di Ilaria Lupo

Beirut, 07 gennaio 2011, Nena News – Situato nel quartiere periferico di Cola a Beirut, Al-Jana/The Arab Resource Center for Popular Arts sviluppa le sue attività nei campi profughi palestinesi e in diverse zone marginalizzate del Libano. Il progetto è nato nel 1990 su iniziativa di Moa’taz Dajani, originario di Gerusalemme Est.

 

Al-Jana ha oggi un network di 79 ong locali e internazionali e propone un ventaglio di programmi per i giovani, focalizzati sui new media e sull’educazione attraverso le discipline artistiche, ma anche sulla ricostituzione della memoria a partire da testimonianze di bambini e adolescenti.

” L’idea del nostro progetto ha origine negli anni ’80, un decennio di guerre, assedi e massacri contro i palestinesi” – ci racconta Moa’taz – “Gli anni ’90 erano un periodo di ricostruzione di un popolo martoriato. Con degli amici che lavoravano nei campi abbiamo studiato le priorità per affrontare la situazione. Da una parte c’erano i training e dall’altra le risorse, ovvero lo sviluppo delle giovani generazioni basato sull’apprendimento attivo e l’espressione creativa. La comunità è la nostra materia prima, e da sempre lavoriamo sulla comunità ma soprattutto con essa, per offrire degli strumenti di autocoscienza. Per questo abbiamo sviluppato una nuova linea, per costruire sulla forza del tessuto sociale”. – Moa’taz precisa che per lui l’esperienza palestinese in Libano è un’esperienza “arricchita” perché i palestinesi hanno sviluppato strategie per superare avversità estreme. Al-Jana ha quindi avviato un processo di documentazione della loro vita quotidiana. I giovani sono stati coinvolti nell’espressione della propria realtà e visione, acquisendo competenze nell’ambito della comunicazione e delle arti visive. ” In seguito abbiamo lavorato per l’apertura dei palestinesi verso le comunità limitrofe, di rottura dei muri del ghetto e di collaborazione con organizzazioni popolari libanesi per superare gli stereotipi e il razzismo che hanno isolato a lungo i palestinesi – continua – il riconoscimento e l’analisi della storia palestinese, l’esplorazione della memoria del 1948, che noi definiamo Eqtilaa, “estirpazione”, per implicare il concetto di resistenza, mentre il termine Nakba (“catastrofe”) ha una connotazione passiva. Abbiamo raccolto testimonianze storiche e di cultura popolare, canzoni, racconti, in un archivio di oltre 700 ore di interviste. Artisti di diverse discipline hanno inoltre lavorato con i giovani, che hanno riportato le loro memorie famigliari e sono stati formati in fotogiornalismo, editoria, video. Questo percorso ha coinvolto i campi profughi, come Nahr Al-Bared, distrutto dall’esercito libanese nel 2007 dopo quattro mesi di assedio e l’evacuazione dei suoi abitanti. In tre anni di lavoro, anche grazie a workshops con filmmakers locali e stranieri, i ragazzi hanno realizzato loro stessi documentari inclusi nell’ Al-Jana International Film Festival”.

Il nuovo programma “Revolutionaries before the Revolution” è una ricerca sulle organizzazioni di resistenza palestinesi che dal Libano hanno continuato a infiltrarsi in Palestina in operazioni contro Israele. E ciò nonostante i massacri di cui sono stati vittime fino alla rivoluzione del 1969. “Ci interessa comprendere come i palestinesi si organizzavano nel contesto repressivo dell’epoca, in cui erano segregati, torturati, non potevano ascoltare la radio, parlare di politica, fare dimostrazioni pubbliche” – ci spiega.

Il lavoro di Al-Jana ha ricevuto molta diffusione grazie a film festival internazionali (come quello italiano di “Un ponte per”). “Quest’apertura è stata importantissima per noi perché siamo entrati in contatto con comunità del mondo intero in esperienze di scambio e collaborazione che sono state per me illuminanti come per esempio con Capetown e il Chiapas” – continua Moa’taz  – “Al-Jana intende ampliare il network internazionale come strategia politica di rafforzamento delle comunità e a tal fine organizziamo ogni anno un incontro estivo di due settimane con associazioni internazionali per promuovere una presa di coscienza e un mutuo supporto tra i popoli in conflitto”.

Ahmad Al-Aydi è un rifugiato palestinese entrato ad Al-Jana nel 1998 all’età di 10 anni, iniziandosi alle arti visive e al teatro. E’ diventato parte attiva del centro che gli ha permesso di studiare grazie a una borsa di studio nel liceo Rawdah, il più prestigioso del Libano, e di frequentare oggi la facoltà di Architettura all’Università Americana di Beirut. Ahmad è un “palestinese senza carta d’identità”, cioè un rifugiato a statuto speciale con documenti provvisori senza diritto a un passaporto. La sua famiglia è vittima dalla Nakba e ha raggiunto il Libano illegalmente dopo essere passata per la Giordania, la Siria, la Libia e il Kuwait fino al campo profughi di Mar Elias di Beirut.  “In ogni posto dove mi sono trovato sono sempre stato uno straniero” – ci racconta Ahmad – “qui il liceo è stato il mio primo vero incontro con i libanesi. Il razzismo e l’intolleranza sono ancora diffusi e i campi sono mondi a parte distaccati dalla realtà”.  Ahmad fin dagli inizi con Al-Jana ha lavorato in teatro come storyteller e ha creato un suo personaggio, ispirato alla figura tradizionale palestinese di Nos Nsei (in arabo “la metà della metà della metà”), un ometto che rappresenta la forza intellettuale che prevale su quella fisica.

“Durante la guerra del 2006 ho tenuto un workshop al teatro Al Madina con dei bambini che hanno portato in scena le loro storie personali” – continua – “E’ stato un grande successo, il Ministero della Cultura ora ci sostiene in nuovi progetti e lavoriamo anche nelle scuole libanesi. Io vengo da un contesto in cui si guadagna al massimo per superare la giornata ed è duro vedere ancora oggi la vita del campo senza vie d’uscita. Voglio contribuire a sfatare i pregiudizi sui palestinesi in Libano e a dare una chance alle nuove generazioni. Al-Jana per me è stata l’esperienza che ha cambiato la mia vita, il che prova che il nostro lavoro ha un’influenza effettiva sulla realtà”. Nena News