Da Ramallah Amira Hass

Internazionale 1245 | 2 marzo 2018

“Il mio divieto d’ingresso in

Israele scadrà tra cent’anni”.

Ho sentito questa frase da

molti palestinesi. Credevo fosse

un’esagerazione, un modo

per sottolineare che le loro

possibilità di ottenere un permesso

di lavoro in Israele sono

praticamente inesistenti. E invece

no: la burocrazia dell’occupazione,

a quanto pare, ha

uno strano senso dell’umorismo.

Il suo sadismo probabilmente

sfugge ai soldati di basso

rango che rispondono via

email alle richieste dei palestinesi

“messi al bando”, informandoli

che “il divieto d’ingresso

per ragioni di sicurezza

scadrà il 28/02/2118”.

 

Nel duemilacentodiciotto.

Non un

giorno prima.

 

Ci sono i divieti imposti

dalla polizia, generalmente

dopo che una persona è stata

scoperta a lavorare in Israele

senza permesso. E ci sono i divieti

amministrativi, per le

persone sospettate di aver

contratto un debito verso cittadini

israeliani. Oltre ai divieti

d’ingresso ordinari (riservati

agli attivisti e a categorie simili),

c’è la messa al bando “di

deterrenza”, istituita due anni fa.

 

Quando un palestinese

commette o si sospetta stia

preparando un attentato, non

viene fermato (ucciso o ferito)

solo lui. Decine o centinaia di

persone che portano il suo cognome

si vedono revocare il

permesso d’ingresso in Israele,

anche se non sono neanche

parenti. Fino a un mese fa nessuno

poteva appellarsi contro

queste misure. Ora, invece, è

possibile. In ogni caso tutti i

divieti d’ingresso per deterrenza

scadranno il 14 dicembre 2017.