio” in Palestina. L’associazione Our Voice lancia un lavoro di ricerca sulla stampa italiana

14 Ottobre 2026  

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nel Territorio palestinese occupato, Francesca Albanese, ha pubblicato un nuovo rapporto dal titolo "La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio". Un documento che denuncia il ruolo dell'informazione nella distruzione del popolo palestinese, ricostruendo come la manipolazione della verità abbia contribuito a rendere possibili le atrocità commesse a Gaza e a ostacolare l'accertamento delle responsabilità.
Al centro dell'analisi c’è il "mediacidio", ovvero la distruzione sistematica della funzione pubblica dei media. Un processo che, secondo la Relatrice, non si limita alla censura o alla propaganda, ma coinvolge direttamente l'eliminazione dei testimoni, la costruzione delle narrazioni ufficiali e la responsabilità degli organi d'informazione internazionali.
Il rapporto individua tre meccanismi strettamente collegati. Il primo riguarda la persecuzione dei giornalisti palestinesi, colpiti attraverso uccisioni, mutilazioni, arresti arbitrari, torture e intimidazioni. A questo si aggiunge la sistematica accusa di essere “terroristi”, utilizzata per delegittimare chi documenta sul campo i crimini e le sofferenze della popolazione civile. Colpire i giornalisti significa infatti privare il mondo delle testimonianze dirette di quanto accade.
Il secondo meccanismo riguarda il sistema di controllo dell'informazione costruito in Israele, attraverso restrizioni all'accesso dei media, censura, campagne di propaganda e diffusione di messaggi di odio, incitamento al genocidio e negazione delle atrocità. Un apparato che, come si legge nel report, contribuisce a orientare la percezione pubblica degli eventi e a normalizzare la violenza.
Ma è il terzo elemento a chiamare direttamente in causa il giornalismo occidentale. Albanese esamina il comportamento delle principali testate internazionali e delle piattaforme digitali, evidenziando come la marginalizzazione delle testimonianze palestinesi e la riproduzione delle narrazioni israeliane abbiano favorito una rappresentazione profondamente asimmetrica della realtà.
Dalla selezione delle fonti al linguaggio utilizzato nei titoli e nei servizi, fino all'omissione del contesto storico e giuridico, il rapporto descrive pratiche capaci di attenuare le responsabilità di Israele, disumanizzare le vittime palestinesi e presentare come neutrali ricostruzioni che neutrali non sono.
Non si tratta, dunque, soltanto di raccontare male una “guerra”, come ancora molti si ostinano a chiamare, negando così il genocidio (che risponde ad una giurisprudenza ben precisa). Secondo l'analisi della Relatrice Speciale, queste dinamiche hanno contribuito a legittimare le atrocità, ostacolando la possibilità di riconoscerle, documentarle e perseguirle.
La relazione richiama inoltre la necessità di proteggere i giornalisti, garantire l'accesso indipendente a Gaza e conservare le testimonianze raccolte, anche in vista di futuri procedimenti giudiziari internazionali.
Un rapporto estremamente approfondito, che tuttavia lascia aperta una questione: il ruolo della stampa italiana. Il documento non dedica infatti un'analisi specifica ai principali organi d'informazione del nostro Paese. Una mancanza che, secondo quanto recentemente affermato dalla stessa Albanese, ospite del Movimento 5 Stelle al NOVA Forum di Milano, sarebbe legata alla scarsa rilevanza internazionale dei media italiani. Irrilevanza che, però, ovviamente non li rende meno complici delle distorsioni denunciate.
Per questa ragione, la redazione di ANTIMAFIADuemila ha deciso di rilanciare il lavoro di ricerca avviato dall'Associazione Our Voice: un'indagine approfondita sulla copertura mediatica italiana del genocidio tuttora in corso in Palestina cogliendo lo spunto lanciato proprio dalla Relatrice Special sul palco di NOVA.
L'obiettivo della ricerca - si legge nel form - è quello di analizzare articoli, telegiornali e programmi televisivi, individuando omissioni, manipolazioni linguistiche, asimmetrie nel trattamento delle fonti e diffusione di informazioni non adeguatamente verificate. Un lavoro di documentazione che porterà alla realizzazione di un dossier da sottoporre all'attenzione delle Nazioni Unite, chiedendo l'avvio di un'indagine sul ruolo e sulle responsabilità dei media italiani.
In effetti, sia le emittenti di proprietà privata che quelle pubbliche (come la Rai), sono tenute al rispetto dei Principi Guida delle Nazioni Unite (UNGPs) che rendono ogni tipo di impresa responsabile in tema di diritti umani. Tale responsabilità sorge quando l’azienda causa direttamente un danno, ma anche quando contribuisce a impatti negativi sui diritti umani, quando non previene né mitiga quelli connessi alle proprie attività, ai suoi prodotti, ai suoi servizi e ai suoi rapporti commerciali, oppure quando non esercita la dovuta diligenza in situazioni di conflitto. Ovviamente, questi principi si applicano con maggiore forza in capo agli Stati, per quanto riguarda le emittenti di loro proprietà o sotto il loro controllo.
Nel report viene spiegato, per esempio, come “un organo di informazione che adotti come fatti le affermazioni non verificate di una parte belligerante, una piattaforma che diffonda propaganda vietata o un’impresa che diffonda tali messaggi a titolo oneroso possono in tal modo contribuire a causare un danno. Le emittenti pubbliche possono inoltre far ricadere sugli Stati i propri obblighi”.
Dal punto di vista giuridico l’Italia può essere chiamata a rispondere per la violazione del Patto internazionale dei diritti civili e politici (ICCPR), ratificato nel 1978 e quindi pienamente vincolante per le nostre istituzioni. In particolare, l’articolo 19 tutela la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni, prevedendo “doveri e responsabilità speciali” al fine di garantirne il pieno esercizio, e poi ancora l’articolo 20, che vieta “qualsiasi propaganda a favore della guerra” e “qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza”.
Anche se il patto è vincolante solo per gli Stati, le responsabilità delle imprese private connesse ai Principi Guida delle Nazioni Unite (UNGPs) si estendono ai diritti sanciti dalla Carta internazionale dei diritti umani, compreso l’ICCPR.
A tutto ciò, si aggiungono le prescrizioni che arrivano dalla Corte internazionale di giustizia. In primo luogo, il Parere consultivo del 19 luglio 2024 ribadisce l’obbligo di non riconoscere l’occupazione israeliana come legittima, né di fornire aiuto o assistenza nel mantenimento di tale situazione illegittima. E tali obblighi, seppur rivolti agli Stati, si inseriscono in un quadro giuridico di cui devono tenere conto tutti i soggetti, anche privati.
Si aggiunge, inoltre, il procedimento in corso sul rischio di genocidio a Gaza, in cui la Corte ha previsto l’obbligo di prevenire e reprimere il crimine di genocidio, astenendosi dal contribuire a tali atti e adoperandosi con i mezzi a disposizione per far rispettare il diritto internazionale. E, in ultimo, i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale (anch’essa giuridicamente vincolante per l’Italia) nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della difesa Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi a Gaza.
Da questo punto di vista, quindi, il lavoro di ricerca sui comportamenti e sulla comunicazione diffusa dalle emittenti pubbliche e private del nostro Paese in questi ultimi anni di genocidio potrebbe acquisire un rilievo anche giuridico-penale.
Per questo motivo, invitiamo lettrici e lettori, ma anche colleghi giornalisti e giornaliste e operatori dei media, università, accademie e centri di ricerca, a contribuire a questa indagine segnalando articoli, servizi televisivi e contenuti social pubblicati da testate giornalistiche, emittenti televisive e gruppi editoriali che presentino possibili omissioni, distorsioni o manipolazioni nella copertura della Palestina; ma anche episodi di censura o autocensura interni alle redazioni (come l’adozione di linee editoriali che hanno imposto un certo tipo di linguaggio o narrazione), compilando il modulo disponibile al link che segue: clicca qui!
Le segnalazioni - si legge nel form - resteranno anonime. Per chi lo desidera potrà indicare il proprio nome o indirizzo email per essere ricontattato/a o per condividere maggiori informazioni.

Foto © Imagoeconomica

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