di Omar Karmi

Sarebbero stati i rapporti sauditi sull'ultimo "piano di pace" dell'amministrazione Trump a mandare su tutte le furie Mahmoud Abbas, nella foto con il principe ereditario Mohammad bin Salman durante la sua visita di dicembre. (Immagini APA di Thaer Ganaim)

The Electronic Intifada, 20 gennaio 2018

https://electronicintifada.net/content/politics-lies-and-audiotape/23041

 

Si susseguono gli scossoni del piano di demolizione della soluzione a due stati ad opera del presidente americano Donald Trump.

Ne è colpita una regione che era già nel caos e allo sbando. Vecchie certezze sono state sradicate e quegli alleati tradizionali, per i quali il processo di pace aveva finora fornito una comoda copertura per giusticare la propria inattività, vedono ora sconvolte le loro alleanze.

Il 14 gennaio, perfino Mahmoud Abbas, il leader dell'Autorità Palestinese per così a lungo fedele a un processo da lui stesso creato e mantenuto, è stato spinto a dichiarare che "oggi è il giorno in cui gli accordi di Oslo hanno fine".

In due ore e mezzo di un discorso pieno di rabbia pronunciato da Ramallah,ha annunciato poche conseguenze concrete, e i rapporti distribuiti in seguito sono stati similmente vaghi (cosa significa esattamente "congelamento del riconoscimento di Israele"?).

Tuttavia la frustrazione era reale, e la sua caratterizzazione dello stato del processo è stata accurata, per quanto ovvia e tardiva.

L' Autorità Palestinese è in effetti una "autorità senza alcuna autorità". Israele è certamente autorizzato - con la complicità dell'Autorità Palestinese, avrebbe potuto aggiungere ma non lo ha fatto - ad una "occupazione senza alcun costo". L'ambasciatore statunitense in Israele David Friedman è effettivamente "un colono che si oppone all'uso del termine 'occupazione'" e indubbiamente "un essere umano offensivo".

Abbas ha avuto anche parole dure per i governi arabi, suggerendo che se non possono offrire ai palestinesi "una vera mano", possono anche "andare tutti all'inferno".

Qualcosa bolle in Arabia

Non è più un segreto che i paesi arabi, ed in particolare, ma non solo, quelli cosiddetti "moderati" che includono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Giordania - definiti tali nei circoli occidentali unicamente in base alla loro posizione nei confronti di Israele - mostrino un supporto alla causa palestinese che è puramente formale.

Tuttavia, pubblicamente hanno solitamente tracciato alcune linee rosse: con l'eccezione dei "vicini" Egitto e Giordania, si sono sempre rifiutati di avere normali rapporti diplomatici con Israele fino a quando la "questione" palestinese non fosse stata risolta. E le ricette per quella soluzione dovevano includere una (non ben definita) "giusta risoluzione" del problema dei rifugiati, così come (più chiaramente enunciata) la creazione di uno stato indipendente per i palestinesi nella totalità della Cisgiordania e della Striscia di Gaza con capitale Gerusalemme est.

Quest'ultima rivendicazione non è mai stata vista come una semplice faccenda palestinese, ma come una più ampia questione araba e musulmana. Di conseguenza, la risposta ufficiale alla declamazione fatta in dicembre da Trump su Gerusalemme capitale di Israele è stata unanime e inequivocabile.

Il 13 dicembre, i 57 membri dell'Organizzazione di cooperazione islamica (OIC), che comprende i paesi arabi e musulmani del mondo, hanno inequivocabilmente respinto la posizione su Gerusalemme del presidente americano e hanno dichiarato Gerusalemme Est come capitale palestinese.

Poi, il 6 gennaio, la Lega Araba ha annunciato che gli stati arabi si sarebbero imbarcati in una missione diplomatica alle Nazioni Unite per ottenere il riconoscimento internazionale di uno stato palestinese nei confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale.

Fin qui, la stessa reazione vista tante altre volte. Questa volta, tuttavia, almeno per alcuni di questi paesi, sembra che non si tratti soltanto di vuota retorica: si tratta di una bugia bella e buona.

Il nuovo ordine mondiale (arabo)

Prendiamo l'Egitto. Sebbene alla riunione di emergenza dell'OIC a Istanbul abbiano partecipato alcuni importanti capi di stato regionali, tra cui il presidente turco, padrone di casa, Recep Tayyip Erdogan, il re di Giordania Abdullah e il presidente iraniano Hassan Rouhani, c'erano anche delle assenze notevoli. Non erano presenti né il re Salman (o il suo principe ereditario Mohammad bin Salman) né il presidente egiziano Abdulfattah al-Sisi.

Infatti, proprio mentre il Cairo denunciava la nuova posizione degli Stati Uniti su Gerusalemme, sono emerse registrazioni di un ufficiale dell'intelligence egiziana che cercava di persuadere personalità di spicco della TV egiziana a convincere i loro telespettatori ad accettare il piano di Trump. Sostenendo che in fondo Ramallah è un posto altrettanto valido di Gerusalemme per avere una capitale.

Il Cairo ha smentito la notizia, il procuratore dello stato egiziano ha annunciato un'indagine sull'articolo del New York Times che aveva lanciato lo scandalo, e le personalità televisive in questione hanno ritrattato alcuni dei commenti fatti al giornale.

Ma il Times ha confermato le sue informazioni e d'altronde, considerando l'attuale clima politico, non c'è niente nell'articolo che suoni falso. Il nervosismo dei governi arabi quando si avanza il minimo dubbio sulle loro idee private sul destino di Gerusalemme può solo sottolineare quanto i leader di questi governi siano diventati vulnerabili alle pressioni esterne.

La debolezza degli stati arabi si conforma ad un modello tipico di tutta la regione: una governance inadeguata a causa di sistemi di potere autocratici e clientelistici, che sono resistenti alle idee esterne ma dipendono da finanziamenti e patrocini esteri, oppure sono economie a risorsa unica. Corruzione, nepotismo, parassitismo e stagnazione sono la naturale conseguenza, con il settarismo - per parafrasare - ultima spiaggia per chi non ha scrupoli.

Gli ultimi anni di rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili, guerre e invasioni attraverso le regioni arabe hanno visto la questione palestinese scorrere verso il basso nella lista delle priorità, finendo per avere un unico ruolo: uno sbocco sicuro per la rabbia popolare. E qui veniamo all'Arabia Saudita.

La rivoluzione di Riyadh

L'ascesa alla ribalta del principe ereditario Mohammad bin Salman, spesso chiamato MBS, ha sconvolto la routine della politica regionale e ribaltato vecchie alleanze e vecchie certezze. Vista l'apparente determinazione a marciare verso uno scontro frontale con l'Iran, la posizione di Riyadh sulle altre questioni regionali è improvvisamente diventata imprevedibile.

Lo Yemen, il Libano, la Siria e l'Egitto hanno tutti avvertito, con diverse intensità, i venti freddi del cambiamento mentre il nuovo potere a Riyadh sta tastando il terreno e inseguendo ciò che ha identificato come interessi sauditi, giusto o sbagliato che sia, con vigore sfrenato e attraverso metodi senza precedenti per l'Arabia Saudita.

Si sussurra che siano stati i rapporti sauditi sull'ultima visione dell'amministrazione Trump riguardo a un accordo di pace in Palestina - qualcosa meno di uno stato per i palestinesi, non basato sui confini del 1967 e senza Gerusalemme - a far andare su tutte le furie e in apoplessia Abbas questa settimana.

Inoltre, fonti vicine ad Abbas hanno reso noto che MBS avrebbe fatto pressioni sul leader dell'AP, durante una recente visita, per accettare il piano di Trump, spiegando che adesso Riyadh dà maggiore priorità ad un potenziale sostegno israeliano contro l'Iran che a una qualsiasi spinta in direzione dei diritti palestinesi.

Per quanto forti siano, è probabile che queste pressioni, su Abbas e su altri, falliscano come le recenti avventure della politica estera saudita in altre parti della regione.

In primo luogo, una sterzata così drastica è un cambiamento troppo rapido da assorbire per i sistemi statali arabi, specialmente di fronte alla profonda disapprovazione pubblica. E inoltre, se i paesi del Golfo, isolati dal denaro, possono sorvolare sulla reazione popolare, né l'Egitto né la Giordania sono probabilmente in grado di gestirla, anche se i loro leader lo volessero.

Quello che il denaro non può comprare

L'Egitto ad oggi è semplicemente troppo instabile per assorbire troppi scossoni al sistema. Ancora scombussolato dalla rivoluzione del 2011 e dalla controrivoluzione del 2013, Il Cairo deve anche fare i conti con una guerra civile in corso nella vicina Libia, le tensioni con il Sudan, una disputa con l'Etiopia su una diga sul Nilo che potrebbe avere un impatto drammatico sull'Egitto e una insurrezione ancora più letale nel Sinai.

Al-Sisi potrebbe voler provare ad accontentare le pressioni americana e saudita. Le umilianti registrazioni del capitano Ashraf al-Kholi che implora i suoi interlocutori di spiegargli qual è in fondo la differenza tra Gerusalemme e Ramallah, suggeriscono che il Cairo ci abbia provato. Ma semplicemente, non può farlo.

L'ultima cosa di cui al-Sisi ha bisogno, in mezzo a tutti gli altri problemi, è di essere accusato di abbandonare Gerusalemme e i palestinesi. E solo mercoledì scorso, il presidente egiziano si è nuovamente sentito in dovere di ribadire la politica portata avanti da molto tempo dall'Egitto, basata su una soluzione dei due stati che asserisce Gerusalemme est come capitale palestinese.

La Giordania ha da sempre dovuto bilanciare gli interessi palestinesi e giordani - o della riva occidentale e orientale del Giordano - e vi è in gran parte riuscita. Ma la destinazione preferita di tutti i rifugiati della regione è ormai piena, impoverita e non disposta a scambiare un ruolo di custode di al-Aqsa e dei siti santi cristiani di Gerusalemme con la responsabilità dell'infelicità di oltre due milioni di palestinesi rinchiusi in aree non contigue della Cisgiordania, come previsto da alcuni piani dell'amministrazione Trump.

E in effetti Amman ha già espresso chiaramente il suo disappunto, licenziando - si dice - tre principi della casa reale per essersi avvicinati troppo a Riyadh.

Il denaro non può comprarti amore, ma può comprarti un sacco di dolore. Ed è il dolore ciò che è in serbo per Abbas, Abdullah e al-Sisi se dovessero anche solo iniziare ad accordarsi con un piano di Trump che è nato già morto.

Probabilmente MBS lo capirà presto. Ma a quel punto il gioco sarà già completamente cambiato.

 

Omar Karmi è un ex corrispondente da Gerusalemme e Washington DC per il quotidiano The National.

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze