INTERNAZIONALE 1281- 9.11.2018

Adam Shatz, London Review of Books, Regno Unito: Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è cresciuto all’ombra del fratello maggiore ed era considerato superficiale e ambizioso. Ma ha saputo cavalcare i cambiamenti politici del paese

Nel 2003 lo storico britannico Tony Judt scriveva sulla New York Review of Books: “Il problema di Israele non è – come a volte si dice – che è una enclave europea nel mondo arabo, ma che è arrivato troppo tardi. Israele ha importato un progetto separatista tipico della fine dell’ottocento in un mondo che nel frattempo è andato avanti, un mondo di diritti individuali, frontiere aperte e diritto internazionale. L’idea stessa di uno ‘stato ebraico’ – in cui gli ebrei e la religione ebraica hanno privilegi dai quali i cittadini non ebrei sono perennemente esclusi – affonda le radici in un’altra epoca e in un altro luogo. In altre parole, Israele è un anacronismo”.

Oggi sono le certezze progressiste e internazionaliste di Judt a sembrare un anacronismo, mentre Israele – una “società ibrida di antiche fobie e speranze hi-tech, una combinazione di tribalismo e globalismo”, come la descrive il giornalista israeliano Anshel Pfeffer – sembra sempre di più l’embrione di un nuovo mondo governato da paure ataviche, il cui sintomo più grave è la presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti.

Pfeffer, corrispondente del quotidiano israeliano Haaretz, ha scritto una biografia di Benjamin Netanyahu con l’obiettivo di spiegare l’Israele di oggi. Si può dire tutto dei predecessori di Netanyahu, ma ognuno aveva il suo fascino, dall’autodisciplina monastica di David Ben-Gurion all’ingordigia di Ariel Sharon. Al confronto, Netanyahu appare come una figura vuota: un “uomo di marketing”, come l’ha definito lo storico britannico Max Hastings, che lo intervistò mentre scriveva la biografa del fratello Yonatan.

Eppure Netanyahu non può essere messo da parte, e tanto meno si possono negare le sue capacità di sopravvivenza. Se le accuse di corruzione non lo costringeranno a lasciare l’incarico prima del luglio 2019, diventerà il premier più longevo della storia di Israele, superando Ben-Gurion.

A suo agio

La democrazia israeliana è ormai screditata tra i progressisti occidentali, ma Netanyahu non si preoccupa di quello che pensano i progressisti, la cui influenza è in declino in un’epoca di demagogia populista. Trump, Putin, Modi, Orbán: Netanyahu non potrebbe sentirsi più a suo agio in un mondo di uomini forti nazionalisti. Senza cedere un millimetro dei Territori occupati, si è assicurato l’appoggio degli stati arabi sunniti paralizzati dalla paura dell’Iran sciita, stanchi dei palestinesi e incapaci di esercitare pressioni su Israele. La resistenza palestinese in Cisgiordania si è praticamente spenta.

Gli ebrei israeliani – oltre 600mila dei quali vivono nelle colonie – non hanno più motivo di pensare ai palestinesi. La maggioranza degli ebrei israeliani considera l’assedio della Striscia di Gaza, che ha reso il territorio quasi inabitabile, un prezzo accettabile da pagare per la “sicurezza”, anche se la sofferenza provocata dall’assedio è proprio la causa della loro insicurezza. I cittadini palestinesi di Israele, circa il 20 per cento della popolazione, la pensano diversamente, ma ormai sono considerati dei paria.

L’Israele di Netanyahu è l’incarnazione di quello che Zeev Jabotinsky, l’eroe di suo padre, chiamava “un muro di ferro di baionette ebraiche”. Jabotinsky, uno dei fondatori del revisionismo sionista, sognava un Israele su entrambe le rive del Giordano. Netanyahu ha accettato il dominio hascemita in Giordania, ma nel suo impegno per la costruzione di un Grande Israele e nell’opposizione all’autodeterminazione dei palestinesi resta figlio di suo padre. Nato nel 1910 a Varsavia in una famiglia sionista, Benzion Mileikowsky si era stabilito a Gerusalemme nel 1924 ed era entrato a far parte della Hatzohar, l’Unione mondiale dei sionisti revisionisti, un’organizzazione laica di destra influenzata dal nazionalismo. Adottò lo pseudonimo del padre, “Netanyahu”.

“Bibi” per i familiari, nacque a Tel Aviv nel 1949, tre anni dopo il fratello Yonatan (Yoni). Il terzogenito, Iddo, nacque nel 1952. I tre figli furono sradicati nel 1963 quando il padre, convinto di essere sulla lista nera del mondo accademico, si trasferì con la famiglia a Elkins Park, un sobborgo di Philadelphia. Per una famiglia revisionista lasciare Israele era un’umiliazione: gli ebrei che emigravano erano chiamati yordim, quelli che “vanno giù” (mentre gli immigrati fanno la aliyah e “ascendono”)…

All’inizio Yoni si accontentò di predicare il sionismo ai compagni di classe, ma nel 1964 tornò in Israele per fare il paracadutista, realizzando la fantasia paterna del guerriero ebraico che difende la sua terra dagli arabi, considerati “una marmaglia di cavernicoli”.

Una settimana prima dello scoppio della guerra del 1967 Bibi andò in Israele. In seguito ha raccontato di averlo fatto per combattere per il suo paese, ma secondo Pfeffer il motivo principale era che sentiva la mancanza di Yoni. Tornato in Israele, Bibi svolse il servizio militare ed entrò nel Sayeret Matkal, un corpo di forze speciali d’élite la cui esistenza restò ufficialmente segreta ino al 1992. Anche se era più tarchiato del fratello maggiore, Bibi aveva una straordinaria prestanza fisica e rimase nell’esercito per cinque anni. Partecipò a molti attacchi oltreconfine, tra cui la battaglia di Karameh in Giordania nel 1968, dove combatté contro i guerriglieri palestinesi comandati da Arafat. Nel maggio del 1972 fu ferito alla spalla dal fuoco amico durante l’operazione di salvataggio del volo SN 571 della compagnia belga Sabena, dirottato dai militanti palestinesi di Settembre nero.

Bibi avrebbe potuto proseguire la carriera militare come Yoni, ma aveva ambizioni più mondane. Due mesi dopo il salvataggio dell’aereo della Sabena tornò negli Stati Uniti con la idanzata, Miki Weizmann, che sposò poco dopo. S’iscrisse al corso di laurea in architettura e urbanistica del Massachusetts institute of technology (in seguito prese una seconda laurea alla scuola di management). Tornò a farsi chiamare Ben e cambiò il cognome in “Nitay” perché gli americani avevano difficoltà a pronunciare Netanyahu. Era il tipico miscuglio di zelo assimilazionista e disprezzo per l’unico paese dove ha avuto una parvenza di vita da civile (da adulto, in Israele ha conosciuto solo la carriera militare e quella politica). Pochi mesi prima dello scoppio della guerra del 1973 convinse Yoni, all’epoca vice di Ehud Barak nel Sayeret Matkal, a trascorrere il semestre estivo ad Harvard. Pur condividendo l’ammirazione di Bibi per l’energia imprenditoriale statunitense, Yoni era disgustato dagli attivisti antimilitaristi, soprattutto se ebrei.Entrambi i fratelli parteciparono alla guerra; Bibi ha raccontato di essere stato al ianco di Ariel Sharon ed Ehud Barak lungo le rive del canale di Suez, ma Barak non ricorda di averlo incontrato in quella circostanza.

Verso la luce

L’evento che sconvolse la vita del giovane Netanyahu avvenne nel luglio del 1976, quando Yoni fu ucciso all’aeroporto di Entebbe, in Uganda, durante la missione di salvataggio degli ostaggi israeliani ed ebrei del volo Air France 139, dirottato da quattro esponenti di una cellula tedesca del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

Incaricato dalla famiglia di scrivere la biografia di Yoni, Max Hastings descrive BIbi come un uomo solitario, scontroso e testardo come il padre, ma senza il suo cervello. Nelle sue memorie Hastings definisce l’incontro con i Netanyahu “uno degli episodi più penosi della mia carriera” e racconta che Bibi si vantava: “Nella prossima guerra avremo l’occasione di buttare fuori tutti gli arabi, liberare la Cisgiordania e sistemare Gerusalemme”. Il razzismo di Bibi, osserva Hastings, non si limitava agli arabi: “Faceva battute sulla brigata Golani, la forza di fanteria in cui c’erano molti ebrei nordafricani o yemeniti. Ridacchiava: ‘Va bene, basta che siano comandati da ufficiali bianchi’”.

Nonostante le spacconate, “Ben Nitay” faticò a emergere per buona parte degli anni settanta.

(Nel 1981 ndr)Netanyahu ottenne il suo primo incarico politico, come vicecapo missione sotto Moshe Arens, l’aggressivo nuovo ambasciatore israeliano negli Stati Uniti. Netanyahu si mise in luce nella Washington di Ronald Reagan, dove il liberismo e il revisionismo sionista erano i due pilastri concettuali di centri studi di destra …Anche se i “principi” del Likud lo snobbavano, nel 1984 Netanyahu convinse Shimon Peres, il leader del Partito laburista, a nominarlo ambasciatore all’Onu.

(segue parte 2)