«Non abbandonateci ora»: migliaia al vertice di pace a Tel Aviv

Un concerto con l'icona pop Dana International ha concluso una giornata di discussioni. Foto di Rachel Fink

Appello agli americani (1)per un aiuto ad un movimento determinato a cambiare il corso del Paese dopo tre anni di guerra, affermano i leader.

Rachel Fink, 30 aprile 2026, https://forward.com/news/822163/israel-peace-summit-tel-aviv/?utm_source=Mailchimp&utm_medium=email&utm_campaign=saturdayedition_20260501&utm_source=The+Forward+Association&utm_campaign=eb80bd3371-EMAIL_CAMPAIGN_2025_08_11_08_28_COPY_01&utm_medium=email&utm_term=0_-b9836c9115-288525375

TEL AVIV, ISRAELE — Giovedì mattina, 30 aprile, in una luminosa e soleggiata giornata, durante una rara pausa nella guerra su più fronti in cui Israele è intrappolata da quasi tre anni, tra proteste, funerali e il costante susseguirsi di violenze e traumi , qualcosa di decisamente più promettente è avvenuto. In uno dei più grandi centri congressi della città, migliaia di persone hanno partecipato al terzo Vertice annuale per la Pace dei Popoli, con lo slogan "Deve essere. Può essere. Sarà". L'evento è stato organizzato dalla coalizione It's Time, una partnership di oltre 80 organizzazioni di base impegnate nella costruzione della pace e nella creazione di una società condivisa. Giovani attivisti con indosso magliette che rappresentavano le loro diverse cause si sono affiancati a partecipanti più anziani, alcuni con la kippah, altri con l'hijab. Diplomatici in abiti formali si muovevano tra la folla, così come la manciata di politici israeliani ancora pubblicamente schierati con il fronte pacifista: volti familiari in un panorama politico in cui le loro fila si sono notevolmente assottigliate. Fuori dall'arena principale, l'ebraico si mescolava all'arabo e all'inglese mentre i partecipanti passeggiavano tra installazioni artistiche e una mostra dei lavori ed iniziative di It's Time. Mentre le edizioni precedenti si erano svolte nel pieno della guerra, con ostaggi ancora prigionieri e Gaza in corso di devastazione, il vertice di quest'anno si è tenuto durante una fragile tregua nei combattimenti. I precari cessate il fuoco con Hamas, Hezbollah e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno permesso, seppur brevemente, di andare oltre le questioni di sopravvivenza immediata. I relatori hanno affrontato temi come la violenza dei coloni in Cisgiordania, le imminenti elezioni, l'immensa sfida della ricostruzione di Gaza e la questione più ampia di come far uscire Israele e Palestina dal loro stato di conflitto perenne. Nelle sale gremite, il tono era al contempo pragmatico, sobrio e pieno di speranza.

Alla conclusione le migliaia di partecipanti hanno partecipato ad una serata di discorsi toccanti e vivaci esibizioni musicali. Quando l'icona pop israeliana Dana International è salita sul palco con un celebre inno alla pace, la folla si è alzata in piedi, abbracciandosi e cantando a squarciagola le parole della canzone. Nonostante l'atmosfera gioiosa, l'evento – e la coalizione che lo ha promosso – non è esente da critiche. Alcune critiche sembrano essere state recepite: il programma di quest'anno si è concentrato maggiormente su politica, strategia e sulla dura realtà della guerra rispetto alle edizioni precedenti. Altre questioni rimangono irrisolte. La partecipazione palestinese, pur presente, è stata comunque notevolmente limitata, un fatto che gli organizzatori attribuiscono in gran parte alle restrizioni alla libertà di movimento imposte dal governo, piuttosto che a una mancanza di interesse. Resta comunque da vedere se un movimento della società civile come questo riuscirà a tradurre speranza e ottimismo in un cambiamento politico concreto.

Questa tensione tra aspirazione e realtà si estende ben oltre Israele. Negli Stati Uniti, il sostegno a Israele, in particolare tra i giovani ebrei americani, sta diminuendo. Un sondaggio del Pew Research Center del 2024 ha rilevato che meno della metà degli ebrei americani sotto i 30 anni afferma di sentirsi "molto legata" a Israele, mentre un sondaggio della JFNA (Jewish Federation of North America) pubblicato nel febbraio 2026 ha mostrato che solo il 37% di tutti gli ebrei americani si identifica come sionista. Entrambi i dati rappresentano un netto calo rispetto alle generazioni più anziane. Per Shira Ben Sasson, direttrice per Israele del New Israel Fund(2), è proprio il fronte pacifista che potrebbe detenere la risposta a questa crescente disillusione. Se lo Stato stesso non riflette più i valori che un tempo erano alla base del legame di molti ebrei americani con Israele, suggerisce, forse il loro partner più naturale è la piccola ma determinata coalizione di israeliani che lavora per cambiarlo. "Capisco quanto sia difficile essere un ebreo che si abbia a cuore Israele in questo momento", ha dichiarato al Forward all'inizio della conferenza, che il New Israel Fund ha contribuito a sostenere e coordinare. «Le persone sono in difficoltà di fronte a ciò che vedono: al modo in cui Israele si sta comportando, alle sue politiche. Stanno assistendo alla scomparsa di quel sistema di valori che un tempo le legava così fortemente allo Stato ebraico». La sua risposta è al contempo rassicurante e volta a reindirizzare l'attenzione. «Grazie per il vostro continuo interesse», ha detto. «Ma ricordate: il governo israeliano non è vostro partner. Lo siamo noi. La società civile pro-democrazia è vostra partner. Noi che lottiamo per l'uguaglianza qui, per i diritti degli ebrei non israeliani e per i diritti degli israeliani non ebrei, siamo vostri partner. È qui che quei valori condivisi continuano a vivere».

Se questo messaggio risulta estraneo a chi vive nella diaspora, Ben Sasson suggerisce che la ragione principale risiede nella scarsa visibilità. "Noi, il fronte pacifista israeliano, dobbiamo essere presenti in molti più luoghi di quanti lo siamo ora", ha affermato. "Dobbiamo far sapere a tutti che, pur non essendo la maggioranza qui, non solo stiamo crescendo numericamente, ma stiamo anche ampliando la nostra diversità". Ha citato come esempio il crescente numero di ebrei ortodossi, come lei, che aderiscono al movimento. Ben Sasson ha inoltre sottolineato che, come in ogni solida collaborazione, il rapporto deve essere reciproco. Gli attivisti pacifisti israeliani, ha detto, devono rendersi più visibili agli ebrei americani. Ma anche gli ebrei americani devono essere disposti ad aprire gli occhi. "La comunità ebraica tradizionale deve mettersi in discussione", ha affermato. "Deve essere in grado di esprimere la propria preoccupazione per la democrazia israeliana, per la violenza nei territori occupati. E deve essere disposta a impegnarsi in un dialogo onesto sulla pace". È meno preoccupata di raggiungere le persone il cui sostegno a Israele è ondivago , molte delle quali, si identificheranno con le istituzioni ebraiche che da tempo plasmano il coinvolgimento degli ebrei americani con Israele. Queste istituzioni, ha affermato, sono state lente ad aprirsi a questo tipo di messaggio. Foto di Rachel Fink "Credo ci sia paura", ha spiegato Ben Sasson. "La parola 'pace' è arrivata a suonare politica. E una volta che qualcosa viene etichettato come politico, queste istituzioni tradizionali non vogliono averci niente a che fare". Ma questa reticenza, ha avvertito, ha un costo. "Non possono permettersi di rimanere ancorate alla solita, stantia percezione di Israele", ha sostenuto. "Se non si è disposti a parlare dei problemi reali che gli israeliani affrontano, semplicemente non si sarà più rilevanti, soprattutto per i giovani delle comunità". "Non abbiate paura delle controversie", ha aggiunto. «Non abbiate paura di invitare un arabo e un ebreo al vostro evento, anche se potrebbero esserci divergenze di opinione. Va bene così. La lotta e il confronto sono parte integrante della nostra identità». Sebbene Ben Sasson sostenga che esista una massa critica di persone desiderose di un modo alternativo di relazionarsi con Israele, la questione della fattibilità rimane aperta; la stessa domanda che si pone per il movimento pacifista in Israele: la sua crescente visibilità riflette un reale slancio politico, o è semplicemente troppo tardi per invertire la rotta? A coloro che sono pronti ad andarsene via da Israele, Ben Sasson fa notare che il Paese rischierebbe di perdere non solo il loro sostegno, ma anche i valori e le tradizioni organizzative che gli ebrei americani hanno a lungo portato in questa relazione. «Ci avete aiutato a realizzare così tante cose in Israele per decenni», ha affermato. «Ci avete aiutato a creare uno Stato. E ora abbiamo bisogno di un diverso tipo di sostegno. I valori ebraici che offrite – il concetto di tikkun olam, che non è al centro dell'ebraismo israeliano ma lo è per l'ebraismo americano – questo è il sostegno che potete offrirci ora». Il suo appello finale è stato semplice. "Non abbandonate Israele", ha detto Ben Sasson. "Ci sono state tante volte in cui le cose sembravano insormontabili e voi non avete rinunciato a noi. Non abbandonateci ora."

(1) Si noti che l'appello non è rivolto agli ebrei della diaspora in Europa, nei confronti dei quali c'è evidentemente poca fiducia, NdR

(2) Il New Israel Fund è di riferimento per la società civile progressista e i movimenti che lottano per i diritti, la dignità e la sicurezza di tutti gli israeliani e i palestinesi.

Rachel Fink è una giornalista di Tel Aviv che si occupa di Israele e del mondo ebraico. I suoi articoli sono apparsi su Haaretz, The Times of Israel, The Jerusalem Report e Kveller.

Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese