di Gideon Levy

Internazionale 1238, 12.01.2018

Nelle ultime due settimane Ahed Tamimi è entrata tutti i giorni nei salotti degli israeliani, grazie a superficiali servizi televisivi che parlavano del suo arresto. Abbiamo visto di nuovo i suoi riccioli d’oro. Abbiamo rivisto una figura botticelliana con l’uniforme della sicurezza dello Shin bet, servizi segreti israeliani, e le manette. Sembra più una ragazza della cittadina di Ramat Hasharon, nel distretto di Tel Aviv, che di Nabi Saleh, in Cisgiordania.
Eppure neanche l’aspetto “non arabo” di Ahed Tamimi, 16 anni, arrestata a dicembre per aver schiafeggiato e preso a calci due soldati israeliani che cercavano di entrare nel cortile di casa sua, è riuscito a scaldare i cuori degli israeliani.
Il muro di disumanizzazione e demonizzazione dei palestinesi, costruito attraverso campagne d’odio, propaganda e lavaggio del cervello ha sconfitto perfino la ragazza bionda di Nabi Saleh.
Potrebbe essere vostra figlia, o la figlia del vicino. Eppure le violenze che subisce non suscitano solidarietà, compassione o umanità. Dopo la rabbia per quello che ha fatto, nei suoi confronti c’è stata solo indifferenza. Tamimi è una “terrorista”. Non potrebbe
mai essere nostra figlia, perché è palestinese.
Nessuno si chiede cosa sarebbe successo se fosse stata nostra figlia. Non saremmo forse stati fieri di lei, come suo padre, che in un articolo degno di rispetto pubblicato sul quotidiano Haaretz ha manifestato tutto il suo orgoglio? Non avremmo forse voluto una figlia così, che ha il coraggio di sacrificare un’adolescenza inesistente in cambio della lotta per la libertà? Avremmo forse preferito una figlia che collabora con l’occupazione? O magari senza cervello?
E cosa avremmo provato se i soldati di un esercito straniero avessero fatto irruzione in casa nostra, sequestrando nostra figlia, ammanettandola e arrestandola solo perché aveva schiafeggiato un soldato che aveva invaso la sua casa, perché aveva dato uno schiaffo all’occupazione, che sinceramente meriterebbe più di qualche cefone?
Queste domande non interessano a nessuno. Ahed Tamimi è palestinese, quindi è una terrorista. Non merita solidarietà. Niente sembra in grado di scalfire lo scudo che impedisce agli israeliani di sentirsi in colpa o di provare disagio per l’arresto della ragazza, discriminata da un sistema giudiziario che non si sarebbe nemmeno accorto di lei se fosse stata una colona ebrea. Neanche la mano indipendente del giudice del tribunale militare, Haim Balilti, ha tremato quando ha stabilito che il “pericolo” rappresentato da una ragazza disarmata di 16 anni era tale da giustiicare il prolungamento di una settimana della sua detenzione. Il giudice in realtà è solo un piccolo ingranaggio nel meccanismo, un uomo che fa il suo lavoro e poi torna a casa dalle figlie, orgoglioso del suo comportamento.
Israele si nasconde dietro una cortina di ferro impenetrabile. Niente di quello che lo stato israeliano fa ai palestinesi suscita compassione nei suoi cittadini. Nemmeno la ragazza modello, Ahed Tamimi. Nemmeno se fosse condannata all’ergastolo per uno schiaffo, nemmeno se fosse condannata a morte. La sua condanna sarebbe accolta con gioia o con indiferenza, perché non c’è posto per altri sentimenti verso i palestinesi.
Le organizzazioni israeliane che rappresentano le persone disabili, portando avanti una battaglia impressionante per
i loro diritti, non hanno battuto ciglio quando un cecchino israeliano ha ucciso nella Striscia di Gaza, sparandogli in testa, un palestinese amputato di entrambe le gambe e in sedia a rotelle. Le associazioni per i diritti delle donne sono rimaste in silenzio
dopo che una detenuta palestinese ha accusato un poliziotto di frontiera di averla stuprata, e il caso è stato chiuso senza che nessuno fosse condannato.
I deputati israeliani non hanno protestato contro il vergognoso arresto politico della loro collega, la politica e attivista palestinese per i diritti umani Khalida Jarrar, prelevata dalla sua casa nel luglio 2017, la cui detenzione senza processo il 27 dicembre è stata prolungata di altri sei mesi.
Se neanche la vicenda di Ahed Tamimi suscita solidarietà e vergogna nel popolo israeliano, il processo di rimozione – l’attività principale dell’occupazione, dopo gli insediamenti e la repressione – può dirsi completo.
Non c’è mai stata un’indifferenza simile in Israele. Non è mai successo che le bugie abbiano prevalso in modo così assoluto. L’ingiustizia non ha mai trovato sulla sua strada così pochi scrupoli. L’incitamento all’odio non ha mai vinto in modo così schiacciante.
Gli israeliani non sono più capaci di identificarsi con una ragazza coraggiosa, nemmeno se somiglia alle loro figlie, solo perché è palestinese. Non c’è un palestinese in grado di toccare i cuori degli israeliani.
Non c’è nessuna ingiustizia che possa ancora colpire la nostra coscienza, che è stata cancellata. Non disturbateci, i nostri cuori e le nostre menti sono sigillati in modo spaventoso.