Wikileaks e il Medio Oriente

 
La lezione di Wikileaks: nella diplomazia mediorientale inganni e raggiri sono la norma

Le recenti rivelazioni di Wikileaks, forniscono ulteriori conferme sulle divisioni regionali e attestano che nella diplomazia mediorientale raggiri e menzogne sono all’ordine del giorno – scrive il giornalista Tony Karon

L’ultima valanga di documenti diplomatici rivelati da WikiLeaks porta con sé la loro stessa smentita. Essa è nel titolo del comunicato 09DOHA728, inviato dall’ambasciata USA a Doha, la capitale del Qatar, con il seguente oggetto: IL PRIMO MINISTRO DEL QATAR SULL’IRAN:”LORO MENTONO A NOI; NOI MENTIAMO A LORO”. L’arte di nascondere i veri scopi e atteggiamenti fingendo di parlare francamente è vecchia quanto la diplomazia stessa, e difficilmente la si può limitare solo ai rapporti fra Iraniani e Qatarioti. Sarebbe molto ingenuo aspettarsi che lo stesso principio non si applichi alle conversazioni tra gli Stati Uniti ed i loro alleati in Medio Oriente.
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C’è poco di sorprendente nei documenti pubblicati finora, anche se essi sono molto imbarazzanti per molti alleati chiave degli Stati Uniti nella regione, se non altro perché rivelano cose che vengono tipicamente dette in privato. I primi titoli dei giornali relativi all’impatto dei documenti sul Medio Oriente si sono concentrati sulla rivelazione secondo cui alcuni importanti alleati arabi moderati degli Stati Uniti hanno esortato Washington a bombardare le strutture nucleari iraniane. Questa notizia sarà gioiosamente accolta da coloro che in Israele e negli Stati Uniti spingono per una simile azione, ma crea un forte imbarazzo per i regimi implicati. Dopotutto non è che i monarchi filoamericani della regione rispecchino le opinioni dei loro sudditi – al contrario, nel sondaggio di quest’anno dell’Università del Maryland sull’opinione pubblica araba, il 57% degli intervistati ha detto che l’ascesa dell’Iran a potenza nucleare avrebbe degli effetti positivi nella regione. Così, la rivelazione che i loro governi hanno spinto gli Stati Uniti a lanciare una terza guerra contro un paese musulmano metterà quei monarchi in difficoltà in patria, e possibilmente anche nei paesi vicini.

Non è una novità che ai fragili regimi arabi, i più minacciati dall’entusiasmo popolare per l’atteggiamento aggressivo dell’Iran, piacerebbe vedere Teheran “abbassare la cresta”. Ma è improbabile che questo cambi i calcoli statunitensi. Le motivazioni del Pentagono contro i bombardamenti, ripetute la scorsa settimana dal segretario alla Difesa Robert Gates, è che non arresterebbero il programma nucleare iraniano, ma lo ritarderebbero semplicemente di uno o due anni. E a parte il contraccolpo potenzialmente disastroso che metterebbe in serio pericolo gli interessi americani nell’intera regione, Gates argomenta che il bombardamento rafforzerebbe il regime di Teheran e lo spingerebbe ancor di più a costruire armi di deterrenza nucleare – una decisione che non ha ancora preso, secondo l’opinione dell’intelligence americana.

Essendosi spinti oltre i limiti della prudenza per convincere gli Stati Uniti a prendere una decisione che questi ultimi non danno segni di voler prendere, tali regimi potrebbero essere obbligati a distanziarsi da questa posizione tramite stravaganti dimostrazioni di riavvicinamento con l’Iran – il quale ha una notevole capacità di scombinare la loro stabilità e i loro interessi. Regimi deboli in aree difficili tendono sempre a tenere il piede in due staffe. Infatti, lo stesso giorno della pubblicazione dei documenti di WikiLeaks, il primo ministro libanese Saad Hariri, un protetto dei sauditi, era a Teheran ad esprimere il proprio appoggio ai diritti nucleari iraniani, ed a tentare di evitare uno scontro su un imminente rinvio a giudizio da parte dell’ONU  che, a quanto si dice, accuserebbe Hezbollah, movimento sostenuto dall’Iran, per l’omicidio del padre di Hariri, l’ex primo ministro Rafiq Hariri, avvenuto nel 2005.

Ma l’imbarazzo creato dalle ultime rivelazioni di WikiLeaks non si limita a quegli Stati arabi che hanno appoggiato un eventuale bombardamento dell’Iran. C’è una considerevole documentazione relativa alla competizione regionale fra il Qatar, i Sauditi e gli Egiziani quando si tratta di ricoprire il ruolo di mediatori nella regione: l’enfasi dei Qatarioti su un possibile riavvicinamento con l’Iran e con Hamas, per esempio, spinge alcuni dei loro rivali arabi a descriverli come burattini dell’Iran in conversazioni private con diplomatici americani. C’è anche la rivelazione, da parte di funzionari israeliani, che un certo numero di alleati americani nel Golfo sentono di essere talmente ignorati a Washington da aver cominciato a trasmettere messaggi tramite Israele, che invece gode notoriamente dell’attenzione degli Stati Uniti.

Ma qualsiasi sentore di intimità strategica tra Israele e i regimi arabi più conservatori viene smentito da quei comunicati che svelano come i rappresentanti israeliani abbiano sempre cercato di mettere in discussione la consegna di alcuni accessori inclusi nelle vendite di armi “made in USA” a quei regimi, palesando il loro sospetto che quelle armi possano un giorno essere usate contro Israele.

C’è imbarazzo a profusione per gli alleati arabi degli americani anche sulla questione del conflitto israelo-palestinese. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak confida ai rappresentanti americani, per esempio, che il suo governo si era consultato col presidente Mahmoud Abbas dell’Autorità Palestinese, e con il governo egiziano, prima dell’operazione Piombo Fuso (l’offensiva israeliana su Gaza dell’inverno 2008-2009 che ha provocato la morte di circa 1300 palestinesi). Abbas lunedì scorso ha negato tutto, anche se in sua difesa, e coerentemente con le dichiarazioni di Barak, avrebbe potuto dire di aver rifiutato la proposta israeliana di entrare a Gaza a bordo di un carro armato israeliano per ristabilirvi il proprio controllo – come del resto hanno fatto gli Egiziani. Inoltre, rappresentanti israeliani avvertono gli Stati Uniti che Abbas, con cui stanno cercando di negoziare, è così debole politicamente che probabilmente non resterà al potere oltre il 2011.

Anche Israele, talvolta, emerge in una luce poco lusinghiera nei comunicati, nei quali rappresentanti israeliani offrono ai diplomatici statunitensi un’interpretazione costantemente catastrofistica delle capacità nucleari iraniane. Nel 2005, per esempio, avvertirono che la Repubblica Islamica avrebbe raggiunto un “punto di non ritorno” nel proprio programma nucleare implementando il processo di arricchimento dell’uranio. (L’Iran ha notoriamente raggiunto questa tappa nel 2006).
Nella primavera del 2009, il primo ministro israeliano Benjamin Netanhyahu avvertì alcuni rappresentanti americani in visita che gli esperti israeliani ritenevano che l’Iran fosse a uno o due anni dall’acquisizione di armi nucleari, ma quella stessa estate il capo del Mossad Meir Dagan affermò invece che l’Iran sarebbe stato capace di produrre la sua prima arma atomica solo nel 2014.
Alcuni diplomatici statunitensi cominciarono a sospettare che il costante flusso di valutazioni catastrofistiche provenienti dai rappresentanti israeliani nelle riunioni con le loro controparti americane potesse avere un preciso scopo politico.

Un comunicato dall’ambasciata USA a Tel Aviv l’anno scorso, a proposito di un incontro tra funzionari del Pentagono e generali israeliani, includeva il seguente paragrafo: “Il Generale Baidatz sostiene che mancherebbe solo un anno perché l’Iran ottenga un’arma atomica, e due anni e mezzo perché abbia un arsenale di tre ordigni. Nel 2012 l’Iran sarebbe capace di costruire una bomba in poche settimane e un arsenale in sei mesi (COMMENTO: non è chiaro se gli Israeliani credano davvero a tutto ciò, o se stanno usando delle stime pessimistiche per suscitare un maggiore sentimento di urgenza da parte degli Stati Uniti)”.

Usare le proprie parole attentamente per produrre nell’interlocutore la risposta desiderata è, dopotutto, la lingua franca della diplomazia.

Tony Karon è un giornalista originario del Sudafrica e residente a New York; è senior editor della rivista americana Time, per la quale segue le questioni mediorientali