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Con la legge approvata dalla Knesset che definisce Israele ‘Stato nazionale per il popolo ebraico’ cade anche la formalità della democrazia a Tel Aviv

 

di Fabrizio Verde 19.7.2018
 

«Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente». Questa è la risposta pressoché immediata riservata a chi avanzi anche il minimo dubbio sull’azione repressiva e criminale che compie lo Stato ebraico nei confronti del popolo palestinese. Un tipo di argomentazione assai fallace utilizzata come fosse un mantra da tutto il mondo intellettuale e politico che sostiene l’illegale azione sionista. Da Saviano fino a Fiamma Nirenstein.

Adesso, con la legge approvata dalla Knesset, il parlamento israeliano, che definisce Israele ‘Stato nazionale per il popolo ebraico’ cade anche la formalità della democrazia a Tel Aviv. Perché se lo Stato è ebraico per definizione non può essere democratico. 

Israele è mai stato democratico?

…Come sottolineato Gideon Levy di Hareetz, la presunta democraticità di Israele non è mai esistita.

A confermarlo è un altro israeliano. Il professor Ilan Pappe. Lo storico e attivista in un articolo di appena un mese fa dall’eloquente titolo ‘No, Israele non è una democrazia’, spiega infatti perché la politica adottata dal regime di Tel Aviv può essere definita in molti modi, ma di certo non democratica. 

Scrive Ilan Pappe: «Lo stato ebraico non può, neanche con le più astruse contorsioni mentali, essere considerato una democrazia». Qualcuno afferma che prima del 1967 Israele fosse democratico. Anche in questo caso lo storico Ilan Pappe, interviene per smentire: «Prima del 1967, Israele non avrebbe assolutamente potuto essere definito una democrazia. (…) lo stato aveva sottoposto un quinto della sua popolazione alla legge marziale, basata sulle draconiane normative di emergenza mandatorie inglesi, che privavano i Palestinesi dei diritti fondamentali, umani e civili.

I governatori militari locali erano dei monarchi assoluti che dominavano l’esistenza di questi cittadini: potevano instaurare leggi speciali solo per loro, distruggere le loro case, i loro mezzi di sostentamento e incarcerarli a loro piacimento».

Altro esempio è la politica territoriale imposta a danno del popolo arabo e palestinese: «Oggi, più del 90% del territorio è di proprietà del Jewish National Fund (JNF). Ai proprietari terrieri è vietato impegnarsi in transazioni commerciali con cittadini non-ebrei e sul suolo pubblico hanno la priorità i progetti di interesse nazionale, il che significa che vengono costruiti nuovi insediamenti per gli Ebrei, mentre, in pratica, non ne esistono di recenti per i Palestinesi. Perciò, la più grande città palestinese, Nazaret, nonostante che dal 1948 abbia triplicato la sua popolazione, non si è espansa neanche di un chilometro quadrato, mentre la città di sviluppo costruita più in alto, Nazaret Superiore, ha triplicato le sue dimensioni, grazie ai territori espropriati ai proprietari terrieri palestinesi.

Altri esempi di questa politica si possono trovare nei villaggi palestinesi dell’intera Galilea, e tutti raccontano la stessa storia: di come siano stati ridimensionati del 40%, e talvolta anche del 60%, dal 1948 in poi e di come i nuovi insediamento ebraici siano stati edificati sui terreni espropriati.

Altrove, tutto questo ha dato inizio a tentativi di “ebraizzazione” totale. Dopo il 1967, il governo israeliano si era reso conto della scarsità di Ebrei a nord e a sud della nazione e così aveva cercato un modo per incrementare la popolazione in queste aree. Per una modifica demografica del genere, e la successiva edificazione di insediamenti ebraici, era indispensabile la confisca del territorio palestinese».

Senza dimenticare le incarcerazioni senza processo. Si calcola che un palestinese su cinque nella West Bank e nella Striscia di Gaza abbia subito questa esperienza. 

1,8 milioni di cittadini israeliani non sono ebrei ma arabo-israeliani. Questi si trovano in una condizione di non rappresentanza. Il ‘popolo invisibile’ lo ha definito lo scrittore David Grossman. 

Non hanno mai avuto, e mai avranno rappresentanza governativa. Pur se la loro coalizione, la Union List, nelle elezioni del 2015 è riuscita a conquistare ben 14 seggi divenendo la terza forza politica in Israele, l’identità ebraica risulta essere un requisito fondamentale per accedere al governo in quel di Tel Aviv. 

Vi sono alcune cifre reperibili in una relazione dell’Adva Centre di Tel Aviv risalente al 1998 che raccontano bene la condizione in cui sono costretti a vivere questi cittadini evidentemente di serie B, gli arabo-israeliani:  il loro reddito medio è quello più basso tra tutti i gruppi etnici che popolano il paese; 

il 42% di essi abbandona precocemente gli studi;

il tasso di mortalità infantile è doppio rispetto ai cittadini ebraici. 

Dopo vent’anni dalla redazione di questo illuminante rapporto la situazione dei cittadini arabo-palestinesi è notevolmente peggiorata. 

Con la legge che istituzionalizza l’apartheid la definizione formale di democrazia per lo Stato di Israele viene definitivamente a cadere. E con essa la residua credibilità dei difensori d’ufficio dei crimini sionisti.