Le sofferenze di Gaza sono ignorate dal mondo e dagli altri palestinesi. Agli abitanti non resta che manifestare, scrive il palestinese Muhammad Shehada

 

di Muhammad Shehada

Haaretz, 13.05.2018

https://www.haaretz.com/middle-east-news/.premium-how-west-bank-palestinians-have-abandoned-their-gazan-brothers-1.6077932

Traduzione da Internazionale n.1256

Nella foto,  Il funerale di Jaber Abu Mustafa a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, 12 maggio 2018

 

Gaza è tappezzata di murales e di immagini di Gerusalemme e della moschea Al Aqsa. Gerusalemme non è solo la città che noi palestinesi vorremmo come capitale, è anche il luogo che ogni abitante di Gaza vorrebbe visitare.

Ma i disperati tentativi per bloccare il piano unilaterale del presidente statunitense Donald Trump di cambiare lo status della città non hanno portato a nulla. Difendere Gerusalemme è diventata una causa persa. I palestinesi non sono mai stati così deboli, divisi e indifesi, e non sono mai stati così soli, abbandonati anche dai loro presunti alleati e dai loro leader.

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, annunciata a dicembre, ha suscitato proteste limitate, concentrate nelle aree più povere della cisgiordania e della Striscia di Gaza e represse in poche settimane. A protestare sono sempre gli oppressi e gli emarginati, i giovani sognatori condannati alla disoccupazione che vivono nei campi profughi, mentre i familiari dei leader palestinesi sono al sicuro nella bolla borghese di Ramallah.

I regimi arabi e i governi europei hanno riproposto, timidamente e con evidente fastidio, la loro obsoleta retorica basata sull’“impegno” per la pace, scrollandosi di dosso qualsiasi colpa o aspettativa. La loro pazienza davanti a questo conflitto ingestibile è agli sgoccioli.

Trump ha fatto un altro passo a gennaio, tagliando i fondi all’Unrwa, l’agenzia dell’onu che si occupa dei rifugiati palestinesi e che tiene artiicialmente in vita Gaza rallentando il processo che prima o poi la porterà a essere un luogo inabitabile. Il presidente palestinese Abu Mazen ha seguito Trump e ha imposto altre sanzioni a Gaza, mettendo i suoi abitanti con le spalle al muro. I ritratti di Abu Mazen e di Trump sono stati bruciati nelle strade di Gaza insieme a quello del primo ministro israeliano benjamin Netanyahu. Trump ha realizzato tutti i desideri del governo israeliano. Perdere ogni credibilità come paciicatore non è un problema per lui.

Dalla parte sbagliata

Migliaia di palestinesi a Gaza, molti dei quali vivono di pane e acqua da mesi, non potevano più aspettare. Non sopportano di restare incatenati in un luogo dove i loro igli sono avvelenati dall’acqua che bevono. così hanno marciato verso il conine con Israele, per gridare al mondo “Siamo qui!”. Molti sono convinti che farsi uccidere al conine sia meglio che morire lentamente nei campi profughi. Ma il loro grido non violento è stato coperto dai gas lacrimogeni sparati dai soldati israeliani e non ha raggiunto neanche i compatrioti in Cisgiordania.

Nelle settimane scorse, mentre i palestinesi di Gaza protestavano ogni venerdì alla frontiera con Israele e venivano abbattuti dai cecchini israeliani, ramallah ospitava il festival musicale Pmx 2018 al Grand park hotel. Abu Mazen intanto giocava a calcio in cile, dopo essere riuscito a prolungare a tempo indeterminato la sua presidenza grazie a elezioni truccate all’interno del consiglio nazionale palestinese.

La società civile della Cisgiordania è rimasta in silenzio. La diaspora palestinese era assente. Tutti quelli che si lamentano del fatto che nessuno s’interessa alla Palestina non hanno compiuto il minimo gesto di solidarietà nei confronti di Gaza. Dov’erano, negli Stati Uniti, le petizioni, gli scioperi della fame, i sit-in, le manifestazioni e i dibattiti? Ancora una volta Gaza è stata trattata come un simbolo mentre le sue sofferenze speciiche sono state ignorate.

Poche settimane fa il mio campus universitario ha ricevuto l’ambasciatore palestinese in Svezia. Nel suo discorso di due ore, il diplomatico ha citato Gaza due volte, una per sottolineare le soferenze dei palestinesi e l’altra riferendosi ai suoi giacimenti di gas naturale che potrebbero risollevare l’economia della cisgiordania. Non ha fatto cenno ai danni inlitti dall’Autorità palestinese o a quello che si potrebbe fare per tirare fuori dall’abisso i suoi abitanti.

Più diventano violente le regole d’ingaggio dell’esercito israeliano e profondo il silenzio della comunità internazionale e degli altri palestinesi, maggiore è la disperazione di Gaza, che alimenta nuove proteste. Traditi, isolati e sotto una pioggia di gas lacrimogeni e proiettili, in un vortice di disperazione senza pari, le donne, gli uomini e i bambini di Gaza hanno cominciato a fantasticare sulla possibilità di abbattere la barriera che li separa da Israele, nella speranza di risvegliare la coscienza addormentata di un mondo che ignora la morte lenta di due milioni di persone.

Gaza e Israele non sono due paesi indipendenti con la stessa sovranità. Gaza è ancora sottoposta all’occupazione e al blocco che l’ha trasformata in quello che un editoriale di Haaretz ha deinito “ghetto palestinese” e che l’ex primo ministro britannico David cameron ha chiamato “prigione a cielo aperto”. I giovani manifestanti sono orgogliosi del loro tentativo di scappare da un ghetto e da una prigione a cielo aperto.

Dietro la richiesta di tornare in Israele in realtà c’è soprattutto la volontà di sfuggire a una storia che dura da settant’anni, alla miseria provocata dal blocco imposto da Israele e dall’Egitto, al tradimento degli altri arabi, al silenzio degli europei, all’incoscienza di Trump e alla repressione di Hamas. La richiesta di tornare a casa arriva da un popolo che merita una vita normale, da persone che stanno cercando di rimediare all’unica “colpa” che hanno: essere nate dalla parte sbagliata di una barriera.

L’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme spiega solo in parte le proteste di Gaza e il tentativo di forzare il conine israeliano. La verità è che Gaza sta ribollendo da molto più tempo. La protesta andrà avanti, perché se questa valvola di sfogo della rabbia venisse chiusa, l’unica alternativa sarebbe il ritorno ai razzi lanciati contro Israele e alla guerra.

Ricordare la nakba ha un piccolo ma prezioso valore per il popolo di Gaza, che vive una catastrofe concreta nel suo territorio assediato, ogni giorno.

Muhammad Shehada è uno scrittore e attivista palestinese nato nella Striscia di Gaza. Studia sociologia dello sviluppo all’università di Lund, in Svezia.

 

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