Nella foto: villaggio di Aita Ash-Shaab. Un video, pubblicato sull’account privato di un soldato il 23 ottobre 2025, mostrava truppe che saltavano e cantavano in ebraico “Che il vostro villaggio bruci”, mentre escavatori radevano al suolo gli edifici.
La disumanizzazione per non pensare alla atrocità di cui si è responsabili
Lavinia Marchetti,19 agosto 2026 https://laviniamarchetti.substack.com/p/l-esercito-piu-morale-del-mondo-a Potrei parlare dei numeri scritti con il pennarello sulla fronte e sulle braccia dei palestinesi fermati a Qabatiya. L’esercito israeliano ha ammesso l’accaduto, sono abituati a negare ogni nefandezza, ma sarebbe stato difficile dire che era stata Hamas a farla. Ci hanno tenuto a farci sapere che i comandanti avevano impartito disposizioni affinché simili episodi venissero evitati. Una spiegazione ormai rituale, un loop, valida fino alla volta successiva. Sappiamo bene che ad Auschwitz si tatuavano i numeri sul braccio, a Qabatiya basta un pennarello che è anche più facile da cancellare se poi in futuro si dovessero occultare le prove di un genocidio. Il problema è che oggi esiste internet e le prove non mancano, semmai sono troppe. Le epoche e i mezzi divergono sempre, ma il nucleo simbolico che caratterizza il “male” ha più o meno i soliti rituali. Il nome, nella disumanizzazione dell’altro è sempre la prima cosa che viene cancellata.
Eppure io, nel video della “normalizzazione” ho scorto ancora più disumanizzazione del numero scritto in fronte con il pennarello. In questo video vedo la quotidianità del male e meno la sua eccezionalità. Vediamo un soldato delle IDF che siede dentro la casa di una famiglia libanese costretta a fuggire, o peggio (non lo sappiamo). Tiene il fucile sulle gambe e si rivolge alla telecamera con il fare allegro di un qualsiasi influencer gastronomico. «Benvenuti a Lunch on the Go», esordisce. Prende la salsa piccante, aggiunge quella barbecue, «molto importante per dare dolcezza». Mostra il ripieno chiamandolo «la nostra proteina», arrotola il pane e sceglie la porzione migliore. Poi assaggia: «Un morso, tutti conoscono le regole». Il verdetto conclusivo è soddisfatto. «Il sapore sta venendo fuori. Bellissimo». Sul post comparso qualche mese fa, mentre Israele stava occupando il sud del Libano, costringendo più di un milione di libanesi a fuggire dalle proprie case, il soldato che aveva girato il video aveva scritto: «Il cibo dell’esercito è migliore se servito con un contorno di donazione civile», seguito dall’emoji che ride. So che cito spesso Albert Bandura, ma la sua teorizzazione sulla disumanizzazione è quella che spiega meglio ciò che stiamo vedendo ogni giorno. Lui chiamava questo processo disimpegno morale. Per agire senza avvertire colpa occorre separare il gesto dalle sue conseguenze e il lessico compie gran parte del lavoro, questo l’esercito lo sa bene. Così l’appropriazione, la dissacrazione, ci viene mostrata ironicamente come dono. Se la violenza ha già espulso quelle persone dalla loro abitazione, il linguaggio (e la brutale ironia) viene in soccorso e le espelle anche dalla coscienza di chi vi entra. La telecamera ci mette qualcosa in più e completa l’opera. Il soldato cerca un pubblico disposto a godere con lui della sua sicurezza, cerca consenso e lo troverà nella società israeliana. Mentre noi percepiamo l’orrore, loro godono dell’abuso e godono di quella spavalderia derivata dalla battuta e dal piccolo spettacolo culinario.
L’occupazione e lo sterminio acquistano così la leggerezza di un reel. Chi guarda è invitato a tenere assieme due dimensioni: da un lato dimenticare che quel tavolo apparteneva a qualcuno e che persino la salsa aveva una storia precedente all’arrivo degli uomini armati, dall’altro tenerlo a mente e pensare simbolicamente alla conquista. La disumanizzazione richiede esattamente questo: la scomparsa mentale dell’altro mentre le sue cose restano disponibili. Se siete mai stati a visitare un campo di concentramento avrete senz’altro notato la maniacalità nel disporre le cose dello sterminato. Le scarpe, i vestiti. Si cancella l’umano e si tengono o si usano le sue cose, perché l’altro non esiste e ogni sua cosa è “cosa nostra”. Lui non meritava di esistere. L’odio aperto è quasi superfluo. Basta l’assenza di curiosità per la vita che precedeva l’irruzione.
Levinas legava l’etica al volto, alla presenza dell’altro che impedisce di ridurlo a oggetto. A Qabatiya il volto viene usato come mera superficie liscia su cui scrivere un numero. Nella casa libanese il volto dei proprietari è stato rimosso dalla scena e i loro beni sopravvivono solo come ingredienti o roba da distruggere. Possono sembrare cose separate, ma sono due passaggi dello stesso pensiero coloniale. Il vivente viene declassificato dall’umano e ciò che possiede passa, come naturalizzazione, nelle mani del vincitore che si permette anche il dileggio.