di Halim Shebaya

Nella foto: il regista libanese Ziad Doueiri, mostra i suoi passaporti libanese e francese dopo essere stato rilasciato da un tribunale militare, a Beirut l'11 settembre 2017 [AP Photo / Hassan Ammar]

 

Al Jazeera, 24.01.2018

http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/oscar-nominated-good-arab-ziad-doueiri-180124083313190.html

 

Il 23 gennaio, l'ultimo film del regista franco-libanese Ziad Doueiri "L'insulto" è diventato il primo film libanese ad essere candidato all'Oscar. Il film, che ha ricevuto una nomination nella categoria di miglior film in lingua straniera, ha causato polemiche in Libano ed è stato boicottato nelle città della Palestina e di altri stati arabi.

"L'insulto" racconta la storia di un cristiano libanese di destra che inizia una disputa verbale con un rifugiato palestinese. Lo scontro degenera in un dramma che finisce in tribunale, creando tensioni in tutto il paese.

Il film è parzialmente basato su un fatto vero. Secondo Doueiri, il regista una volta ha accidentalmente spruzzato dell'acqua su un vicino palestinese mentre annaffiava le sue piante. Alle proteste del vicino, Doueiri ha replicato: "Sai, Sharon vi avrebbe eliminati tutti".

Dice di essersi poi scusato e l'episodio gli ha dato l'idea per il film.

Il film tratta (seppur con superficialità) di temi connessi alla guerra civile libanese che sono importanti da narrare, specialmente in quel contesto di "silenzio" o "amnesia collettiva" con cui il Libano tratta quel periodo della sua storia recente.

Ma la ragione principale della polemica non è questa questione delicata. Riguarda piuttosto la decisione di Doueiri di girare parti del suo film del 2012 "L'attacco" in Israele, in violazione della legge libanese che vieta ai suoi cittadini di recarvisi.

I sostenitori della causa palestinese leggono questa mossa come un chiaro incoraggiamento alla normalizzazione dell'occupazione israeliana. Quando il film è stato censurato dalle autorità libanesi, Doueiri ha difeso la sua scelta "senza rimpianti o scuse", alimentando ulteriormente la rabbia dei suoi critici.

Da allora, si è compiaciuto nel fare la parte della vittima e ha attaccato con veemenza il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Il BDS è il "il male estremo"

In un'intervista per la pubblicazione online "Forward", Doueiri ha parlato apertamente della sua posizione ostile al BDS.

Riferendosi a se stesso in terza persona, ha dichiarato che "Ziad non farà il pacificatore, il bravo ragazzo pacifico".

Ha anche detto che vuole che il suo prossimo film riguardi "il bene supremo e il male estremo" perché adesso pensa che "dopo tutto ci sono il bianco e il nero".

E allora quale sarebbe questo estremo del male?

È il movimento BDS, come Doueiri chiarisce: "Voglio ritrarre persone tipo quelli del BDS in una luce molto negativa ... Ecco, penso di avere un programma contro di loro, e probabilmente lo metterò in pratica nel mio prossimo film".

Interrogato su Israele, Doueiri risponde onestamente: "Oggi vedo Israele come un dettaglio, non è quello il problema".

Così, il regista sposta consapevolmente la narrativa dall'occupazione israeliana e dal suo effetto repressivo e destabilizzante nella regione per focalizzarsi sulla "casa araba": sono solo gli arabi ad avere colpe.

Così facendo, si cala inevitabilmente nel ruolo dell' "arabo buono", distinguendosi da quello stereotipo che Jack Shaheen descrive come "Reel Bad Arab" (arabo davvero cattivo): "l'estremo intruso, l'altro, che non prega lo stesso Dio, e che può essere creato come un essere meno umano".

Chi è l' "arabo buono"?

L' "arabo buono" capisce le narrativa politica dominante e si assicura di apparire "moderato", o perlomeno di non essere accusato di essere un "estremista".

I sionisti sono riusciti a rendere le persone esitanti e caute quando si tratta di criticare Israele, nonostante la crescente consapevolezza della situazione dei palestinesi in Europa e negli Stati Uniti.

In questo contesto, l'"arabo buono" evita il mal di testa conseguente al criticare Israele e si assicura che le sue parole non siano, in alcun modo e in nessuna forma, interpretabili come anticonformiste.

Inoltre, l'"arabo buono" non sottolinea mai verità scomode su Israele. L "arabo buono" usa i terribili problemi nel mondo arabo come una scusa per considerare Israele un semplice "dettaglio" e non un vero "problema".

Senza dubbio, nessuna persona sana di mente metterebbe in dubbio l'affermazione di Doueiri secondo cui la "casa araba ha bisogno di pulizie", come ha detto nella sua intervista per Forward. Ma focalizzarsi sulla corruzione, le disuguaglianze, la povertà, l'estremismo, i regimi oppressivi, le violazioni dei diritti umani e via dicendo non significa che la solidarietà con la Palestina debba essere esclusa.

Ma Doueiri va oltre l'essere un semplice "arabo buono". Si congratula con se stesso per aver cercato di presentare anche altri come "arabi buoni". Pretende che i palestinesi gli siano riconoscenti perché "Il film mette i palestinesi su un palcoscenico mondiale, dimostrando che ci sono artisti palestinesi [l'attore protagonista Kamel El-Basha] che possono andare oltreoceano ed eccellere, vincendo un premio importante, dimostrando al mondo che i palestinesi sono educati, colti, aperti e che meritano la pace".

È come se i palestinesi avessero bisogno di un certificato di buona condotta "sul palcoscenico internazionale" per essere percepiti come normali esseri umani. E, a quanto pare, hanno bisogno di qualcuno come Doueiri per aiutarli ad ottenere questo cenno di approvazione.

Il regista voleva solo un po' di gratitudine per quello che ha fatto. E invece il BDS lo ha criticato. E dunque Doueiri era "infastidito".
Se solo i palestinesi e il movimento BDS sapessero che tutto ciò di cui hanno bisogno è di riunirsi attorno al film di Doueiri, e così il mondo intero saprebbe che si "meritano" la pace!

Ma sono "arabi cattivi" che non sanno cosa sia meglio per loro.

La "morte del senso di colpa"

Normalmente non avrei dato alcun peso ai commenti di Doueiri, soprattutto sapendo quanto si compiace a interpretare la vittima. Ma questi non sono tempi normali per quanto riguarda la Palestina, Gerusalemme , e il movimento di base BDS , non violento e a guida palestinese, che viene brutalmente bersagliato da Israele.

L'aspetto più pericoloso dei commenti di Doueiri, di cui forse non si rende conto, è che la normalizzazione delle relazioni con Israele senza un giusto accordo di pace è parte integrante di ciò che Gideon Levy descrisse una volta come "la morte del senso di colpa" .

Levy parlava di un "meccanismo psicologico fra gli israeliani che consente all'orrore di continuare all'infinito, grazie a un'omissione sistematica e inconscia del senso di colpa". Afferma che "il senso di colpa è morto" per la maggioranza indifferente in Israele.

La ragione per cui i commenti di Doueiri sono pericolosi è proprio perché il senso di colpevolezza non dovrebbe "morire" tra gli arabi.

Israele vuole un "congedo" dall'occupazione, un "time-out".

Ma il ruolo del movimento BDS e dei suoi sostenitori arabi è di assicurarsi che Israele non si prenda questo time-out. Il movimento cerca di ricordare costantemente al mondo ciò che ha causato il conflitto in primo luogo: la colonizzazione, l'occupazione militare, l'apartheid, gli insediamenti illegali costruiti su terreni palestinesi rubati, i prigionieri palestinesi (compresi i bambini) e le violazioni quotidiane dei diritti umani.

In questi tempi difficili, è facile perdere di vista il contesto generale. E forse è quello che è successo a Doueiri.

Ma non è successo ad altri, come Amani al-Khatahtbeh, fondatrice di una rivista online. A differenza di Doueiri, non pensa che si tratti di una sua questione personale. In una lettera indirizzata all'attrice israeliana Gal Gadot (ambasciatrice del marchio Revlon), ha spiegato le motivazioni del suo rifiuto del "Revlon's Changemakers Award":

"Non potevo [accettare il premio] sapendo che il vostro aperto sostegno alle azioni militari israeliane in Palestina ha contribuito a danni sproporzionati contro donne e bambini. Accettare avrebbe significato chiudere gli occhi sulla situazione di donne e ragazze come Ahed [Tamimi]. Scrivo questo perché voglio che sia chiaro che non si tratta di te o di me".

Forse un giorno Doueiri capirà che il problema non riguarda lui, "lui contro il BDS", o la sua frustrazione sul fatto che "L'insulto" non sia stato abbastanza apprezzato nel mondo arabo.

Si tratta di una questione più grande.

Doueiri ha ancora la possibilità di non adagiarsi su un discorso conformista che potrebbe aiutarlo a vincere un Oscar, ma che danneggia la causa di un popolo che combatte un'occupazione brutale.

A cosa serve un Oscar se lo si ottiene al prezzo della giustizia, della libertà, dell'uguaglianza e della dignità?

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono proprie dell'autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

 

 

    

 

 

Halim Shebaya è un analista politico e ricercatore multidisciplinare di Beirut. 

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze