Dai quartieri più colpiti di Beirut al sud del Paese
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 4 dicembre 2025
Piove sul paese dei cedri, finalmente. La pioggia tanto attesa dai libanesi scioglie la terra delle macerie di Haret Hreik e la trasforma in fango. Lingue d’acqua sporca e di colore scuro scorrono nelle strade di questo quartiere alla periferia meridionale di Beirut. Nell’ultimo anno, dopo la firma del cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, in questa parte della città si sono dati da fare per rimuovere buona parte degli edifici danneggiati irreparabilmente e per riempire i crateri creati dalle bombe ad alto potenziale sganciate dagli aerei.
I SEGNI DEI BOMBARDAMENTI sono ancora visibili ovunque e gli alti scheletri di cemento e metallo davanti a nostri occhi ricordano a tutti i passanti che in quei palazzi c’era vita. Centinaia di famiglie hanno dovuto abbandonarli. Centinaia di civili, non combattenti di Hezbollah, hanno perduto la vita. Altre centinaia di persone porteranno per sempre sul loro corpo le conseguenze di ferite e traumi.
Spesso si parla di Heret Hreik, del quartiere vicino di Bir Abed e più in generale di Dahiyeh (la parte meridionale di Beirut) come «roccaforti di Hezbollah», come se fossero basi militari. Certo, ci sono uffici, strutture e rifugi sotterranei del movimento sciita – che ha anche un importante braccio politico riconosciuto in Libano -, però in quest’area vivono centinaia di migliaia di libanesi poveri che non possono permettersi il centro scintillante di Beirut, oltre a una schiera di profughi palestinesi e di rifugiati siriani. Anche questo spiega l’elevato numero di vittime civili dei raid israeliani nei quartieri meridionali della capitale durante la guerra seguita al 7 ottobre 2023.
L’APPUNTAMENTO organizzato da A.F., responsabile di Hezbollah per i rapporti con i giornalisti stranieri, è davanti al centro «Mojamaa sayyed al shohadaa» dedicato ai leader di Hezbollah «martiri», ossia assassinati da Israele o morti in combattimento. Foto-giganti del segretario generale Hassan Nasrallah e di importanti dirigenti politici e militari svettano sull’alta recinzione che circonda il centro. Arriva Mukhtar, un ragazzo sui 20 anni in sella a uno scooter, del dipartimento comunicazione del movimento.
Nelle zone più «delicate» non si gira e non si fanno foto e video senza l’autorizzazione del gruppo sciita. Mukhtar ha il compito di guidarci in ciò che Hezbollah considera un tour del dolore e della determinazione allo stesso tempo. Ci mostra le aree più colpite dai bombardamenti, soprattutto ci porta al luogo dove fu colpito e ucciso Hassan Nasrallah.
«Assieme al sayyed morirono altre persone. L’attacco (aereo di Israele) coinvolse dieci palazzi, i feriti furono decine», precisa Mukhtar davanti all’enorme cratere scavato dai missili sganciati contro il rifugio sotterraneo di Nasrallah e poi svuotato e allargato dalle ruspe in preparazione della costruzione di un memoriale.
Al momento è solo un’idea: Israele potrebbe ridurlo subito in polvere e i vertici del movimento attendono tempi diversi. Nel sito c’è un dipinto su una tela lunga metri che mostra Nasrallah assieme ad altri comandanti uccisi. Un paio di ragazzini vi si aggirano intorno, in cerca di qualcosa per giocare. Al centro la bandiera gialla di Hezbollah sventola in cima a un alto pennone.
LA NOSTRA GUIDA ci saluta dopo averci indicato l’edificio dove, a fine novembre, è stato ucciso Haytham Tabatabai, il comandante militare di Hezbollah e della Brigata di élite Radwan, che aveva preso il posto di Fuad Shukr il «capo di stato maggiore» assassinato da Israele nell’estate 2024. Terminato il giro, Mukhtar ci accompagna al primo taxi di passaggio per essere certo che avremmo lasciato la zona.
Le vittime civili libanesi e le devastazioni della guerra durata un anno – di fatto mai terminata perché, anche con la tregua, Israele non ha mai smesso di bombardare «obiettivi di Hezbollah» – si sono registrate in particolare nel Libano del sud. Ventiquattro villaggi nei pressi del confine sono stati ridotti in macerie o sono in gran parte distrutti. E Israele non ha mai ritirato completamente le sue truppe da quella zona dove mantiene cinque postazioni che sta fortificando. Se Hezbollah non sarà disarmato, fa sapere il governo Netanyahu attraverso i «mediatori» americani, Israele non se ne andrà e continuerà a colpire.
Oltre ai 24 centri ridotti a cumuli di pietre, diversi altri più a nord hanno subito bombardamenti che hanno fatto numerose vittime e feriti.
MAARAKE, situato a circa 25 km dal confine, il 24 novembre del 2024, tre giorni prima della tregua, ha subito raid aerei violenti. Il villaggio, amministrato dal partito sciita Amal, alleato di Hezbollah, ha visto le sue case, campi, strade secondarie, macchine agricole diventare un bersaglio, in una logica che non distingue tra combattenti e civili.
Attacchi simili si registrarono in quei giorni in altri centri abitati tra i quali Marjaayoun e Bint Jbeil e il distretto di Tiro. Israele tutte le volte nega di prendere di mira intenzionalmente abitazioni civili, afferma di colpire «obiettivi militari e terroristi». A Maarake, perciò, la tregua non ha significato il ritorno alla vita. Ogni volta che l’aviazione israeliana appare nei cieli libanesi, diventa un rischio tornare a coltivare, riportare i bambini a scuola, ricostruire le abitazioni. E le famiglie sfollate – alcune trasferitesi in centri di accoglienza, altre ospitate da parenti in città più a nord – vivono in condizioni precarie.
YUSEF SI AVVICINA, incuriosito dalla presenza di un giornalista straniero e desideroso di dare la sua testimonianza. Il 24 novembre ha perduto tre parenti nel bombardamento che ha fatto a pezzi due villette a meno di 40 metri dalla sua. «Quella notte non la dimenticherà nessuno a Maarake» racconta davanti a ciò che resta della casa dello zio paterno. «Qui non abbiamo sistemi di allarme – prosegue – nessuno può indicarci un riparo. A casa sentimmo solo un sibilo, seguito da un’esplosione spaventosa. Tremò tutto, i vetri si spaccarono, i miei bambini piangevano, anche io avevo paura. Dalla finestra vidi che le case dei miei parenti di fronte erano distrutte».
Così è andata in altri punti di Maarake durante l’anno di bombardamenti israeliani senza sosta, ai quali Hezbollah rispondeva con droni e razzi. Stesse storie, stessi drammi, stessi lutti in tutta la regione meridionale libanese. I morti in quasi 14 mesi – dall’8 ottobre 2023 al 27 novembre 2024 – sono stati 3.961 secondo il ministero della Salute pubblica. Decine di migliaia di sfollati non possono tornare alle loro case che non esistono più.
La tregua di fatto non c’è e negli ultimi giorni di novembre Israele è tornato a colpire con forza perché il Libano non disarma con la forza Hezbollah. Dal 28 novembre 2024 fino a pochi giorni fa, il paese dei cedri ha subito circa 700 raid, una media di due al giorno. 331 persone sono state uccise e 945 ferite. «La situazione è troppo pericolosa – conclude Yusef – e ogni sfollato che non torna a casa è una ferita nella memoria di Maarake».
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La Resistenza libanese descrive in dettaglio un anno di violazioni israeliane dell'accordo di cessate il fuoco Al Mayadeen, 29 novembre 2025 Le violazioni israeliane del cessate il fuoco in Libano sono continuate ne 2025, secondo quanto riferito giovedì dall'ufficio relazioni con i media della Resistenza libanese, a un anno dall'accordo del novembre 2024. Tra il 27 novembre 2024 e il 19 novembre 2025, queste violazioni hanno causato la morte di 339 libanesi e il ferimento di 978. |
