INTERNAZIONALE 1281- 9.11.2018

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Da sapere: La carriera di Netanyahu

1984-1988 Ambasciatore di Israele all’Onu.

1988-1991 Viceministro degli esteri.

Marzo 1993 È eletto leader del partito di destra Likud.

1996-1999 Primo ministro di Israele.

1999 Sconfitto alle elezioni, si dimette dalla Knesset e dalla dirigenza del partito.

2002-2003 Ministro degli esteri. 2003-2005 Ministro delle Finanze. Si dimette per protesta contro il ritiro dei coloni da Gaza.

Dicembre 2005 Torna alla guida del Likud.

Marzo 2009 S’insedia di nuovo come primo ministro.

Gennaio 2013 È rieletto primo ministro. Marzo 2015 Vince le elezioni e ottiene il quarto mandato da capo del governo.

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Nel suo ruolo di ambasciatore, Netanyahu fece poco più che mettere abilmente in pratica l’hasbara, fu un “demagogo di poco spessore”, come l’ha descritto Reuven Rivlin, capo della sezione di Gerusalemme del Likud e oggi presidente di Israele. Ma aveva un alleato prezioso in Moshe Arens, che nel 1988 convinse il primo ministro Shamir a nominarlo vice ministro degli esteri. Netanyahu assunse un collaboratore non ufficiale: Avigdor Lieberman, un colono estremista della Moldova, nove anni più giovane di lui, ex buttafuori di un nightclub. Anche se Arens era il suo capo, Bibi faceva fatica a contenersi, e a un certo punto definì la politica estera statunitense “basata sulle bugie e sulla distorsione dei fatti”. Robert Gates, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale, nelle sue memorie ha scritto: “Ero offeso dalla sua disinvoltura e dalle critiche alla politica degli Stati Uniti, per non parlare della sua arroganza e della sua ambizione sfrenata”.

Ma l’obiettivo di Netanyahu era conquistare il Likud, non la pace in Medio Oriente. Alla fine Netanyahu fu eletto leader del Likud, con il 52 per cento dei voti degli iscritti al partito. Si circondò di israeliani di destra che erano nati negli Stati Uniti o ci avevano passato molto tempo.

Punti di vista

“Pochi politici hanno avuto una carriera così lunga e intensa senza che il loro punto di vista si evolvesse”, scrive Pfeffer. Questo punto di vista è chiarito in un libro scritto nel 1993, A place among the nations, in cui Netanyahu sostiene che il conlitto araboisraeliano non ha niente a che fare con “i palestinesi, i conini o i profughi. Non c’entra nemmeno Israele. Nasce da un implacabile odio arabo e musulmano verso l’occidente, e verso Israele come avamposto dell’occidente in Medio Oriente”. Solo la “pace della deterrenza” può tenere a bada gli arabi; un compromesso territoriale è impensabile, anzi è un tradimento. “Sei peggio di Chamberlain”, disse al primo ministro Rabin alla knesset (il parlamento israeliano) nell’agosto del 1993, quando venne rivelato per la prima volta il contenuto dei negoziati di Oslo. Ai funerali di stato la vedova di Rabin, Leah, rifiutò di stringergli la mano. “Non lo perdonerò finché vivrò”, disse.

Alle elezioni del 1996 Netanyahu sconfisse per pochi voti Shimon Peres. “Netanyahu è un bene per gli ebrei” era lo slogan della sua campagna elettorale. “Gli ebrei hanno battuto gli israeliani”, commentò Peres, alludendo alla cupa mentalità da shtetl (il villaggio ebraico dell’Europa orientale) che, secondo lui, divide il revisionismo di Netanyahu dall’etica fiduciosa dell’ebreo israeliano promossa da Ben-Gurion.

Nel suo discorso inaugurale, Netanyahu promise di incoraggiare “il pionierismo dei coloni” e non fece alcuna distinzione tra i due versanti della Linea verde che separa i confii precedenti al 1967 tra Israele e i Territori occupati: “I coloni sono i veri pionieri dei nostri giorni e meritano il nostro sostegno e apprezzamento”

Provocatorio e maldestro

Diventando primo ministro…Subito dopo il suo primo incontro con Arafat, Netanyahu annunciò la costruzione di 1.500 case nelle colonie e minacciò di chiudere il ministero dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) a Gerusalemme Est. Nel tentativo evidente di affermare la sovranità ebraica su Gerusalemme, fece aprire l’uscita del tunnel degli Asmonei che collega la Via dolorosa con il Muro occidentale. Dato che l’uscita si trova nel quartiere musulmano della Città vecchia, era ovvio che la decisione avrebbe fatto infuriare i palestinesi.

Alle elezioni del 1999 Netanyahu fu sconfitto da Ehud Barak, che aveva l’appoggio di David Levy, il suo rivale nel Likud. Negli Stati Uniti cominciò a presenziare ai comizi evangelici dei contestatori di Clinton come Pat Robertson e Jerry Falwell, forgiando l’alleanza tra Israele e la destra evangelica statunitense che oggi è alla base del trumpismo.

Alle elezioni del 1999 il suo messaggio non passò. Ma, come sottolinea Pfeffer, l’uomo di marketing ebbe l’intuizione di capire che la politica si stava spostando dalla piazza a internet e che i messaggi stavano assumendo un’importanza fondamentale.

Nel 2009 tornò al potere, con Barak come ministro della difesa. Il ministro degli esteri (diventato in seguito ministro della difesa) era il suo vecchio amico, l’irriducibile colono moldavo Avigdor Lieberman, che dichiarava che i cittadini palestinesi d’Israele dovevano essere costretti a prestare un giuramento di fedeltà per non perdere la cittadinanza.

Vantaggi collaterali

Nell’estate del 2012 valutò di compiere un attacco preventivo agli impianti nucleari iraniani poco dopo un’esercitazione congiunta con le forze armate di Washington e due settimane prima delle elezioni presidenziali statunitensi.

Netanyahu fece un’intensa opera di lobbying contro itentativi di Obama di raggiungere un accordo pacifico sul programma nucleare iraniano. In realtà la diplomazia di Obama verso l’Iran ha avuto i suoi vantaggi collaterali che, come osserva Pfeffer, “hanno liberato Netanyahu dall’obbligo di fare progressi con i palestinesi”.

Falciare il prato

I palestinesi pagano un prezzo molto alto per la resistenza all’occupazione, violenta o non violenta. L’esercito israeliano usa l’espressione “falciare il prato”. Pfefer scrive che durante il mandato di Netanyahu “il tasso delle vittime è stato il più basso della storia di Israele”, ma tiene conto solo dei morti israeliani. Solo nella guerra nella Striscia di Gaza del 2014 sono stati uccisi più di duemila palestinesi, due terzi dei quali civili, mentre il bilancio delle vittime israeliane è stato di 64 soldati e sei civili. La risposta di Netanyahu è stata accusare Hamas di usare “i morti telegenici palestinesi per la propria causa”, e la maggioranza degli israeliani è convinta che sia così.

Un tempo i progressisti israeliani si consolavano con il pensiero che all’interno della Linea verde le cose fossero diverse: passare dalla Cisgiordania a Israele significava entrare in una vivace democrazia. In realtà questa è sempre stata una favola: la democrazia israeliana non è mai stata estranea all’occupazione o al governo militare autoritario imposto ai palestinesi dal 1948 al 1966, un anno prima che cominciasse l’occupazione. I progressisti, però, potevano sfoggiare le libere elezioni e la vivacità della stampa del paese come prova della vitalità democratica, almeno per gli ebrei. Con Netanyahu, non solo l’occupazione si è consolidata, ma il confine tra Israele e i Territori occupati è diventato ancora più sfumato.

Israele è diventato ufficialmente quello che di fatto è sempre stato: una democrazia herrenvolk (il termine tedesco per indicare la razza eletta, usato dai nazisti per descrivere la razza ariana), dove solo gli ebrei hanno la cittadinanza piena e i non ebrei sono nel migliore dei casi una minoranza tollerata; dove un immigrato di Miami o di Mosca può guardare dall’alto in basso un cittadino nativo palestinese la cui famiglia ha vissuto ad Haifa o a Nazareth per secoli. L’arabo, in passato una lingua ufficiale, è stato declassato a “lingua a statuto speciale”.

Amici e nemici

Appoggiato da Trump e dai sionisti evangelici, l’Israele di Netanyahu non ha bisogno degli ebrei, almeno non di quelli inaffidabili della diaspora. Non è chiaro dove porterà tutto questo. Netanyahu, per il momento, sembra euforico, forte dei suoi legami con Trump, dell’espansione dei commerci con l’Asia e della complicità dei regimi sunniti. La posizione strategica di Israele non è mai stata così forte e i suoi vicini non sono mai stati così deboli. Ma le scene dei manifestanti disarmati uccisi dai cecchini israeliani nella Striscia di Gaza sono un segnale del malcontento che cova sotto la cenere. Da quando Netanyahu è al governo, Israele ha accumulato un debito sostanzioso di sangue e lacrime. A differenza della carta di credito di sua moglie, questo debito prima o poi dovrà essere pagato.

L’AUTORE Adam Shatz è un giornalista statunitense della London Review of Books. Ha collaborato anche con il New Yorker, la New York Review of Books e il New York Times Magazine. È stato corrispondente da Algeria, Palestina, Libano ed Egitto.

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