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Nuova protesta della fazione più radicale degli haredim che ha paralizzato per ore ieri Gerusalemme. Duri i contrasti all’interno dell’esecutivo israeliano: Giudaismo Unito della Torah minaccia di lasciare il governo senza legge anti-reclutamento. Il ministro della Difesa Lieberman attacca: “Israele non può essere ostaggio di un gruppo di estremisti”

Protesta ultraortodossa a Gerusalemme

di Roberto Prinzi

Roma, 10 marzo 2018, Nena News – Per tre ore ieri pomeriggio l’ingresso di Gerusalemme è stato bloccato da una nuova protesta degli haredim (ultraortodossi) contro il reclutamento dell’esercito. Come già accaduto negli scorsi mesi, non sono mancati i momenti di tensione: la polizia, dopo un iniziale atteggiamento pacifico, ha dovuto fare uso degli idranti per disperdere i manifestanti e ripristinare in città la regolare circolazione veicolare. Il sito israeliano Ynet scrive che alcuni soldati presenti sul posto sono arrivati al contatto fisico con gli haredim e avrebbero rotto alcuni loro cartelli. A scatenare la rabbia degli ultraortodossi è stato ancora una volta l’arresto di un giovane, membro del gruppo radicale haredim noto come “Fazione di Gerusalemme”. Il religioso, seguendo gli ordini della dirigenza dell’organizzazione, ha rifiutato questa settimana di firmare una lettera per posticipare il suo servizio militare diventando, agli occhi delle autorità israeliane, un disertore. E, come tale, soggetto alla detenzione. Ma, a differenza delle precedenti volte, la protesta di ieri ha avuto un ulteriore significato: dimostrare al governo Netanyahu che il movimento radicale ultraortodosso continuerà a combattere contro il reclutamento nonostante abbia perso due settimana fa il suo capo spirituale, il rabbino 86enne Auerbach.

Secondo la legge, gli haredim sono esentati dall’esercito, ma devono presentarsi agli uffici di arruolamento per firmare un rinvio. Ma questa condizione è ritenuta un inaccettabile diktat da parte dei rabbini della “Fazione di Gerusalemme”. Quello di non presentarsi negli uffici di reclutamento può sembrare un particolare irrilevante, una piccola “noia” burocratica” che non cambia la sostanza dei fatti: in effetti il privilegio dei religiosi a non essere arruolati nell’esercito – come è invece imposto a tutta la cittadinanza israeliana (“arabi” esclusi) – resta immutato. Eppure, per gli haredim più radicali, quella semplice imposizione legale è letta come un primo passo per l’estensione in un futuro non troppo lontano dell’obbligo di leva anche per loro. Dunque rispettarla vorrebbe dire in qualche modo scendere a compromessi con quella “divisione del fardello” sociale che tanta fortuna in termini elettorali ha portato al centrista Yair Lapid di “Yesh Atid” nella passata legislatura.

Una prospettiva, del resto, che appare sempre più concreta: l’anno scorso la Corte suprema israeliana (noto con l’acronimo ebraico Bagatz) ha deciso di annullare la legge che esenta gli ultraortodossi maschi dal servizio militare perché impegnati in studi religiosi. Secondo il Bagatz tale differenza di doveri “mina l’uguaglianza” tra i cittadini dello stato (in Israele il servizio militare è obbligatorio per uomini e donne che hanno raggiunto i 18 anni). Consapevole della sensibilità della questione, la Corte Suprema ha tuttavia sospeso la sua decisione finale per un anno in modo da dare il tempo al governo di formulare una nuova legge.

L’arruolamento o meno degli ultraortodossi non è solo un tema sociale e culturale. È innanzitutto una questione politica per le conseguenze che potrebbe avere per la coalizione governativa. Mercoledì il premier Netanyahu ha dichiarato che non vuole elezioni anticipate, ma che il ritorno alle urne sarà necessario se i partiti che compongono il suo esecutivo non riusciranno a trovare un accordo sulla legge che esenta gli studenti ultraortodossi dal compiere il servizio militare. Il primo ministro è stato chiaro: ogni proposta a riguardo dovrà essere sostenuta dall’intero governo e dovrà rappresentare una soluzione a lungo termine.

La bozza anti-arruolamento è fortemente sostenuta dal partito haredim ashkenazita del Giudaismo Unito della Torah (UTJ) che è arrivato a minacciare il veto sulla Finanziaria del 2019 nel caso in cui la legge non dovesse passare. Dall’altra parte della barricata c’è però il ministro delle finanze Moshe Kahlon che, a sua volta, ha detto che se la Finanziaria non verrà approvata entro la prossima settimana il suo partito (Kulanu) uscirà dal governo anticipando, nei fatti, la fine dell’attuale legislatura (la maggioranza è di un solo parlamentare, 61 sui 120 complessivi della Knesset).

Ancora più duri sono i toni usati dal ministro della Difesa Avigdor Liberman (Yisrael Beitenu) secondo cui “Israele non può essere tenuta in ostaggio da un gruppo di estremisti”. Il riferimento è agli ultraortodossi della coalizione che minacciano una crisi di governo qualora passasse il contestato piano di reclutamento dei religiosi. Su Twitter Liberman ha poi spiegato: “Non voglio elezioni [anticipate], ma non cederò su due principi: sicurezza e responsabilità”. E in nome di questi due “principi” è pronto ad andare allo scontro: il leader di Yisrael Beitenu ha già fatto sapere che ha messo su una squadra di ufficiali militari che “prepareranno la migliore legge per l’Idf [l’esercito israeliano, ndr] e per il popolo d’Israele”.

A calmare gli animi ci prova in queste ore Aryeh Deri, leader del partito ultraortodosso sefardita (Shas) nonché ministro degli interni. Deri ha detto alla stampa che la crisi politica ha una soluzione, ma anche ammonito che “non perdonerà” il governo se ci dovessero essere elezioni anticipate. Il suo collega di partito Yaakov Margi è però di tutt’altro avviso: il tweet del ministro Liberman, ha detto, è stato “triste, inquietante e antisemita”.

Non belle notizie per Netanyahu la cui immagine politica appare sempre più indebolita internamente e all’estero dagli scandali di corruzione. In questi anni Bibi ha provato a mediare tra le varie componenti della sua coalizione sulla questione dell’arruolamento degli ultraortodossi. Un compito da equilibrista tutt’altro che semplice: il premier sa infatti che non può deludere gli haredim perché così metterebbe a rischio la maggioranza parlamentare e, va da sé, l’attuale legislatura. Ma, d’altro canto, è conscio che non può accontentarli del tutto perché questo risulterebbe indigesto non solo a parti importanti del suo governo, ma anche ad una ampia fetta del suo elettorato che si sente distante dalla visione d’Israele proposta e incarnata dagli ultraortodossi. Nena News

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