Una Quinta colonna: I Cristiani e le illusorie promesse di integrazione in Israele
Rifat Odeh Kassis, coordinatore generale del gruppo Palestinese-Cristiano Kairos
http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=683396
Pubblicato giovedi 20/3/2014, aggiornato il 23/3/14
In ogni situazione di oppressione gli oppressi per lo più indirizzano la loro rabbia verso gli oppressori. Alcuni invece non lo fanno, ma invece incanalano la loro frustrazione contro i loro pari, loro compagni oppressi quanto essi stessi. Costoro cercano di cancellare il loro passato, sperando che il futuro riservi loro migliori opportunità di vita, una nuova realtà e spesso, per questa via, diventano più razzisti ancora dei loro intolleranti dominatori.
Tuttavia, la storia ci ricorda che queste soluzioni non aiutano mai per davvero gli oppressi. I loro oppressori continueranno a vederli come estranei o al più considerarli come una quinta colonna, usandoli per minare il loro stesso Paese senza tuttavia che essi riescano a guadagnarsi il rispetto di coloro che intendono servire.
Il 24 febbraio la Knesset -parlamento israeliano- ha approvato una legge che stabilisce la distinzione tra cristiani e musulmani. Ponendo i cristiani nella categoria dei non-arabi, Israele cerca di far dimenticare ai Palestinesi che essi condividono una storia, una comunità ed una lotta, e cerca in tutti i modi di ottenere questo obiettivo attraverso delle leggi. La stampa internazionale, sfortunatamente, ha favorito questo processo con servizi di parte, alle volte fuorvianti e menzogneri sui fatti che riguardano Cristiani Palestinesi con la cittadinanza Israeliana.
L'articolo di Michele Chabin “I cristiani Israeliani vogliono l'integrazione, ivi compreso il servizio militare” pubblicato il 14 marzo 2014 su USA Today, costituisce un buon esempio di questo tipo di servizi.
Mi limito qui a tre punti, di cui ognuno costituisce una macroscopica falsità, rappresentazione fuorviante, equivoca o riduttiva; ognuno spalanca una porta su aspetti che l'articolo di Chabin non considera, aspetti che dobbiamo invece considerare se vogliamo davvero spiegare la situazione dei Cristiani in Israele ed in Palestina.
La prima parola che mi sorprende è il termine integrazione nel titolo: “I Cristiani di Israele cercano l'integrazione”. L'uso di questo termine mi fa pensare ai molti migranti verso l'Europa che si sforzano di capire la loro marginalizzazione nell'ambito dei nuovi contesti sociali in cui si vengono a trovare e spesso se ne fanno una colpa; ciò di cui non si rendono conto sono invece le politiche e le norme nei paesi di accoglienza che impediscono loro di diventare componente integrata della società. Le vittime di questa sistematica discriminazione spesso votano per i partiti di estrema destra nei paesi di accoglienza supponendo, consapevolmente od inconsapevolmente, che il fatto di divenire parte della linea di destra più dura possa assicurare loro la parità a cui anelano. Cercano di diventare, in altre parole, più cattolici del Papa.
E questo li aiuterà? Naturalmente no: essi resteranno degli “outsiders” agli occhi della maggioranza, resteranno degli indesiderati, resteranno “l'altro” che la destra intende mantenere escluso. Questa è la stessa sorte che subiscono i non Ebrei nello stato di Israele, malgrado che non si tratti di migranti (e che magari le loro famiglie abbiamo vissuto in quei luoghi per generazioni e generazioni ), e qualunque cosa facciano ciòè incontrovertibile. In Israele, alcuni Cristiani non riescono a vedere le politiche discriminatorie, le leggi e le pratiche attuate contro i cittadini non Ebrei. Viene spesso evidenziato, ed è importante ricordarlo qui, il fondamentale motivo di tensione all'interno dello stato di Israele: il fatto di autodefinirsi sia democrazia che nazione ebraica, il suo desiderio di costituire un modello per ideali di democrazia e nel contempo l'insistenza nel mantenere la prevalenza ebraica.
Il secondo punto che mi ha colpito è la menzione di un Cristiano Palestinese che fa il militare nell'esercito Israeliano a Hebron , lo chiamerò“la vittima” per antonomasia, in quanto ha subito i danni da parte del sistema che lo marginalizza e che continua tuttora a fargli il lavaggio del cervello spingendolo a cercare per questa via il modo di venire accettato. Questa vittima farebbe bene invece ad accompagnarsi ad altre vittime, quali i refuseniks(giovani Ebrei Israeliani che rifiutano il servizio militare obbligatorio) i quali vedono invece gli insediamenti di coloni in Hebron come la maggior minaccia allo stato di Israele.
Questi coloni si accaniscono a volersi insediare proprio nel cuore della comunità Palestinese, sottraendo ai Palestinesi acqua, uso delle strade, accesso alle scuole ed agli ospedali ed ai luoghi di culto, impedendo loro in tutti i modi una vita normale e spesso aggredendoli fisicamente.
Essi sostengono che questo tipo di comportamenti contribuisce alla sicurezza dello stato di Israele e considerano i non Ebrei come degli estranei che dovrebbero venire espulsi dal “loro” paese. Il massacro nella Moschea di Abramo, commesso nel 1994 da Baruch Goldstein, americano naturalizzato israeliano, costituisce proprio un esempio di tale mentalità.
La decisione della “vittima” di servire gli occupanti a Hebron proteggendoli nei loro quartieri, non cambierà l'opinione che essi hanno di lui. Inoltre, la decisione di Israele di assegnare questa ed altre “vittime” al servizio militare in Hebron è istruttiva: Israele non lo ha destinato alle frontiere dello stato, o a Betlemme o Ramallah, dove avrebbe potuto entrare in contatto con fratelli e sorelle cristiani Palestinesi di queste città, fermandoli ai checkpoints, umiliandoli ai blocchi stradali, arrestando i loro figli nel mezzo della notte. Un contatto di questo genere avrebbe potuto risvegliare in lui scomodi ed importanti riflessioni, sentimenti di confusione, sentimenti di vicinanza con la gente che lui è stato inviato ad opprimere.
Il 6 aprile 2012 Padre Shomali, prete Palestinese, celebrò una messa all'aperto nella West Bank (AFP/Musa al Shaer) su terreni di proprietà della chiesa ma a rischio di confisca da parte delle autorità Israeliane. Israele non voleva che ciò accadesse: l'idea è quella di recidere i possibili rapporti, frammentare le comunità, annullare empatia e solidarietà dove esse possano manifestarsi tra Palestinesi di qualunque ambiente. Queste tattiche di divisione sono sempre più evidenti nella legislazione nazionale. Il solo modo in cui le “vittime” possono proteggere il loro paese è in realtà quello di rifiutare di essere un'altro strumento di occupazione e di oppressione di essi stessi.
Il terzo ed ultimo punto che voglio considerare viene dalle parole dell'autore stesso : “I Cristiani autoctoni dicono che possono ritrovare le loro radici indietro di 2mila anni al tempo di Gesù. Ma si lamentano del fatto di sentirsi talvolta cittadini di seconda classe nella patria degli Ebrei e che vengono loro preclusi i lavori migliori nel settore privato e posizioni nel governo.” Si sentono talvolta cittadini di seconda classe? L'autore deve sapere, come risaputo da qualunque osservatore anche non particolarmente competente, che i cittadini non Ebrei in Israele sono cittadini di seconda o terza o quarta categoria. Nella gerarchia sociale che costituisce lo stato di Israele, gli Askenazy sono la prima classe privilegiata, seguita dai Sefarditi. (queste due categorie a loro volta hanno ulteriori sottodivisioni, su cui ora non mi soffermo). I Drusi che hanno servito nell'esercito ed hanno “protetto” il paese negli ultimi 50 anni sono al terzo o quarto posto; malgrado che abbiano svolto il loro servizio, essi sono permanentemente discriminati in molti ambienti sociali e professionali e le loro città non godono di investimenti pari a quelli di cui godono quelle Ebraiche.
E i Cristiani? Diventeranno uguali agli Ebrei Israeliani? Potranno essi ritornare nei villaggi da cui furono espulsi nel 1948 e poi ancora per molti anni seguenti?
Pensiamo al villaggio di Igrit: nel 1951 la Corte Suprema stabilì che i precedenti abitanti potessero ritornare e riprendere possesso delle loro case. Solo che il governo militare trovò pretesti per impedire questo ritorno e l'esercito di Israele distrusse l'intero villaggio qualche mese più tardi.
Avrà Israele presto un primo ministro Cristiano? Oppure un presidente dello stato? Storia, politica e realtà rispondono con un soverchiante “no”. La popolazione di Israele è per il 20% non Ebrea, oltre a migliaia di russi, asiatici, africani, sia ebrei che non ebrei.
E purtuttavia le dichiarazioni, le politiche e le pratiche governative insistono nella ebraicità di Israele sopra ogni cosa. Non interessa l'uguaglianza. Israele ha bisogno di cittadini di seconda classe per continuare ad essere ciò che è.
Quanto espresso nel presente articolo costituisce l'opinione dell'autore e non necessariamente riflette la politica editoriale dell'Agenzia giornalistica Ma'an.
(traduzione di claudio lombardi)