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Gli intellettuali palestinesi redigono una carta programmatica per la liberazione dal sionismo. Critiche ai collaborazionisti nelle proprie file
Di Mathias Dehne

Le condizioni che alimentano la resistenza: occupazione, espulsione, genocidio (Khan Yunis, 14 marzo 2026)
Il testo è già considerato una delle analisi più complete presentate nel contesto del genocidio perpetrato da Israele a Gaza e della progressiva annessione della Cisgiordania occupata: alla fine di febbraio il chirurgo Ghassan Abu Sitta, insieme ad altri intellettuali palestinesi come Salah Hammouri dell’ONG Addameer, ha pubblicato il documento programmatico «Per una Carta rivoluzionaria della liberazione totale». La Carta è disponibile dal 10 marzo sul sito web del quotidiano libanese di sinistra Al-Akhbar in traduzione inglese: https://en.al-akhbar.com/news/toward-a-revolutionary-charter-for-comprehensive-liberation1
“È giunto il momento di smettere di dare priorità all'approvazione dell'Occidente, di smettere di promuovere approcci conciliatori e di smettere di considerare obsoleta la strategia della resistenza. Dobbiamo invece schierarci al fianco delle masse nella loro lotta risoluta per la liberazione.”
Partendo dall’ammonimento del combattente della resistenza panafricana Amílcar Cabral, secondo cui in particolare gli intellettuali e le élite colte rappresentano un punto debole decisivo al centro delle rivoluzioni, Abu Sitta e i suoi colleghi presentano la loro analisi decoloniale-materialista della situazione palestinese.
Il fulcro della loro critica è che gli intellettuali arabi e palestinesi starebbero dalla parte dell’ordine. Avrebbero «scambiato le trincee della resistenza con i salotti del liberalismo e del neoliberismo». Definiscono il loro ritiro dalla lotta delle masse come «cosplay accademico». In questo modo avrebbero assecondato il «caos di sicurezza» dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che considera «una minaccia ogni arma al di fuori del controllo imperiale o sionista». La resistenza viene dichiarata morta e il popolo palestinese ridotto a «vittime passive». Questa strategia «rappresenta il conflitto come una questione di diritti umani che deve essere risolta attraverso i negoziati e presenta il disarmo e la capitolazione sotto le spoglie della “regolamentazione delle armi” come posizioni intellettuali». Il termine «apartheid» viene spesso utilizzato, ma il suo concetto viene compreso «nel migliore dei casi in modo superficiale». Si sottovaluta così la minaccia esistenziale che proviene dal colonialismo sionista dei coloni e la sua «struttura fondamentalmente genocida».
Per la Carta è centrale il concetto di «condizioni di resistenza». I «concetti di liberazione» e il «progetto nazionale» dovrebbero scaturire dagli spazi concreti e materiali della resistenza – i campi profughi, i villaggi, le prigioni, le trincee e i tunnel – e non da modelli di pensiero occidentali importati, modellati secondo le concezioni delle forze collaborazioniste e del nucleo coloniale. Si legge come un chiaro regolamento di conti con l’Autorità Palestinese e come un chiaro monito che la storia della resistenza di Gaza e della Cisgiordania debba plasmare le posizioni intellettuali e l’agenda politica.
Inoltre, Abu Sitta e i suoi colleghi chiedono una «strategia di allineamento di classe» e che gli accademici trasformino la loro conoscenza in «munizioni nelle mani della resistenza» e non si lascino «comprare» dai finanziamenti occidentali. Tutti coloro che continuano a fungere da «mediatori» o «agenti funzionali» del nucleo coloniale o collaborazionista devono essere boicottati – una «necessaria purificazione strutturale (…) in un progetto nazionale che è più grande di ogni singolo individuo».
Abu Sitta e i suoi coautori formulano infine una «alternativa culturale della resistenza», guidata da tre principi: in primo luogo l’ancoraggio della conoscenza nella realtà concreta; in secondo luogo l’abbandono del vocabolario coloniale, come il concetto di terrorismo, a favore della creazione di un linguaggio della resistenza; e in terzo luogo l’impatto della conoscenza a fianco della resistenza armata.
Quando nel 1968 fu redatto un documento analogo, la «Carta Nazionale Palestinese», questa era formulata in modo prevalentemente anticoloniale (rivolta contro il dominio coloniale). La pratica decoloniale (rivolta contro il pensiero coloniale) oggi diffusa si è sviluppata solo in seguito.
Con la loro Carta decoloniale, Abu Sitta e i coautori realizzano nei contenuti ciò che Cabral esortava: che la liberazione nazionale «precedeva la rivoluzione socialista, ma che era indispensabile preparare la successiva rivoluzione socialista fin dall’inizio della fase nazionale», come scrive di lui Walter Rodney.