Capricci dei soldati israeliani al check point di Betlemme

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“Una soldatessa sembrava divertita nel chiudere i cancelli e costringeva i lavoratori palestinesi a fare tardi al lavoro, eppure questa durezza di cuore non è che migliorasse la sicurezza del paese”, scrive un autore anonimo sul quotidiano Haaretz

(traduzione dal testo originale di Alessandra Mincone)

Roma, 28 novembre 2018, Nena News - Nei giorni scorsi il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un lungo racconto dal posto di blocco tra Betlemme e Gerusalemme, attraversato ogni giorno da migliaia di manovali palestinesi che lavorano in Israele. L’autore,  uno studente che ha chiesto l’anonimato temendo conseguenze per il proseguimento dei suoi studi all’Università Ebraica, racconta di un tour con una sua amica giunta a fargli visita.

“Sono passati quasi due anni da quando sono arrivato in Israele per studiare all’Università Ebraica di Gerusalemme. – scrive l’autore – All’inizio del primo mese una cara amica venne a visitarmi. Dopo averla accompagnata a Tel-Aviv per un giro in bicicletta in città, e dopo aver condiviso un ottimo pasto in un ristorante vicino Carmel Market, l’ho mandata a Gerusalemme per un tour della Città Vecchia. Dopo, ci siamo diretti a Betlemme, in Cisgiordania. Lì trascorremmo una notte affascinante. La mattina seguente la mia amica ha continuato un tour della città tipicamente turistico, mentre io cercavo la via del ritorno fino al Monte Scopus, per una lezione. L’hotel dove eravamo stati era vicino al valico di frontiera controllato dall’esercito. Dopo aver consultato lo staff dell’hotel, scelsi di tornare a piedi a Gerusalemme, passando per un incrocio nelle vicinanze, con l’intenzione di salire su un autobus dall’altra parte della barriera di separazione”.

“Devo confessare – prosegue l’autore del racconto – che mentre mi dirigevo verso il check-point ero teso. Da quando sono arrivato in Israele, ho attraversato questi check-point parecchie volte, ma sono sempre stato in auto circondato da amici. Questa volta ero da solo, a piedi. Mentre camminavo lungo Hebron Street, passavo vicino a venditori ambulanti che mi offrivano da mangiare, e tutta la gente intorno mi augurava un “buongiorno”. La strada finiva alla barriera di separazione, e da lì continuavano tre corsie identiche che erano separate da barriere di cemento alte fino alle spalle, su cui c’era una rete di ferro costruita come una specie di gabbia”

L’autore riferisce di non aver visto alcun segnale indicasse dove andare quindi, aggiunge, “seguii due uomini e una donna. La donna era anziana e camminava lentamente, ma mi sembrava inutile sorpassarla. L’ho seguita finché non raggiungemmo un cancello girevole che per qualche ragione era serrato. Dieci palestinesi erano lì ad aspettare. Per molti minuti non accadde nulla, poi gli uomini iniziarono a urlare, sperando che le loro voci facessero in modo che i soldati dall’altra parte del muro aprissero il cancello. Non ha funzionato”.

“Un giovane – continua il racconto pubblicato da Haaretz – un uomo ha rinunciato ed è tornato indietro; dopo avremmo sentito la sua voce dalla corsia vicina. Si è scoperto che si poteva passare da quella corsia, e lui disse agli altri di fare così. Siamo corsi tutti in quella corsia, e mi sono chiesto perché i soldati non avessero segnalato alle persone dove attraversare. Siamo passati uno alla volta…Dall’altra parte c’era un sentiero principale verso quello che sembrava un sito in costruzione, un’ampia area d’attesa con molte persone. È qui che vengono controllati i documenti e vengono effettuati controlli di sicurezza con i metal detector”.  Lo studente universitario a questo punto dice di aver visto quattro porte girevoli, tutte chiuse a chiave. “C’era una X rossa sopra ciascuna porta – scrice – che indicava il divieto di entrare, ma c’era una linea di fronte a ognuna di essa. Ero l’unico turista straniero e l’unico con uno zaino. Le studentesse intorno a me mantenevano libri di scuola, le donne portavano borsette o sacchetti di plastica. Gli uomini non portavano nulla che non potessero infilare in una tasca”

L’autore a questo punto riferisce delle facce avvilite dei presenti. “Sono stato intrappolato in questa folla per quindici minuti – continua – senza ricevere alcuna istruzione. Non c’era alcuna spiegazione del perché i cancelli fossero chiusi quando i lavoratori devono andare a lavorare a Gerusalemme; né c’era alcun indizio su quando le porte si sarebbero aperte.Alcuni uomini, disperati, cercarono di passare tra le ringhiere metalliche, senza successo; neanche un bambino sarebbe passato. Gli altoparlanti lungo il muro erano muti e sembrava che il passaggio fosse stato abbandonato dall’esercito”.

Lo studente getta la spugna e torna indietro. “Incontrai tre soldati – racconta – che videro la mia faccia ovviamente perplessa, ma scelsero di ignorarmi. Quando ho chiesto loro se i cancelli sarebbero stati aperti, si sono rifiutati di dirmi quando. Sono tornato alla fila di fronte a uno dei cancelli, scegliendo a caso il lato destro. I minuti passavano, e la lezione che avrei dovuto seguire presto sarebbe iniziata. Ero impaziente, teso e sorpreso dalla calma delle persone intorno a me – quattro file di persone, che aspettavano con facce avvilite.

Passata mezz’ora un anziano si avvicina al giovane per suggerirgli di tornare a Betlemme e provare a raggiungere Gerusalemme su un bus per turisti. “Sapevo che sarei stato definitivamente in ritardo se avessi scelto quella strada- prosegue lo studente – Chiesi a lui quanto ancora pensava che avremmo dovuto aspettare, e mi rispose con gentilezza che non poteva saperlo. Mi chiese se fosse così anche in Europa – era chiaro che non facevo parte di quella moltitudine. Gli dissi che ovviamente non era così”.

E poi, con nostra sorpresa, scrive l’autore dell racconto,  “il nostro cancello si aprì senza ragione, proprio come era stato chiuso, senza alcun criterio. Al posto della X rossa apparve una freccia verde; per fortuna, era il cancello davanti alla mia corsia. L’altra porta rimase serrata. Passarono quattro persone e dopo qualche momento altri quattro furono autorizzati a passare. Le linee di fronte alle altre porte si interruppero mentre tutti si affrettavano ad unirsi alla nostra linea, con molto disordine e sovraffollamento”.

Con “appena” venti persone davanti il giovane pensa che l’incubo sarebbe finito. Invece all’improvviso, la freccia verde scomparve e riapparve la X rossa. “Passarono altri dieci minuti senza una spiegazione – rtiferisce – Poi ricomparve la freccia verde, ma questa volta in un’altra corsia, dove l’unico rimasto se n’era andato. È difficile descrivere l’intensità della lotta per ritornare in quella linea. Le persone che erano all’inizio della corsia di destra, adesso si trovavano in coda alla nuova porta della misericordia. Ora anch’io mi trovavo molto più lontano dall’ingresso tanto cercato. Il cancello di sinistra lasciò passare qualche persone e poi anch’esso si richiuse senza alcun motivo. Passarono molti minuti e la freccia verde apparve su un’altra porta. Ci fu un assalto, questa volta più disperato. Andai in panico fino a quando il trambusto non si placò, ma poi il cancello si chiuse di nuovo con un’ altro che fu aperto”.

L’autore quindi riferisce dell’ansia generale. “Com’è facile trasformare una folla tranquilla in un caos – sottolinea – La gente iniziò a scavalcare oltre le barriere metalliche che separano i cancelli, spingendosi a vicenda, provando a entrare in due quando il cancello si apriva. Quando accadeva, una voce femminile, di una soldfatessa arrivava dall’altoparlante dicendo in arabo “wahad, wahad” – “uno alla volta”. Sembrava divertita e mi resi conto che poteva vedere la scena su uno schermo; è stato davvero simpatico per lei. Era lei a controllare il gioco dei cancelli, bloccando quelli in cui tutti erano in fila, aprendo quelli dove non c’era nessuno, e ripetendo sempre questo scherzo. Realizzai che ad ogni varco avrebbe potuto informare la folla disperata su quando e dove si sarebbero aperti i cancelli, ma sceglieva di non farlo. Il gioco continuò fino a che finalmente passai sotto una freccia verde verso il mondo oltre. Una donna soldato, dietro un recinto di vetro protettivo, guardò impassibile il mio passaporto europeo, indicando con un cenno che potevo procedere”.

Uscito finalmente dal check-point, lo studente racconta di essersi diretto verso un autobus con a bordo una scolaresca e alcuni operai… “Persi la mia lezione – aggiunge – allo stesso modo in cui loro tardarono…Comprammo i nostri biglietti e alla fine ci guidarono, ma in seguito due donne soldato salite sull’autobus, scelsero a caso tre passeggeri per partire con l’autobus. I biglietti che avevano pagato ormai erano inutili, e avrebbero dovuto subire di nuovo il controllo di sicurezza. Compresi che quello che io avevo sopportato quella mattina, loro lo passano ogni giorno”.