Dietro la palpabile energia cinetica ed il dinamismo visivo dell’ormai famosa fotografia,  si nasconde una delle situazioni più disperate al mondo dal punto di vista dei diritti umani

26.10.2018

Un'immagine può dire più di mille parole, ma nel mondo di oggi sempre connesso, le buone immagini  possono generare ancora più retweet. Un'immagine virale presa a Gaza dal fotoreporter Mustafa Hassona, che raffigura un manifestante palestinese a torso nudo con in una mano una grande bandiera e nell’altra una fionda, ha realizzato entrambe queste imprese.

La fotografia è stata scattata mentre le proteste continuano al confine di Israele. Il ministero della salute di Gaza ha detto che 32 palestinesi sono stati feriti mentre i manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze israeliane, che hanno risposto con lacrimogeni e fuoco vivo. L'immagine ha provocato una grande reazione online, con gli utenti dei social che la hanno paragonata alla “Libertà che Guida il Popolo”, il dipinto icona della Rivoluzione Francese di Eugene Delacroix.

Dal momento in cui controlliamo assonnati i nostri telefoni al mattino, molti di noi sono bombardati da informazioni e immagini, alcune delle quali possono anche recare disturbo. Questa fotografia è innegabilmente sorprendente, ma la reazione online mostra un preoccupante tono di distacco, che sta diventando fin troppo comune, di fronte alla sofferenza umana.

Dipinti come quello di Delacroix hanno decorato  i muri dei musei per secoli. Incastonati in cornici dorate e cesellate,  protetti dal vetro, le loro figure sono lontane, ci presentano le fantasie romantiche di un mondo passato. Potrebbero basarsi su eventi storici, ma la nostra mente può facilmente decifrare che non c'è nulla di reale dietro la superficie piatta e oleosa della tela.

Ma la fotografia di Hassona non potrebbe essere più reale. Dietro la sua energia cinetica palpabile e il dinamismo visivo si trova una delle situazioni più disperate al mondo dal punto di vista dei diritti umani. 

Il portabandiera, identificato da Al Jazeera con il 20enne Aed Abu Amro, è uno dei quasi due milioni di persone intrappolate  nella piccola striscia di Gaza, impossibilitate ad andarsene. In quest'anno abbiamo visto centinaia di morti per mano delle forze israeliane, che sono state condannate dalle Nazioni Unite per aver usato "una forza eccessiva" contro i manifestanti. Tra i morti ci sono medici disarmati, come Razan al-Najjar di 21 anni. Un ragazzo di 12 anni è stato ucciso a colpi di arma da fuoco all'inizio di questo mese.

Un rapporto delle Nazioni Unite ha avvertito che il blocco di Israele farà diventare Gaza, la terza zona più densamente popolata del mondo, "inabitabile" entro il 2020. Il 97% dell'acqua potabile del territorio è imbevibile e ci sono solo quattro ore di elettricità al giorno.

Questi fatti sono angoscianti da leggere. Ma questa situazione senza speranza è stata aiutata dai governi di tutto il mondo, consentendo quello che un giorno sarà universalmente riconosciuto  come un crimine contro l'umanità. Rendere romantica l’immagine di un uomo disperato che deve impugnare  le armi ci permette di giustificare la sua situazione e di distrarci dalla triste verità che, nel mondo reale, raramente David sconfigge Golia. Aed potrebbe morire oggi, domani o la settimana successiva. Se continua a protestare, è quasi inevitabile. La protesta è, ovviamente, una scelta. Ma è anche una scelta di Israele continuare ad infrangere la legge internazionale costruendo su terreni palestinesi e progettando di demolire villaggi palestinesi - un potenziale crimine di guerra. E’ stata una scelta degli Stati Uniti di infiammare deliberatamente la situazione spostando la propria ambasciata a Gerusalemme, causando inutili spargimenti di sangue e tormenti. Lasciato a soffocare senza una traccia di speranza in quella che è essenzialmente una prigione a cielo aperto dove il 50 per cento dei bambini non esprime la volontà di vivere, mentre il mondo guarda dall'altra parte, non c'è la possibilità che faremmo tutti lo stesso?

Nelle risposte più insignificanti, gli utenti dei social media hanno sottolineato la mascella e il fisico cesellati di Aed. Questa palese feticizzazione della sua sofferenza è oscena, ma l'idea che il dolore e l'angoscia dei gruppi emarginati sia un prezzo che vale la pena pagare per la bella arte è un'idea molto più antica persino dei dipinti di Delacroix.

Dall'attacco delle armi chimiche di Assad in Siria, ai corpi di bambini rifugiati ammarati  sulle spiagge d'Europa, le immagini hanno un potere radicale, che diffonde l'empatia e che può cambiare il mondo. Ma la reazione frivola  a  questo particolare scatto, nei confronti di   qualcuno che rischia veramente di essere colpito, rappresenta il nostro crescente distacco dal dolore e la mancanza di responsabilità collettiva nei suoi confronti.
Non facciamoci  ingannare da questa fotografia: non c'è nulla di bello o poetico nell'oppressione dei palestinesi. Oltre l'obiettivo, a Gaza c’è la costante desolazione di vite sprecate e di morti inutili  - questo non dobbiamo perderlo di vista.

Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus

https://www.independent.co.uk/voices/palestine-israel-gaza-protest-photo-conflict-middle-east-flag-blockade-a8602416.html?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR0H_XLrZAHpGYcKyhAQ_2T7ijuhgMRN9Y6pnA0c6tTJ0FqpXK129WbbdmI#Echobox=1540549835

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