La delegazione italiana del Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila ha incontrato la dottoressa Swee Ang, medico volontario al Gaza Hospital di Shatila ai tempi del massacro. Questo il suo racconto.
 
Grazie a Michele Giorgio per essersi reso disponibile come interprete.
 
La dottoressa Swee Ang è nata a Singapore, che è un paese che lavora con Israele e dove quest'ultimo è molto apprezzato. Nel 1974 si innamorò di un attivista per i diritti umani che poi fu arrestato e fuggì in Gran Bretagna. In seguito anche lei fu arrestata, il periodo trascorso in carcere la fece riflettere, così quando fu rilasciata raggiunse suo marito e continuarono insieme a lottare per i diritti umani e politici. Nel giugno del 1982 vide in televisione Israele bombardare il Libano nell'operazione Pace in Galilea e non riusciva a crederci. I mezzi di informazione dicevano che  i palestinesi e una parte dei libanesi erano terroristi e Israele voleva tenere sotto controllo la situazione, ma lei conosceva persone che avevano perso la casa e che non erano certo terroristi.
Dette le dimissioni dall'ospedale in cui prestava servizio e andò a lavorare in Libano. Arrivò a Beirut est, che è cristiana e quindi meno attaccata, e fu testimone dei bombardamenti che, secondo le fonti ufficiali, erano finalizzati a far uscire l'OLP dal libano. Lei, trasferitasi a Beirut ovest pensa di essere stata l'unica persona ancora pro israele ed era felice che l'OLP se ne andasse, anche grazie agli accordi mediati dagli USA con Philip Habib, ma non se ne andarono solo i soldati, se ne andarono anche medici, insegnanti e tutti quelli che lavoravano per l'OLP.  Ripensandoci erano 14.000 famiglie, persone che furono obbligate a lasciare la casa e la propria vita, ma, grazie al piano di Habib era passata la convinzione che non ci fosse più bisogno della protezione dell'OLP e che la pace nei campi sarebbe stata garantita dalle parti contraenti tramite forze internazionali.
Ci fu la tregua, le persone tornarono a casa per iniziare a ricostruire quello che era rimasto per poter iniziare una nuova vita. Lei andò a lavorare al Gaza Hospital come responsabile del dipartimento di ortopedia, e con l'incarico di riorganizzarlo perché era in condizioni drammatiche. I feriti che arrivavano a volte avevano 10 settimane di vita così decise di cercare di capire chi erano le persone che tornavano  nei campi,  volevano ricostruire le case e riportavano indietro i loro poveri averi e chiese loro se erano libanesi, ma, con sua grande sorpresa, rispondevano che erano palestinesi. Fino a quel momento aveva creduto che fossero tutti terroristi, ma evidentemente quelli non lo erano. Le raccontarono le loro storie, di come avevano perso la loro terra, la Palestina, di come erano diventati profughi e il loro sogno di tornare indietro. Imparò a conoscerli e ad amarli, conobbe  la loro generosità d'animo e così faceva il suo lavoro di chirurgo e imparava a conoscere la storia della Palestina.
Il 15 settembre i cacciabombardieri israeliani sorvolarono Beirut e i mezzi corazzati dal sud si spostarono in città. La Spiegazione ufficiale era che l'OLP aveva lasciato a Beirut 2000 terroristi combattenti e israele intendeva mettere fine a questa situazione. I carri armati circondarono i campi di Sabra e Shatila chiudendo tutti gli ingressi e le uscite. Naturalmente non c'erano terroristi, ma non c'era neppure nessuna protezione, c'erano i palestinesi del campo. Iniziarono a bombardare e c'erano feriti da arma da fuoco che arrivavano nel loro ospedale.  La dottoressa si prese cura di diversi civili, donne che al mattino cercavano di uscire per procurarsi del cibo per i bambini e che venivano colpite dai cecchini.
Visti gli attacchi che andavano avanti dal 48 i palestinesi avevano costruito dei rifugi sotto le case e questo fu importante perché gli operatori sanitari lì potevano fare il loro lavoro senza preoccuparsi degli spari. Ben presto fu possibile notare un  cambiamento nella tipologia delle ferite, all'inizio erano spari da lontano, ora da molto vicino. Era giovedì e arrivavano in ospedale molte famiglie pensando  che i medici potessero proteggerli, si sistemavano accampati da ogni parte. In breve tempo si arrivò alla mancanza di viveri e medicine e così la dottoressa andò i giro a vedere cosa accadeva e scoprì che l'obitorio era pieno. Poi andò in terapia intensiva a vedere una madre e un bambino che aveva appena curato e arrivò l'infermiera a dire che era rimasta una sola sacca di sangue, lei disse di darla alla madre, ma questa, che capiva l'inglese, disse che dovevano darla al figlio e dopo poco morì.
Cominciarono a sparare razzi illuminanti, la dottoressa dice che adesso sa cosa stava accadendo: stavano entrando nella case, uccidendo le persone, stuprando le donne. Il mattino successivo i responsabili dell'ospedale dissero alla persone di non andare lì perché avrebbero facilitato il lavoro dei miliziani che compivano le loro stragi dove c'erano tante persone. Capirono solo dopo che i palestinesi non potevano lasciare il campo e andarsene dall'ospedale per cercare una via d'uscita significava andare incontro alla morte. L'ultimo intervento che fecero fu su un ragazzo adolescente che si era salvato per miracolo perché avevano ucciso tutta la sua famiglia, gli avevano sparato tre pallottole ed arano convinti di aver ucciso anche lui, ma lui in realtà non era morto. Quel ragazzo si salvò, ma il sabato arrivarono gli israeliani ed ordinarono a tutti gli stranieri di lasciare il Gaza hospital.
I medici avevamo operato molte persone che necessitavano di assistenza e sapevano che se se ne fossero andati i pazienti avrebbero rischiato di essere uccisi. Si opposero e raggiunsero un compromesso per cui alcuni se ne sarebbero andati ma altri sarebbero rimasti facendo da scudi umani ai feriti. Mentre lasciavano l'ospedale la dottoressa vide che c'erano gruppi di persone che erano state radunate da persone armate ed erano terrorizzate e alcuni di questi miliziani, in apparenza libanesi, parlavano ebraico. Una donna impaurita cercò di affidarle il figlio ma le  puntarono le armi contro. Furono uccisi tutti e due mentre lei diceva "ammazzate me ma lasciate stare il bambino". Si resero presto conto che c'erano molti cadaveri in giro e alcuni erano stati uccisi 3 o 4 giorni prima.
La dottoressa dice che era cresciuta con una certa idea del popolo palestinese, ma in quel periodo capì chi erano veramente; dai documenti si vedeva che erano venuti dalla palestina per morire a Sabra e Shatila. I miliziani portarono i medici in una struttura, lei  non aveva paura di morire, ma aveva paura per i suoi pazienti, non era mai stata in Libano mentre i suoi colleghi, che conoscevano meglio la situazione avevano molta paura. Continuava a ripetersi che, se fosse sopravvissuta, avrebbe raccontato al mondo quello che era avvenuto. Queste esecuzioni finirono quando arrivò un generale israeliano e lei fu portata all'ambasciata americana, ma scappò e andò al Commodore hotel (sede delle agenzie di.stampa estere)  a cercare dei.giornali per vedere cosa si diceva e scopri che  c'erano cumuli di cadaveri.
Adesso che molti documenti dono stati desecretati abbiamo appreso che venero uccisi fra 3000 e 3500 rifugiati palestinesi. Diversi governi europei avevano ordinato ai  loro ambasciatori di lasciare le sedi diplomatiche. La dottoressa voleva tornare indietro per capire cosa era successo veramente, quante persone erano state uccise. Notò che i carri armati israeliani erano stati sostituiti da quelli libanesi. C'erano persone che piangevano i loro morti. Dopo la cacciata dell'OLP a Sabra e Shatila c'erano molte persone che si erano trasferite perché non sapevano dove andare o per ricostruire una casa e andarci ad abitare. Ci fu un annuncio preoccupante da parte della radio libanese che diceva che tutti palestinesi sarebbero stati trasferiti nella valle della Bekaa, quindi, oltre ad aver visto massacrare i loro cari dovevano anche affrontare la preoccupazione di essere trasferiti.
Il Gaza hospital fu chiuso e i pazienti smistati in varie strutture sanitarie e lei andava a visitarli e fu felice di trovare vivo l'ultimo ragazzo che avevano curato. La nonna che viveva a Rashidieh, quando seppe del massacro andò a Beirut a cercare i familiari e ne trovò 27 uccisi, tranne questo nipote e quando andò a trovarlo fu una scena molto triste. La donna disse "cosa altro posso dare alla Palestina? I miei fglii hanno combattuto Tal al Zaatar poi sono fuggiti a Sabra e Shatila. Qui ci sono i fiori, le case, ma i miei figli non ci sono più, Beirut mi ha preso tutto, posso solo sperare che le madri degli assassini possano provare la pena che provo io". Abbracciava le pietre tombali chiedendo loro di proteggere i suoi figli. "chiedevo a  tutti di portare buone notizie ma così non è andata. C'è una grande distanza fra noi, le lacrime si sono asciugate e i cuori si sono spenti chiedo al Signore che sia sempre con voi".  Uscita da questa conversazione devastata la dottoressa si chiedeva come avrebbero vissuto i rifugiati ora che stava arrivando l'inverno e molte case erano distrutte e come avrebbero vissuto i bambini che avevano visto uccidere i parenti e i genitori. Il ragazzo che aveva operato ha vissuto per 4 anni nella casa in cui erano stati trucidati i suoi genitori. Poi è andato a studiare negli Stati Uniti e si è fatto una vita li.