Obama sigla la pace Israele-Turchia

il manifesto
23.03.2013

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LA VISITA · Scuse di Netanyahu a Erdogan per l'attacco alla Mavi Marmara in rotta verso Gaza con la Freedom Flotilla 

 

Obama sigla la pace Israele-Turchia 


La visita del presidente Usa rilancia l'asse tra Tel Aviv e Ankara, per garantire una stretta alleanza tra i due paesi più forti del Medio Oriente
 

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Barack Obama i passi richiesti, in linea con la legalità internazionale, per sciogliere i nodi del conflitto israelo-palestinese proprio non riesce a farli, ma, a quanto pare, riesce a essere più concreto su altri fronti di crisi. Ieri, mentre il presidente americano chiudeva la sua visita di 46 ore in Israele e di quattro in Cisgiordania, la Casa Bianca ha comunicato con enfasi di un colloquio telefonico avvenuto poco prima tra il premier israeliano Benyamin Netanyahu e quello islamista turco Recep Tayyip Erdogan. Tutto sotto l'egida di Obama. 
             

I due leader erano ai ferri dal 2010, quando Israele lanciò i suoi commando all'arrembaggio (in acque internazionali) della nave passeggeri turca Mavi Marmara in rotta verso Gaza con altre navi della Freedom Flotilla cariche di aiuti umanitari. I morti furono nove, tutti civili turchi (uno dei quali con passaporto americano). Erdogan per quasi tre anni ha chiesto invano le scuse ufficiali di Israele. Scuse che sono arrivate ieri durante il colloquio che Obama ha avuto con Netanyahu. Il premier israeliano ha alzato la cornetta e per la prima volta dal 2010 ha parlato a Erdogan presentandogli le scuse ufficiali. Anche Obama, a un certo punto, è intervenuto nella conversazione.

«Mi scuso per qualsiasi errore operativo (sic) che possa aver causato feriti e perdite di vite nell'incidente (sic) della Flotilla», ha detto al telefono Netanyahu, aggiungendo di essere d'accordo con la necessità di risarcire le famiglie della vittime. Erdogan ha accettato le scuse e ha convenuto di interrompere le iniziative giudiziarie intraprese contro le Forze Armate israeliane (in Turchia è in corso un processo in absentia contro i comandanti militari israeliani in carica in quel periodo). I due premier hanno anche concordato una normalizzazione dei rapporti.

È difficile stabilire chi tra Netanyahu ed Erdogan abbia ceduto per primo all'insistenza di Obama. Considerando le scuse presentate da Netanyahu, si potrebbe parlare di un boccone amaro che il presidente americano ha fatto ingoiare al primo ministro israeliano (vedremo quali saranno le reazioni dei partiti che compongono la nuova maggioranza di destra). Allo stesso tempo non è infondato parlare di cedimento di Erdogan se si considera l'atteggiamento rigido mantenuto per anni dal premier turco. Erdogan ha puntato più volte l'indice contro Israele per la condizione dei palestinesi; ha accusato il capo di stato israeliano Shimon Peres di «sapere bene come uccidere la gente» dopo l'offensiva Piombo fuso contro Gaza; ha espulso, dopo l'assalto alla Mavi Marmara, l'ambasciatore israeliano e interrotto ogni collaborazione militare con lo Stato ebraico. Erdogan e il suo ministro degli esteri, Davutoglu, con iniziative diplomatiche spregiudicate, hanno cercato di costruire una nuova forte influenza (se non una supremazia) turca nella regione.

L'esplosione delle primavere arabe invece ha creato uno scenario diverso, più complesso per le ambizioni dei leader islamisti turchi. Erdogan, spiazzato dalle rivolte popolari in Tunisia ed Egitto, ha colto al volo la crisi siriana e mollato il suo «amico» Bashar Assad per dare pieno appoggio all'opposizione siriana e alle milizie ribelli. Ma non è riuscito, come sperava, a limitare il protagonismo crescente del Qatar e delle altre petromonarchie del Golfo. La recente riunione dell'opposizione siriana a Istanbul non deve trarre in inganno sul peso turco nella vicenda siriana, certo importante ma meno decisivo di qualche tempo fa.

Erdogan, a differenza degli emiri del Golfo, deve fare i conti con una forte opposizione interna alla sua politica anti-Damasco. Da qui la necessità di rilanciare l'asse con il potente Israele e di migliorare le relazioni con gli Usa. Ankara nell'ultimo anno si è lentamente riavvicinata a Tel Aviv. Erdogan dai toni battaglieri di qualche giorno fa - quando ha pesantemente criticato il sionismo - è passato all'esaltazione «della forte amicizia e cooperazione tra i popoli israeliano e turco».

La telefonata di Netanyahu non è frutto di un'iniziativa improvvisa di Obama ma il risultato di un processo portato avanti per mesi dagli Stati Uniti, interessati a rivedere una stretta alleanza tra i due paesi militarmente più forti del Medio Oriente. Soprattutto in funzione antiIran. «Gli Usa tengono alla partnership con Turchia e Israele e pensiamo che un ritorno a relazioni positive tra questi due Stati sarebbe molto importante per la pace e la sicurezza nella regione», ha affermato Obama in un comunicato.

Mentre ieri mattina Netanyahu e Obama discutevano oltre il tempo concordato di Turchia, a sette km di distanza, nella Piazza della Mangiatoia di Betlemme, il leader palestinese Abu Mazen attendeva l'arrivo del presidente americano, poi giunto con un'ora di ritardo. Una visita brevissima alla Chiesa della Natività nella tormenta di sabbia che ha costretto Obama a rinunciare all'elicottero e ad andare in auto a Betlemme. Obama avrà visto il Muro israeliano che circonda la città o, come accadde a Silvio Berlusconi alcuni anni fa, anche lui «non è riuscito a notarlo». Nel pomeriggio il presidente americano è partito per la Giordania. Al mattino aveva posato corone di fiori sulle tombe del teorico del sionismo Teodoro Herzl e del premier assassinato Yitzhak Rabin e visitato il memoriale dell'Olocausto Yad Vashem.