Notizie dalla Giordania: palestinesi senza cittadinanza

The New York Times

13.03.2010

http://www.nytimes.com/2010/03/14/world/middleeast/14jordan.html?src=me

 

“Alcuni giordani di origine palestinese perdono la cittadinanza”

  di Michael Slackman

 

                                         

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Le foto di re Abdullah e della regina Rania di Giordania e il precedente leader palestinese Yasser Arafat appese al muro di una casa in un quartiere palestinese di Amman. Un recente rapporto segnala che circa 2.700 giordani di origine palestinese hanno perso la loro cittadinanza tra il 2004 e il 2008.

 

  



Amman - Giordania. Muhannad Haddad è cresciuto qui, è andato a scuola qui, ha trovato qui un lavoro in banca ed ha viaggiato all’estero con un passaporto sempre di qui. Poi un giorno le autorità gli dissero che non era più giordano e con un colpo solo lo privarono della cittadinanza compromettendo così le sue possibilità di viaggiare, studiare, lavorare, cercare assistenza medica, acquistare immobili e perfino guidare l’auto.
 

Le autorità per la verità gli dissero che lo stavano facendo per il suo stesso bene. Dissero che, come lui, migliaia di giordani di origine palestinese venivano spogliati dalla cittadinanza al fine di preservare il loro diritto a ritornare un giorno alla West Bank occupata o a Gerusalemme Est.

 

“Mi consegnarono un foglio dove stava scritto: ‘Lei adesso è palestinese’,” ha detto, ricordandosi di quella giornata tre anni fa che gli cambiò la vita.
 

In un rapporto intitolato “Stateless Again ” e pubblicato il mese scorso, Human Rights Watch ha dichiarato che 2.700 persone in Giordania hanno perso la loro cittadinanza dal 2004 al 2008, e che almeno altre 200.000 rimangano tuttora vulnerabili, per lo più coloro che a un certo punto decisero di emigrare all’estero  per cercarsi un lavoro.

 
Il governo dice che a fin di bene la richiesta che i giordani di origine palestinese che lasciarono la West Bank o Gerusalemme dopo la guerra nel 1967 mantengano validi i loro documenti israeliani. Gli analisti politici e gli ufficiali di governo hanno sostenuto che questa sia diventata di recente una questione molto urgente con l’emergere di un governo israeliano di destra e il relativo Ministro degli Esteri ultraconservatore Avigdor Lieberman.

 

“Non è un segreto che alcuni elementi in Israele vorrebbero vedere spopolate le aree palestinesi,” ha detto Nabil Sharif, il ministro giordano e portavoce governativo. “Noi non volgiamo concorrere a questa visione.”

 

Critici e attivisti di diritti umani tuttavia ne vedono una motivazione diversa. Hanno detto che il governo giordano ha agito per preservare i propri interessi, cercando di accontentare i giordani non palestinesi riguardo alla crescente influenza politica ed economica dei giordani di discendenza palestinese, un’accusa che il Sig. Sharif respinge. Dicono anche che la Giordania possa temere i discorsi che portano a dichiararla alla stregua di una patria palestinese alternativa a quella di uno stato palestinese nella West Bank e nella Striscia di Gaza.

 

I critici accusano il governo di agire in modo arbitrario, spesso separando le famiglie tra cittadini e non-cittadini, a volte basandosi sull’orario della loro nascita, e inoltre di non rendere effettivamente possibile il ricorso in appello contro le decisioni in materia di cittadinanza.

 

Per anni ormai, gli ufficiali giordani esprimano preoccupazione per il mantenimento dell’equilibrio demografico in un paese di sei milioni di persone, diviso abbastanza in modo paritario tra coloro della sponda orientale del fiume Giordano - considerati giordani autoctoni - e quelli dalla sponda occidentale (West Bank).

 

“Il governo non sta facendo questo per sostenere il diritto al ritorno dei palestinesi,” ha detto Fawzi Samhouri, direttore di un’organizzazione a Amman, la capitale giordana. Piuttosto, dice, il governo sta rispondendo alle pressioni politiche domestiche  perché “alcune persone pensano che queste procedure ridurranno la percentuale della popolazione d’origine palestinese.”

 

Nelle interviste, sette uomini palestinesi che persero la cittadinanza hanno descritto una simile catena di eventi. Dissero che avveniva durante un’interazione di routine con lo stato - il rinnovo della patente, un passaporto o un documento che comprovava il proprio servizio militare. In ciascun caso, dissero, un impiegato registrava in un computer il nome della persona, o il nome di un familiare, e diceva al richiedente che c’era un problema e che occorreva che andasse al Ministero degli Interni e all’Ufficio Ispettivo per dare seguito alla pratica.

 

I palestinesi di origine giordana sanno che significa essere inviati a quel ufficio. Quasi sempre sono rogne.

 

Amran Al-Tarsha, 29, riporta che l’addetto nell’ufficio prese tutti i suoi documenti e li mise in un cassetto chiudendolo a chiave. “Mi ha detto di tornare a cada.”

 

Muhamad Ramadan, 23, dice che tutti nella sua famiglia hanno perso la cittadinanza quando il suo padre fece richiesta della carta d’identità per sua sorella. Per lei, dice, una formazione universitaria era a quel punto praticamente impossibile in quanto non era più conveniente dato che i non-cittadini pagano delle rate più alte. Il suo fratello adesso non può più lavorare nella sua professione come farmacista in quanto solo cittadini sono ammessi nel relativo albo. E non poteva procurarsi un lavoro governativo in quanto solo i cittadini potevano lavorare per il governo.

 

“Sono palestinese-giordano”, ha detto. “Non sono mai stato in Palestina, né io né la mia prole”.

 

Come altri, la famiglia del sig. Haddad è legata agli anni di turbolenza nella regione. Suo padre fuggì dalla sua casa nel 1948 quando Israele fu creata, e divenne un cittadino Giordano e viaggiò a Gerusalemme, dove incontrò la sua futura moglie. I due crearono la loro casa a Amman.

 

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Muhannad Haddad è cresciuto in Giordania ma le autorità gli hanno negato la cittadinanza e quindi impedito di viaggiare, studiare, lavorare, acquistare proprietà o guidare.

 

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Amran al-Tarsha dice che un ufficiale governativo gli ha confiscato tutti i suoi documenti giordani.

 

Nel 1980, tuttavia, la sua madre rientrò a Gerusalemme per stare vicino alla sua famiglia e per dare alla luce il suo figlio, Muhannad. Ella lo registrò con dei documenti israeliani e ritornò a casa dove suo figlio crebbe. 

 

Quando raggiunse i 16 anni, egli non appariva più sulla carta d’identità di sua madre, andò in Israele per farsi rilasciare una per sé. Disse che rifiutarono di dargliene uno e quindi ritornò in fine a Amman. Poi l’anno scorso cercò di rinnovare la patente di guida e gli fu detto di presentarsi al malaugurante ufficio del ministero degli interni. 

 

La zia del Sig. Haddad, Hitaf Barakat, ha confermato i dettagli del racconto del suo nipote. “No può tornare indietro, non può lavorare qui, non può immigrare all’estero, nonostante che sua madre, padre e fratello mantengono la loro nazionalità qui,” ha detto la Sig.ra Barakat, che lavora con un’agenzia in Giordania di assistenza ai rifugiati. 

 

Il governo dice che ciò non ha niente a che fare con l’equilibrio demografico, che i numeri sono troppo piccoli e che solo una frazione della popolazione palestinese è soggetta a questa verifica. Dice che questo processo sta andando avanti dal 31 luglio 1988, quando il Re Hussein tenne un discorso in cui dichiarava di rinunciare a qualsivoglia rivendicazione di sovranità sulla West Bank e Gerusalemme Est.

 

La Giordania annesse quelle terre nel 1950 e fornì tutti i residenti con la cittadinanza giordana. Quando Israele occupò la West Bank e Gerusalemme Est dopo la guerra del 1967, la Giordania mantenne qualche controllo amministrativo e responsabilità finanziaria.

 

Ma nel 1988, mentre infuriava la prima Intifada, il Re Hussein annunciò che la l’organizzazione per la liberazione della Palestina avrebbe svolto il ruolo del unico rappresentante della popolo palestinese. Annunciò che tutti i palestinesi che vivevano in Giordania avrebbero mantenuto la cittadinanza giordana mentre coloro che vivevano nei territori occupati sarebbero considerati palestinesi. Non fece menzione dei palestinesi che emigrarono all’estero, inclusi le centinaia di migliaia che vivevano e lavoravano nel Golfo persico.

 

I regnanti giordani furono scossi nel 1991, dopo che il Presidente Saddam Hussein del’Iraq occupò il Kuwait e centinaia di migliaia di palestinesi con passaporto giordano fuggirono in Giordania.

 

“I giordani percepivano che si stava creando una situazione molto pericolosa,” dice Ali Mahafzah, un professore di storia alla Jordan University. “I Palestinsi potevano diventare una maggioranza nel paese.”

 

Questo timore, tuttavia, non fu sufficiente a far sì che le autorità li allontanassero. “Avevamo bisogno di loro economicamente. In quel periodo era contrario al nostro interesse economico respingerli nella West Bank.

 

Sembra che molte di queste persone sono quelle che sono a rischio adesso, anche se non solo loro. Il governo sostiene di aver emesso delle direttive che richiedono a tutti i palestinesi, ai quali furono un tempo rilasciati documenti israeliani dopo l’occupazione del 1967, di conservare quei documenti per mantenere la loro cittadinanza.

 

Le autorità dichiarano che è fatto obbligo su ciascun palestinese di far ritorno in Israele ogni tre anni - per conservare il loro diritto al ritorno alla terra occupata e come prerequisito per mantenere la loro cittadinanza giordana.

 

Un portavoce israeliano, che rifiuta di farsi riconoscere, ha sostenuto che secondo la legge marziale vigente nella West Bank, i cittadini palestinesi che lasciarono l’area dopo il 1967 e prima del 1988 potrebbero perdere la loro cittadinanza dopo tre anni, ma avrebbero avuto un periodo aggiuntivo di tre anni per rivendicarla.

 

Il portavoce ha detto che le decisioni potevano essere impugnate in appello presso un comitato congiunto israelo-palestinese, anche se ha ammesso che il comitato non si riuniva da anni.