Israele è un brand tossico

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Il “buon nome di Israele” e l’incapacità di assunzione delle responsabilità di un genocidio

Lavinia Marchetti

nov 04, 2026

«Israel’s brand is toxic». Israele è un marchio tossico. Lo scrive oggi Haaretz nel suo editoriale. La direzione del giornale israeliano sembra prendere atto di una circostanza impensabile e inconcepibile prima del genocidio in atto. Ad esempio Donald Trump ha annunciato l’intenzione di interrompere entro dicembre gli aiuti militari annuali degli Stati Uniti a Israele, pari a circa 3,8 miliardi di dollari, benché l’accordo sottoscritto dall’amministrazione Obama ne preveda la prosecuzione fino al 2028. L’annuncio è arrivato ovviamente poco prima delle elezioni americane di metà mandato. Non è difficile capirne il motivo. Il sostegno a Israele, economico e ideologico che per decenni è stato considerato una credenziale politica pressoché obbligatoria a Washington, sta diventando un enorme inconveniente elettorale. Trump, che ha contribuito alla guerra contro l’Iran e che, a parole, continua a considerare Netanyahu un alleato fondamentale, ha scoperto che finanziare Israele può costare molti, moltissimi voti. E lo abbiamo visto alle elezioni. La guerra all’Iran è stata decisiva e di certo quella guerra non l’hanno voluta gli americani, né Trump.

Anche l’Europa, oltre al boicottaggio dei prodotti delle colonie, sta discutendo provvedimenti che potrebbero compromettere la partecipazione israeliana ai programmi di ricerca scientifica. Come? In modo indiretto. In modo tipicamente europeo, appunto. Mettendo clausole che richiamano il rispetto della Convenzione sul genocidio. Il timore di Haaretz riguarda dunque la progressiva perdita di affidabilità internazionale dello Stato ebraico, e l’editoriale si conclude con l’auspicio, devo dire piuttosto irritante e che non fa onore alle grandi firme (come quella di Gideon Levy) che vi scrivono sopra, che una nuova maggioranza possa finalmente allontanare Netanyahu, arrestando il deterioramento della reputazione nazionale. Trovo molto interessante questa preoccupazione per il buon nome di Israele. Non mi sembra che negli ultimi tre anni la sua classe dirigente se ne sia preoccupata. La stessa cittadinanza e pure il giornale hanno potuto toccare con mano quanto a lungo fosse possibile massacrare una popolazione, radere al suolo città, uccidere in tutti i modi possibili più di ventimila bambini e continuare, nonostante tutto, a essere ricevuti nei consessi internazionali come rispettabili interlocutori. Certo, all’ONU abbiamo visto alzarsi e andare via quasi tutti non appena Netanyahu prendeva la parola, ma il punto è un altro: Netanyahu era lì libero, nessuno lo ha arrestato anche se ha un mandato di cattura internazionale e poteva parlare all’ONU. Diritto non concesso alla popolazione sterminata di Gaza. Evidentemente il prestigio di uno Stato ha una resistenza estremamente superiore a quella degli esseri umani.

Il Brand Israele

Un brand appartiene all’economia simbolica della rappresentazione e in qualche modo vive della fiducia, della garanzia che riesce a suscitare. Il suo valore dipende da molte condizioni come la reputazione accumulata, la pubblicità che se ne fa e l’attitudine a orientare il giudizio altrui anche senza che il consumatore lo abbia approvato. Nell’esercizio del potere politico un brand dovrebbe consentire a uno Stato di beneficiare di un certo “credito morale”. Lo sentiamo tutti i giorni, no? «La più grande democrazia del Medio Oriente», «L’esercito più morale del mondo». Un brand, come un messaggio pubblicitario, ha permesso a Israele, fino al genocidio, di anticipare la valutazione delle sue condotte, anche attraverso il “credito morale” dell’Olocausto. Israele ha usufruito a lungo di questo privilegio, quasi 80 anni, lo ha fatto anche appropriandosi della memoria europea dello sterminio degli ebrei, trasformata dal sionismo in una legittimazione politica che avrebbe sempre garantito la sospensione del giudizio degli altri Stati. Del resto, se la sospensione del giudizio non c’era e non c’è, Israele può giocare la carta dell’antisemitismo. Così siamo arrivati al punto in cui il “debito morale” dell’Europa verso le vittime della Shoah è stato progressivamente confuso e sovrapposto a un obbligo di solidarietà verso le scelte dei governi israeliani che si sono susseguiti, fino a rendere possibile una delle più impressionanti inversioni di responsabilità e identificazione con il carnefice cui abbiamo assistito. Di fatto, per più di 70 anni abbiamo taciuto (anzi appoggiato) davanti a uno Stato che colonizzava un territorio, privava una popolazione della sua sovranità e ne determinava le condizioni materiali di esistenza e abbiamo visto che quello Stato continuava a presentarsi al mondo come il soggetto politico principalmente minacciato.

Per un po’ tutta l’Europa ha cercato di tenere il brand Israele ancora in piedi, difendendolo con ferocia, inventando leggi insensate, massacrando e arrestando le persone no-gen nelle piazze. Per un po’ l’Europa e anche buona parte degli ebrei europei ci hanno raccontato che in fondo i “cattivi” erano solo Netanyahu e i naziministri Ben-Gvir e Smotrich. Eppure, dopo Gaza, il problema della responsabilità e quindi del Brand riguarda anche la società israeliana e il consenso che continua ad accordare alle politiche di occupazione. Le elezioni del 27 ottobre hanno lasciato Netanyahu privo della maggioranza parlamentare, d’accordo, ma comunque in piedi. Una grossa fetta della società israeliana lo ha votato di nuovo, ed è comunque il primo partito d’Israele con 53 seggi contro i 48 dell’opposizione e i 19 conquistati dalle liste arabe. Molti hanno interpretato il risultato come una possibile occasione di rinnovamento politico. Vorrei capire in che cosa dovrebbe consistere questo rinnovamento, soprattutto osservando la difficoltà di una parte dell’opposizione ebraica ad accettare una maggioranza sostenuta dai rappresentanti palestinesi.

Gideon Levy, in un articolo pubblicato il 1° novembre, ha formulato una critica molto efficace già nel titolo: «La sinistra israeliana può convivere con il genocidio. Governare con gli arabi è un’altra questione». Insomma si può sostituire Netanyahu? Senza dubbio, ma con chi? Con un suo clone non corrotto in patria come Gadi Eisenkot. Per far finta di essere democratici non possono non ammettere il voto palestinese, anche se ci hanno provato in tutti i modi. Il voto arabo è ammesso all’interno del procedimento elettorale, ma nessuno voleva collaborarci e adesso gioco forza Eisenkot potrebbe dover ingoiare un boccone amaro. Per il Brand, solo per il Brand. È una concezione piuttosto curiosa della cittadinanza, dove si riconosce all’altro la facoltà di esprimersi, a patto che la sua volontà rimanga politicamente insignificante.

Che dire del Brand della “società civile (Sic) israeliana”?

Quanto alla società nel suo complesso, credo che sia venuto il momento di affrontare una questione che la consuetudine occidentale a considerare Israele una democrazia ci ha sempre impedito di affrontare. O meglio l’abbiamo affrontata nei circoletti accademici e nella stampa indipendente. Nel settembre 2026, un’indagine del Jewish People Policy Institute ha rilevato che il 72% degli israeliani ebrei intervistati respingeva categoricamente l’ipotesi di un ritiro militare completo fino al confine di Gaza, senza il mantenimento di una zona di sicurezza all’interno della Striscia. Il consenso all’occupazione integrale del territorio per diversi anni era intanto salito al 36%. Questi numeri ci parlano di quella società dove gli atti di violenza in Cisgiordania sono migliaia, le occupazioni sempre più diffuse e nella quale il sostegno alla permanenza militare su territorio palestinese rimane diffusissimo nonostante 3 anni di genocidio. Se fosse successo per mano di qualsiasi altro Stato cosa ne avremmo detto? Come sarebbe il suo Brand nel mondo? Per parlare della società israeliana dovremmo (e lo faremo) esaminare quale consenso abbia accompagnato le decisioni dello Stato e quali forme di opposizione siano sopravvissute. Dovremmo anche chiederci, ad esempio, quale disponibilità esista a riconoscere i palestinesi come titolari di diritti uguali e come esseri umani.

Il deterioramento dell’immagine internazionale di Israele ha una causa storica riconoscibile, ormai nota a tutti. Anche negli Stati Uniti, dove Israele ha potuto contare per decenni su una solidarietà politica pressoché trasversale, e in cui i finanziamenti diretti e indiretti in politica sono sempre stati determinanti nella formazione dei governi, qualcosa è cambiato. Nell’aprile 2026 il Pew Research Center rilevava che il 60% degli americani aveva un’opinione sfavorevole di Israele, contro il 42% del 2022. Gallup aveva già documentato, a febbraio, il progressivo avvicinamento delle simpatie americane verso i palestinesi, ormai espresse dal 41% degli intervistati, contro il 36% favorevole agli israeliani. L’antisemitismo non c’entra nulla, ma il genocidio sì. I mutamenti dell’opinione pubblica coincidono con l’esposizione prolungata alle immagini di Gaza e con la crescente contestazione degli aiuti militari americani.

Le elezioni americane del 3 novembre aggiungono a questo processo una conseguenza politica. Le indagini sugli elettori indicano quanto il conflitto abbia influito sul giudizio nei confronti dell’amministrazione. Il problema riguarda soprattutto l’intervento militare statunitense e israeliano e le conseguenze sui mercati energetici, che si sono poi riversate sui prezzi pagati dalle famiglie americane e hanno aggravato una situazione già segnata dall’inflazione. Alle vittime, sia gli USA sia Israele sono abituati. La guerra, come ampiamente prevedibile da tutti, tranne che dalla Casa Bianca, è tornata nelle case attraverso il costo del carburante e del riscaldamento. Sarebbe interessante fare uno studio su quante persone abbiano cominciato a considerare politicamente discutibile una guerra soltanto per le conseguenze sul proprio reddito, non voglio sbilanciarmi, ma credo che la percentuale sia elevata.

Il risultato elettorale negli USA, come prevedibile, segnala anche il crescente peso della questione israeliana nelle divisioni interne ai partiti americani. Questo è evidente in Michigan, dove Abdul El-Sayed, apertamente contrario al finanziamento militare di Israele e critico verso il genocidio a Gaza, ha conquistato un seggio al Senato dopo avere sconfitto alle primarie una candidatura sostenuta da investimenti elettorali vicini ai trenta milioni di dollari da parte di AIPAC e delle organizzazioni collegate. Ovviamente la sua vittoria fa parte di un processo di trasformazione politica che abbassa le quotazioni del Brand Israele, anche se l’economia farà comunque da padrona e, sulla politica estera, dopo 250 anni di guerre in tutto il mondo, non mi aspetterei grandi cose. Per quanto mi riguarda, sarei assai prudente nell’attribuire alla vittoria dei democratici il significato di una svolta morale della politica estera americana. L’accordo militare che Trump promette oggi di interrompere fu sottoscritto da Barack Obama, e l’amministrazione Biden continuò a sostenere Israele durante la devastazione di Gaza, fornendo aiuti militari anche dopo che le conseguenze delle operazioni israeliane erano divenute note all’opinione pubblica mondiale. La storia della politica estera statunitense conserva una continuità che attraversa amministrazioni di diverso orientamento, soprattutto quando sono in gioco interessi strategici consolidati. Del resto, lo stesso Trump ha presentato questa interruzione degli aiuti annuali come una decisione concordata con Netanyahu, e non significa certo un disimpegno militare.

La progressiva perdita di consenso di Israele, inevitabile nonostante le centinaia di milioni per l’Hasbara, rappresenta un primo segnale di cambiamento che comunque non andrà a incidere realmente sull’occupazione dei territori palestinesi. Una trasformazione della reputazione internazionale avrà valore se e solo se produrrà conseguenze concrete sulle condizioni imposte alla popolazione palestinese. Ho trovato importante l’editoriale di Haaretz perché la preoccupazione per la tossicità del marchio israeliano ci mostra quanto Israele sia una società ancora incapace di interrogarsi sulle proprie responsabilità. Nel caso israeliano, Netanyahu è solo la punta dell’iceberg e le responsabilità riguardano l’esistenza concreta di una popolazione alla quale è stata sottratta la possibilità di decidere del proprio destino, insieme alle conseguenze di una guerra che una commissione delle Nazioni Unite ha qualificato come genocidio. Sostituire Netanyahu potrebbe soddisfare le esigenze di scribacchini del potere che considerano ormai compromessa la rispettabilità internazionale del paese, ma non cambia la società israeliana. Una società che non sembra avere alcuna intenzione di rinunciare alle condizioni di superiorità politica e militare che hanno reso possibile l’occupazione, proseguita per decenni, fino al genocidio. Mi sembra una questione assai più impegnativa della scelta di un nuovo primo ministro.

Israele è diventato un brand tossico, dunque. Mi pare il minimo. Mi domando solo, dopo tutto quello che abbiamo visto, perché dovrebbe interessarci il destino del Brand di Israele?