Cook: Israele sta fomentando la guerra civile contro i suoi cittadini palestinesi

L'occupazione e l'oppressione sono le vere cause di tre attentati in pochi giorni in Israele. Allora perché l'unica risposta di Israele è più oppressione?

Jonathan Cook su Midde East Eye, ripreso da JEWS FOR JUSTICE FOR PALESTINIANS, 7 aprile 2022 https://jfjfp.com/israel-is-stoking-a-civil-war-against-its-palestinian-citizens/

Tre attentati  palestinesi distinti e mortali nelle città israeliane in una settimana hanno suscitato una risposta prevedibile. L'esercito israeliano ha dispiegato, oltre quelli che gà c’erano, un gran numero di soldati in Cisgiordania e intorno a Gaza, territori palestinesi già da decenni sotto brutale occupazione militare.

Ma il fatto che, insolitamente, due degli attentati siano stati compiuti da cittadini israeliani- membri di una grande minoranza palestinese i cui diritti sono severamente circoscritti e inferiori a quelli della maggioranza ebraica- ha alzato notevolmente la posta in gioco per la destra israeliana.

Un totale di 11 israeliani sono morti negli attentati a pochi giorni di distanza nelle città di Beersheba, Hadera e Bnei Brak, un sobborgo di Tel Aviv. Le forze israeliane dal grilletto facile, nell’mmediato seguito degli attentati, hanno ucciso tre palestinesi in scontri diversi giovedì.

Gli attentati letali hanno costituito un'opportunità per Naftali Bennett, il leader di estrema destra che ha strappato la premiership israeliana a Benjamin Netanyahu la scorsa estate, per dimostrare le sue credenziali al principale gruppo elettorale del suo partito: i coloni ebrei determinati a cacciare i palestinesi dalle loro terre e reclamare un presunto diritto di possesso biblico.

In una videoconfenza, Bennett ha detto a "chiunque abbia un porto d'armi" - cioè la stragrande maggioranza dei cittadini ebrei - "questo è il momento di portare una pistola". E se questo non bastasse, ha continuato ad annunciare che il governo sta considerando "un quadro più ampio per coinvolgere i volontari civili che vogliono aiutare ed essere di aiuto".

Violenza di strada  Cosa significhi questo in pratica non è difficile da capire. Quasi un anno fa, l'intensificazione delle manovre in atto da tempo per ripulire etnicamente il quartiere palestinese di Sheikh Jarrah nella Gerusalemme Est occupata è diventato uno dei fattori scatenanti della peggiore violenza intercomunitaria in Israele in almeno una generazione.

I cittadini palestinesi che hanno inscenato manifestazioni vivaci si sono trovati ad affrontare non solo l'atteso giro di vite della polizia paramilitare israeliana, ma la violenza di strada da parte di folle ebraiche di estrema destra che risultavano operare in tandem con le forze di sicurezza israeliane.

Ora sembra che  la leadership israeliana stia  modificando un aspetto importante all'interno della Linea Verde. Nei territori occupati, i coloni armati operano efficacemente come milizie, terrorizzando le vicine comunità palestinesi, osservati impassibilmente, o talvolta assistiti, dall'esercito israeliano. Agiscono come il lungo braccio dello stato israeliano - offrendo una presunzione di non responsabilità ai funzionari israeliani che invece utilizzano proprio la violenza dei coloni. L'obiettivo dei coloni e dello stato israeliano è lo stesso: cacciare i palestinesi dalle loro case in modo che i coloni ebrei possano prendere possesso delle terre liberate. La scorsa primavera, l'uso dello stesso modello all'interno di Israele è diventato più difficile da mascherare. Il governo israeliano ha mostrato di appaltare parte della sua sicurezza interna agli stessi coloni fanatici e violenti, permettendo loro di entrare senza ostacoli nelle comunità palestinesi in Israele. Lì hanno agito come vigilanti. Distruggevano negozi palestinesi, gridavano "Morte agli arabi" e picchiavano i cittadini palestinesi che incontravano sul loro cammino. Allo stesso tempo, i politici israeliani di tutto lo spettro se la sono presa contro la minoranza palestinese.

Ora Bennett dà tutta l'impressione di voler sfruttare i tre attentati per mettere questa precedente intesa su una base più formale. In particolare, una milizia "Barel Rangers" è già stata formata nella regione del Negev, nel sud di Israele, dove è avvenuto uno degli attentati. Il fondatore, un ex ufficiale di polizia, ha esposto il suo scopo in un post sui social media: "Quando la tua vita è minacciata, ci sei solo tu e il terrorista. Tu sei il poliziotto, il giudice e il boia".

Un'altra milizia è stata recentemente costituita a Lod, una città vicino a Tel Aviv, che ha visto le peggiori violenze lo scorso maggio.

Giocare con il fuoco  L'appello di Bennett ai "volontari civili" per difendere lo stato ebraico era presumibilmente inteso ad echeggiare il presidente dell'Ucraina, Volodymyr Zelensky, che ha esortato i civili ucraini a combattere l'esercito russo invasore. Bennett può sperare che nell'attuale clima internazionale ci saranno poche critiche alle milizie ebraiche che agiscono in modo simile. Se arriviamo ad una situazione di guerra civile, le cose finiranno in una parola e in una situazione che conoscete, che è Nakba. Questo è ciò che accadrà alla fine.

Ma mentre Zelensky ha invitato gli ucraini a combattere gli invasori stranieri, Bennett sta radunando le milizie per attaccare i cittadini del suo paese, sulla base della loro etnia. Sta giocando con il fuoco, alimentando un clima di guerra civile in cui una parte, gli ebrei israeliani, hanno le armi e le risorse dello stato, mentre l'altra - la minoranza palestinese - è largamente indifesa.  In particolare, dopo il secondo recente attentato nella città ebraica di Hadera, martedì, da parte di due cittadini palestinesi, si è formata una folla che urlava "Morte agli arabi".

Dove questo potrebbe portare è stato sottolineato da un generale dell'esercito in pensione, Uzi Dayan, ora membro del parlamento israeliano per il partito Likud di Netanyahu. Ha avvertito tutti gli 1,8 milioni di cittadini palestinesi di Israele di "stare attenti". Hanno di fronte, ha detto, un'altra Nakba, o Catastrofe - la pulizia etnica di massa dei palestinesi dalla loro patria da parte delle milizie israeliane e dell'esercito nel 1948.  "Se raggiungiamo una situazione di guerra civile, le cose finiranno in una parola e in una situazione che conoscete, che è Nakba", ha detto. "Questo è ciò che accadrà alla fine". Ha aggiunto: "Siamo più forti. Ci stiamo astenendo su molte misure". La pulizia etnica associata alla Nakba "non è stata completata", ha sottolineato.

Questa non è una situazione che i cittadini palestinesi potranno evitare se i leader israeliani vorranno crearla. Molti cittadini palestinesi di Israele hanno paura di lasciare le loro case, andare al lavoro o avventurarsi nelle zone ebraiche - che sono la maggior parte del paese - per paura di rappresaglie. E questo proprio perché Bennett e Dayan rappresentano una vasta fascia di opinione in Israele che vede i palestinesi - anche i cittadini palestinesi - come il nemico.

Le misure da cui ci si sta “astenendo”, come ha detto Dayan, potrebbero includere non solo più violenza sostenuta dallo stato, ma anche azioni per spogliare la minoranza palestinese anche del suo già degradato status di cittadinanza. Per quasi due decenni, i leader dell'estrema destra come Avigdor Lieberman hanno chiesto garanzie di fedeltà e politiche di trasferimento forzato per minare i diritti dei cittadini palestinesi. La controversa legge sullo stato-nazione del 2018 ha ulteriormente intaccato questi diritti. Lo scenario è già pronto per un nuovo assalto alla cittadinanza.

Leggi razziste  Gli attacchi letali compiuti da membri della minoranza palestinese d'Israele, come i due avvenuti in rapida successione, sono rari. Sono invariabilmente compiuti da quelli che Israele definisce "lupi solitari", individui profondamente disillusi e alienati, piuttosto che organizzati da movimenti palestinesi all'interno di Israele.  La minoranza palestinese ha preferito affrontare la discriminazione sistematica e l'oppressione di vivere come popolazione non ebrea in uno stato autodichiarato ebraico usando i limitati strumenti legali e politici a sua disposizione.

Decine di leggi esplicitamente razziste sono state contestate nei tribunali, anche se con un successo minimo. La minoranza ha fatto sempre più pressioni sulla comunità internazionale per chiedere aiuto, appelli che hanno messo in imbarazzo Israele.

Nell'ultimo anno, numerosi gruppi per i diritti umani e legali si sono fatti avanti dichiarando che Israele è uno stato di apartheid, sia nei territori occupati che all'interno di Israele stesso. La discriminazione strutturale esposta dalla minoranza palestinese ha avuto un ruolo cruciale nell'aiutare queste organizzazioni a raggiungere una conclusione così severa.

Leader come Bennett, quindi, hanno tutti motivi per cercare di esagerare l'importanza posta da questi attentati, affermando come ha fatto questa settimana che sono parte di una nuova "ondata di terrore". Ha giurato di espandere la portata dei draconiani ordini di detenzione amministrativa - imprigionamento senza accusa o prove rese pubbliche - per affrontare questa presunta ondata.

Rendendo il caso più plausibile per lui, i tre cittadini palestinesi coinvolti nei due attacchi - a Beersheba e Hadera - avevano sì delle affiliazioni, ma assai incerte, con il gruppo dello Stato Islamico (IS).

Buonsenso che manca  Ma in realtà, mentre i tre autori sembrano aver avuto simpatie ideologiche con l'IS - uno ha persino tentato senza successo di raggiungere un campo di addestramento in Siria nel 2016 - IS non ha una presenza significativa nella popolazione palestinese, né nei territori occupati né in Israele.  L'appoggio all'IS da una piccola parte della popolazione palestinese ha raggiunto un picco cinque anni fa, quando IS sembrava poter offrire un modello di successo per rovesciare i tiranni arabi corrotti e sclerotici della regione. I fallimenti dell'IS e la sua brutalità hanno presto eroso anche quel piccolo bacino di sostegno.

La considerazione è che, nonostante la sua potente struttura di spionaggio e di sorveglianza dei palestinesi sui social media, Israele è stato in grado di identificare solo poche decine di sostenitori dell'IS, che sono attualmente nelle sue prigioni. E anche in quei casi, la maggior parte di costoro sono stati imprigionati più per simpatia ideologica con l’IS che non per concreti legami politici ed organizzativi.

E in ogni caso, l'IS non ha mai espresso un interesse pressante per attentati contro Israele. Una dichiarazione del 2016 ha chiarito che il gruppo ha dato la priorità alla lotta contro i governi musulmani che, a suo parere, hanno rotto con i principi centrali dell'Islam.

Al contrario, i gruppi islamisti palestinesi sono impegnati a liberare la patria palestinese, non a cercare di reinventare una mitica epoca d'oro del dominio islamico unificato in tutto il Medio Oriente. Sono movimenti di liberazione nazionale palestinese, non jihadisti.

Solo per questo motivo, la rivendicazione dell'IS della responsabilità dei due attacchi deve essere presa con granus salis. L’IS ha un interesse a mostrarsi coinvolto negli attentati in quanto hanno coinciso con l'arrivo in Israele la scorsa settimana dei leader di quattro stati arabi - Egitto, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Marocco - per un vertice.

Questi stati arabi - e altri in attesa dietro le quinte - desiderano fare di Israele il perno di un nuovo patto di sicurezza e controllo regionale condiviso, progettato per prevenire le minacce al loro dominio, tra cui un revival della primavera araba. Questa iniziativa da un verso è la prova dell'illegittimità delle autocrazie arabe della regione, per un altro verso costituisce una altra umiliazione per i sostenitori dell’IS.

Questi attentati sono stati compiuti da lupi solitari - e in un caso, da una coppia di lupi solitari - che sono diventati sempre più disperati, arrabbiati e vendicativi dopo decenni di oppressione dei palestinesi da parte di Israele, e la complicità e il tradimento dei governi occidentali e arabi.  L'impeto di rabbia degli aggressori ha coinciso con una parte dell'agenda dell'IS. Ma nel loro caso, le radici penetrano molto più in profondità.

Gli autori palestinesi degli attentati in Israele non avevano bisogno dell'indottrinamento o della leadership straniera dell'IS per compiere i loro attentati. Avevano un sacco di ragioni locali per voler colpire - non diversamente dal "lupo solitario" palestinese della Cisgiordania che ha effettuato un terzo attacco vicino a Tel Aviv, ma non aveva legami con l'IS.

Decenni di brutale dominio militare nei territori occupati e la sistematica discriminazione e oppressione all'interno di Israele sono state le vere cause.

Non si può nemmeno trascurare il doppio colpo di Israele contro la parte più devota della minoranza palestinese d'Israele. Il primo riguarda il partito religioso meglio organizzato e politicamente più astuto in Israele, il Movimento Islamico del Nord sotto lo sceicco Raed Salah, è stato messo fuori legge nel 2015. I critici israeliani, anche all'interno dell'establishment della sicurezza, avevano avvertito all'epoca che la mossa avrebbe alimentato la protesta islamica sotterranea e incoraggiato un maggiore estremismo. 

Il secondo riguarda il rivale Movimento Islamico del Sud, sotto Mansour Abbas, ha dato una mano a Bennett la scorsa estate per spodestare Netanyahu dal potere. Il partito di Abbas è diventato il primo a unirsi a un governo israeliano, in cambio di qualche briciola ottenuta dall'estrema destra.

Entrambi i fatti hanno lasciato i musulmani devoti che si oppongono all'occupazione israeliana e allo schiacciamento dei diritti dei palestinesi senza un serio e legittimo canale di protesta. Sono stati esautorati e umiliati - condizioni adatte ad alimentare una frangia estremista ed a generare attacchi violenti come quelli visti negli ultimi giorni.  E per aggiungere l'insulto al danno, il partito di Abbas sostiene un governo che questa settimana ha permesso a un parlamentare violentemente anti-palestinese, Itamar Ben Gvir, di visitare il luogo sacro musulmano di al-Aqsa a Gerusalemme sotto pesante protezione armata. Ben Gvir vuole la spianata della moschea sotto la sovranità ebraica.

Una lezione sbagliata  C'è una lezione qui che Israele ignora volontariamente, proprio come fanno anche gli stati occidentali che gli fanno da patrono. Il sostegno illimitato dell'Occidente a Israele, e alle autocrazie arabe che ora sono apertamente compiacenti con Israele, ha un costo.

Se tratti le popolazioni con violenza strutturale, se le privi di diritti, se le avvilisci e le umili, e se neghi loro una voce nel loro futuro, non puoi essere sorpreso - e ancor meno mantenere un atteggiamento di auto-giustizia - quando alcuni si scagliano con le loro forme di violenza contro di te.

La lezione sbagliata ed egoista che Israele imparerà - come ha fatto per decenni - è che la risposta corretta deve essere una maggiore violenza, una maggiore umiliazione e una richiesta intensificata di sottomissione. L'oppressione continuerà, così come la resistenza.

Il sostegno illimitato dell'Occidente a Israele, e alle autocrazie arabe che ora sono apertamente compiacenti con Israele, ha un costo. Liquidarlo semplicemente attribuendo le reazioni alla ferocia dell'IS può offrire una spiegazione rassicurante. Ma non fermerà la pressione che si sta accumulando - o l'esplosione che verrà.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all'autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Traduzione a cura di Claudio Lombardi di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese