Dopo intensi bombardamenti e ordini di evacuazione, Israele si prepara a invadere il paesevicino. La storia si ripete
Mohammad Mansour, Al Jazeera, Qatar
Internazionale 1657 | 20 marzo 2026
Tra il fumo che sale da Dahiyeh,
alla periferia meridionale di
Beirut, gli ordini di evacuazione
dell’esercito israeliano riecheggiano
nei quartieri che si svuotano
rapidamente.
Gli avvertimenti, accompagnati dai
bombardamenti sulla capitale e su altre
parti del Libano meridionale, sono in netto
contrasto con la proposta diplomatica
avanzata dalla Francia per fermare l’ultima
guerra di Israele contro il vicino settentrionale.

IDF al confine con il Libano
Tuttavia, secondo alcuni
analisti, l’apparente dissonanza tra le
azioni israeliane ed eventuali negoziati in
realtà riflette la nuova situazione sul
campo creata da Israele: occupare territori
in Libano per assicurarsi un vantaggio
negoziale.
Il costo umano della guerra è sconcertante.
Dal 2 marzo, secondo i dati del ministero
della salute pubblica libanese l’offensiva israeliana ha causato 886 morti.
Più di un milione di persone sono sfollate
e sono costrette a vivere in rifugi stracolmi.
L’escalation ha avuto origine dagli
attacchi lanciati dalla milizia sciita
Hezbollah su obiettivi in Israele, in risposta
all’attacco israelo-statunitense del 28
febbraio contro l’Iran. Così è andata in
frantumi anche l’ultima parvenza del cessate
il fuoco tra Hezbollah e Israele del
novembre 2024, che di fatto era già fallito.
Il presidente francese Emmanuel Macron
aveva proposto di ospitare a Parigi
dei colloqui diretti tra Beirut e Tel Aviv,
avvertendo che va fatto “tutto il possibile
per impedire che il Libano scivoli nel caos”.
Parigi ha annunciato inoltre la consegna
di sessanta tonnellate di aiuti umanitari
e l’invio di mezzi corazzati per le forze
libanesi. Tuttavia, stando agli analisti,
è l’esercito israeliano a dettare l’agenda
dei colloqui.
Molti osservatori sostengono che Israele
cercherà di sfruttare la sua presenza
militare per imporre un’architettura di
sicurezza diversa, sfruttando l’occupazione
dei villaggi del sud. Secondo Ziad
Majed, docente di scienze politiche all’ Università americana di Parigi,
nell’attuale iniziativa diplomatica è sottinteso
che l’esercito libanese dovrà disarmare
Hezbollah, con la supervisione
di Stati Uniti e Francia. Mantenendo il
controllo su parte del territorio libanese,
Israele costringe il Libano a negoziare
sulla propria sovranità, lasciando l’incertezza
se alla fine le truppe israeliane si ritireranno
o se le aree occupate saranno
trasformate in modo permanente in una
zona cuscinetto disabitata.
Israele ha già schierato lungo il confine
settentrionale sei divisioni militari, con
circa centomila soldati. Gli esperti militari
indicano la cittadina di Khiam, nel sud
del Libano, come punto focale di una possibile
avanzata terrestre. Bahaa Hallal,
generale libanese in pensione, ha dichiarato
che Khiam è la “chiave geografica”
per controllare la piana di Marjayoun e la
valle di Hasbani che porta al fiume Litani.
Hallal ha avvertito che controllare Khiam
permetterebbe a Israele di interrompere
le comunicazioni tra i villaggi del sud e di
stabilire una zona cuscinetto de facto.
Per Imad Salamey, docente di relazioni
internazionali all’Università americana
in Libano, il dispiegamento delle truppe
israeliane indica che Tel Aviv, dominante
sul piano militare, non ha fretta di
negoziare.
Disarmo e fratture interne
La crisi in Libano sta mettendo a nudo le
profonde fratture comunitarie all’interno
del paese. Secondo fonti ufficiali la presidenza,
il governo e il parlamento libanese
starebbero tenendo delle consultazioni
urgenti per formare una delegazione di
sei diplomatici da inviare ai negoziati per
un cessate il fuoco, forse a Cipro. Tuttavia
Nabih Berri, il presidente del parlamento
libanese, si è rifiutato di coinvolgere
nella delegazione i rappresentanti
della comunità sciita. Il dibattito sul disarmo
di Hezbollah, una richiesta che
proviene non solo da Israele ma anche
dai governi occidentali, minaccia di trascinare
il Libano in una guerra civile.
Alcuni sostengono che l’esercito libanese
deve fare di più. “Lo stato deve costringerli
a consegnare le armi, anche
usando la forza se necessario”, osserva l’analista Toni Boulos. Altri però, come il
politologo Ali Matar, liquidano questa
opzione come irresponsabile. Matar pensa
che ordinare all’esercito nazionale –
composto da una percentuale significativa
di soldati sciiti – di attaccare Hezbollah
(movimento a guida sciita) creerebbe
una spaccatura nell’esercito. Il ricercatore
evidenzia anche l’incapacità dimostrata
dallo stato di proteggere i suoi cittadini
nei sedici mesi passati dal cessate il fuoco
con Israele, ripetutamente violato.
Negoziati nel mirino
Nessuna delle parti in conflitto sembra
pronta a concessioni immediate. Il ministro
degli esteri israeliano Gideon Saar ha
scartato l’ipotesi di colloqui diretti, chiedendo
che il governo libanese prima
adotti iniziative concrete per mettere un
freno alle attività militari di Hezbollah.
Dall’altra parte, il segretario generale
dell’organizzazione sciita, Naim Qassem,
ha dichiarato che le soluzioni diplomatiche
non sono servite a fermare le
uccisioni e ha consigliato al governo libanese
di non offrire “concessioni gratuite”,
insistendo che l’esito finale si vedrà
sul campo di battaglia.
Alcuni analisti tracciano un paragone
tra l’attuale clima politico e l’invasione
israeliana di Beirut nel 1982. All’epoca
uno storico negoziato, portato avanti sotto
l’occupazione militare israeliana, culminò
nell’accordo del 17 maggio 1983, un
trattato di pace che alla fine fallì, come
conseguenza delle divisioni tra le comunità
religiose in Libano.
Più di quarant’anni dopo, una nuova
generazione di famiglie libanesi si accalca
nei rifugi sparsi per Beirut. La gente
parla di diplomazia, ma al momento le
loro case nel sud sono diventate moneta
di scambio per l’esercito occupante israeliano.
Internazionale 1657 | 20 marzo 2026
PS: Israele ha avviato un'operazione di terra nel sud del Libano, con truppe che hanno oltrepassato la Linea Blu, il confine di fatto tra i due paesi. L'offensiva, iniziata sabato 14 marzo 2026, è stata descritta dalle Forze di Difesa israeliane (Idf) come "mirata e limitata" 20 marzo: 1001 uccisi. (ndr)