Un giornalista consegnò la Cisgiordania ai coloni

Un giornalista consegnò la Cisgiordania ai coloni

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Michele Giorgio
Può un semplice giornalista e poeta che si proclamava sionista di sinistra aver impresso la svolta decisiva alla colonizzazione israeliana della Cisgiordania occupata nel 1967? Ebbene sì.

Haim Gouri una notte dell’inverno del 1975 si offrì di mediare in una controversia tra il governo Rabin e i primi coloni del movimento Gush Emunim che insistevano per insediarsi a Sebastia in Samaria, ossia il centro-nord della Cisgiordania. Lui stesso l’ha raccontato a Gershon Gorenberg nel libro «Occupied Territories: The Untold Story of Israel’s Settlements» non mostrando un particolare pentimento. Prima di raccontare quella mediazione «fatale», occorre precisare che, in effetti, a Hebron già nel 1968 il governo israeliano aveva consentito l’insediamento di un piccolo gruppo di ebrei guidati dal rabbino dell’ultradestra Moshe Levinger. Ma fu sulle colline della Cisgiordania centrale dove si consumò il confronto destinato a consegnare ai coloni le chiavi dei Territori palestinesi occupati

.Dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967, i governi laburisti misero da parte nel giro di qualche mese l’idea di una «restituzione in cambio della pace» dei Territori palestinesi occupati («amministrati» secondo una astuta definizione coniata dall’avvocato delle Forze armate, Meir Shamgar), ma non avevano in progetto una colonizzazione capillare religiosa del cuore della Cisgiordania. Cambiò tutto l’ingresso sulla scena del Gush Emunim, il Blocco dei Fedeli, fondato ufficialmente nel febbraio 1974 dai discepoli del rabbino e ideologo (assieme al padre Avraham) del sionismo religioso Zvi Yehuda Kook. Il Gush Emunim sosteneva che la conquista della «Giudea e Samaria», la Cisgiordania, fosse frutto di un disegno divino. Pertanto, nessun ebreo aveva il diritto di rinunciare alla biblica Eretz Israel (Terra di Israele).Per dimostrare che quella visione poteva imporsi, il Gush Emunim cercò di dare vita a un insediamento sulle rovine della stazione di epoca ottomana della cittadina palestinese di Sebastia, nota per il suo importante sito archeologico.

Tra il 1974 e il dicembre 1975 il movimento organizzò otto tentativi consecutivi di costruire la colonia a Sebastia. Ogni volta l’esercito sgomberava di suoi attivisti che, però, furono in grado di innescare una mobilitazione nazionale, sostenuta apertamente dai futuri premier di destra Menachem Begin e Ariel Sharon. La tensione si acuì con il confronto tra il primo ministro Yitzhak Rabin, convinto che le colonie avrebbero distrutto le possibilità di un negoziato con gli arabi, e il ministro della Difesa Shimon Peres, che non voleva lo scontro frontale con migliaia di coloni.

Qui entra in scena il giornalista Haim Gouri. Era arrivato a Sebastia come cronista e rimase sconvolto vedendo soldati israeliani trascinare via con la forza famiglie ebree. Si offrì come mediatore tra i dirigenti del Gush Emunim e il governo. Fu proprio Gouri a suggerire il compromesso destinato a entrare nella storia: trasferire «temporaneamente» i coloni nella vicina base militare di Kadum invece di sgomberarli definitivamente da Sebastia. Peres fece propria la proposta, Rabin finì per accettarla. I coloni inizialmente si mostrarono delusi, poi festeggiatono Da quella vicenda nacque il «modello Sebastia», riprodotto decine di volte negli anni successivi e destinato a modificare in maniera irreversibile la geografia politica della Cisgiordania palestinese. I 30 coloni indicati da Gouri divennero trenta famiglie e la misura «provvisoria» si trasformò nel precedente che aprì la strada alla fondazione della colonia di Kedumim e, poco dopo, sui terreni confiscati di due villaggi palestinesi, di Elon Moreh, la più amata dai leader del Gush Emunim perché sarebbe il luogo in cui, secondo la tradizione biblica, Dio disse ad Abramo: «Alla tua discendenza darò questa terra».

Con la storica vittoria elettorale del Likud di Menachem Begin nel 1977 – la prima volta al potere della destra dal 1948 – la colonizzazione divenne un progetto nazionale e il distretto di Nablus il cuore dell’ala più radicale dei coloni pronti alla «Redenzione di Eretz Israel» e a imporre anche con la violenza la loro volontà sugli «arabi», ossia i palestinesi. Al collegio rabbinico Od Yosef Chai di Yitzhar è stata concepita la cosiddetta strategia del «price tag», gli attacchi di rappresaglia contro villaggi palestinesi.

Non pochi giovani di Yitzhar hanno dato vita agli avamposti più pericolosi della Cisgiordania. Due rabbini di Yitzhar, Yosef Elitzur e Yitzhar Shapira, noti per le loro posizioni radicali sul rapporto tra ebrei e non ebrei. Dalla colonia di Itamar e dagli avamposti circostanti provengono parecchi «giovani della colline» coinvolti negli ultimi anni in ripetuti attacchi contro villaggi e comunità palestinesi. Kedumim resta la simbolica culla del Gush Emunim. Un ruolo di primo piano è stato assunto da Daniella Weiss, già sindaca di Kedumim e ora leader del movimento Nachala che qualche giorno fa ha organizzato la marcia verso Gaza di migliaia di coloni.

Nel 2003 Haim Gouri scrisse su Haaretz del compromesso che propose quella sera del 1975. «Arrivai a casa tardi quella notte e chiamai (l’ex ministro) Yisrael Galili. Gli raccontai l’accaduto. Si arrabbiò e disse: Chi ti ha chiesto di immischiarti?».