05 ott 2017

Secondo analisti arabi e israeliani Il Cairo, con l’appoggio dell’amministrazione Trump, vuole fare della pace tra il movimento islamico e il partito di Abu Mazen l’apripista della normalizzazione dei rapporti tra mondo arabo e Israele

Il premier dell’Anp Hamdallah incontra a Gaza il leader di Hamas Haniyeh (Foto: Reuters)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 5 ottobre 2017, Nena News – Il Cairo ospiterà il 10 ottobre un incontro tra il partito Fatah, guidato dal presidente dell’Anp Abu Mazen, e il movimento islamico Hamas, per discutere i prossimi passi della riconciliazione tra le due parti. Saranno prese in esame varie questioni e, forse, verrà fissata la data delle elezioni legislative e presidenziali nei Territori occupati.

Regnava un cauto ottimismo ieri quando ha lasciato Gaza la delegazione egiziana che sta mediando tra Hamas e Fatah. Abu Mazen ha fatto dichiarazioni distensive dopo il secco no di martedì alla possibilità che a Gaza possa esserci un controllo di sicurezza diverso da quello in Cisgiordania, ossia affidato alla milizia di Hamas, le Brigate “Ezzedin al Qassam”. Abu Mazen ieri ha detto che farà ogni tentativo per porre fine alla divisione interna palestinese. Eppure, nonostante la serietà del tentativo in atto, pochi credono che l’obiettivo della riconciliazione sia davvero a portata di mano. Gli interrogativi non mancano.

«La causa palestinese sta tornando al centro della scena passando per la porta egiziana. Purtroppo non si conoscono gli scopi nascosti della riconciliazione e la natura dell’accordo finale», scriveva due giorni fa l’analista Abdel Bari Atwan, direttore del giornale arabo online Al Raya al Youm.

Secondo Atwan la riconciliazione tra Fatah e Hamas è funzionale alla strategia comune dei presidenti di Egitto e Stati Uniti, Abdel Fattah el Sisi e Donald Trump, volta ad arrivare a una soluzione non necessariamente rispettosa delle minime aspirazioni palestinesi. «Si sente parlare di una soluzione temporanea che diventerà permanente – dice Atwan – basata sul mantenimento degli insediamenti (coloniali israeliani in Cisgiordania, ndr) e del rinvio a fasi successive delle questioni di Gerusalemme e del diritto di ritorno (per i profughi palestinesi)».

Il punto centrale, aggiunge l’analista, «è la creazione di uno Stato palestinese ‘provvisorio’ che porti ad una ampia riconciliazione arabo- israeliana e alla normalizzazione delle relazioni (tra arabi e Stato ebraico)».

È l’Egitto il motore del processo in atto, cominciato con l’appoggio dato da el Sisi ad un ruolo di primo piano a Gaza per Mohammed Dahlan, il principale rivale di Abu Mazen, sviluppo che ha contribuito a spingere il presidente palestinese a puntare alla riconciliazione con Hamas, anche per sventare il tentativo di emarginarlo. I passi mossi dal Cairo hanno il sostegno di Benyamin Netanyahu oltre che di Trump. Si è capito due giorni fa quando il premier israeliano, pur condannando la riconciliazione tra Hamas e Fatah, ha evitato di attaccare frontalmente Abu Mazen e di approvare sanzioni immediate contro l’Anp, come aveva fatto nel 2014 quando Fatah e il movimento islamico sembravano pronti a lavorare insieme per l’unità nazionale.

Sul portale al Monitor ieri l’analista israeliano Shlomi Eldar ha ricordato che «Trump aveva promesso ad Abu Mazen, nell’incontro del 20 settembre a New York, l’annuncio entro poche settimane dei punti centrali del suo piano (per il Medio Oriente). Ma non lo farà finché non diventerà più chiaro il destino dei negoziati palestinesi». Ciò significa – ha aggiunto – che «per quanto riguarda l’amministrazione Trump, il conflitto israelo-palestinese sarà risolto solo sotto un ombrello regionale, con l’Egitto che svolgerà un ruolo centrale».

E non da escludere che la riconciliazione tra Fatah e Hamas porti, con una nomina o attraverso le elezioni, ad nuovo presidente dell’Anp. Non è sfuggito il ruolo di primo piano che Majd Faraj, capo dell’intelligence palestinese, sta svolgendo nelle trattative con il movimento islamico. Faraj ha un rapporto stretto Washington. Il direttore della Cia, Mike Pompeo, e l’inviato Usa in Medio oriente Jason Greenblatt, lo vedono come il perno della stabilità di Abu Mazen e dell’Anp.

E senza alcun dubbio è il candidato alla presidenza dell’Anp preferibile per Israele. Dovesse riuscire a raggiungere un accordo con il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, sul controllo di sicurezza della Striscia, Faraj si ritroverà automaticamente nella posizione di principale successore di Abu Mazen. Con l’appoggio anche del movimento islamico.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

http://nena-news.it/un-piano-egiziano-dietro-la-riconciliazione-tra-fatah-e-hamas/