Accordo con Fatah su Gaza, ma "nessuna resa". Il leader rivendica il "diritto a resistere" della Palestina e respinge l'idea di Stato binazionale d'Israele

04/10/2017 17:28

"Governeremo insieme, ma non deporremo le armi. Un popolo sotto occupazione ha diritto a resistere e Hamas è parte della resistenza palestinese. Governare non significa arrendersi". A parlare, in un'intervista esclusiva concessa all'HuffPost, è l'uomo che ha negoziato al Cairo l'accordo tra Hamas Fatah che ha permesso il rientro dell'Autorità nazionale palestinese a Gaza: Ismail Hanyeh, 54 anni, capo dell'Ufficio politico di Hamas, ex primo ministro, esponente dell''ala pragmatica" del movimento islamico. Quanto al ruolo decisivo avuto dall'Egitto nell'accordo tra Hamas e Fatah, Haniyeh puntualizza: "È vero, l'Egitto ha mediato l'intesa, ma questo non vuol dire, per Hamas, che la causa palestinese sia stata 'appaltata' all'esterno. Il nostro obiettivo è la liberazione della Palestina e la nascita di uno Stato palestinese e chiunque sostenga questa causa è benvenuto".

In questa fase, il ruolo di Haniyeh è ancora più cruciale, sia sul versante esterno - i rapporti con l'Egitto di al-Sisi e l'Anp di Abu Mazen - sia su quello interno, dove è chiamato a fare da ponte tra l'ala radicale di Hamas, quella che fa capo a Yahyah Sinwar, uno dei fondatori delle Brigate Ezzedin al-Qassam (il braccio militare del movimento) e all'ex ministro degli Esteri Mahmoud al-Zahar, e quella più politica, alla quale si deve l'approvazione del nuovo "Statuto" di Hamas che, nel suo punto centrale, prevede l'accettazione di uno Stato palestinese solo nei territori occupati di Gaza e Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), senza per￲ riconoscere formalmente l'esistenza d'Israele e la rinuncia alla lotta armata.

C'è chi sostiene che l'accordo di riconciliazione con Fatah e lo scioglimento del Comitato amministrativo a Gaza rappresenti una sconfitta per Hamas e un successo della linea dura del presidente Abu Mazen.

"Già in passato si è inteso scambiare la disponibilità di Hamas a una ricomposizione del campo palestinese come un segno di resa, come un cedimento. La storia ha fatto giustizia di queste illusioni. Hamas sostiene l'unità della resistenza palestinese ed è una linea che non contrasta con l'intesa negoziata in Egitto. Governare insieme non vuol dire rinunciare a quello che rimane l'obiettivo strategico della resistenza: la liberazione della Palestina e la nascita di uno Stato palestinese. Possiamo discutere gli strumenti, la tattica, ma non l'obiettivo finale. Quello non è negoziabile. Quanto alla resistenza, non abbiamo mai detto o pensato che essa sia una prerogativa di Hamas. I martiri e i prigionieri nelle carceri israeliane non vengono solo dalle nostre fila. Lo ribadisco: con Fatah così come con le altre organizzazioni siamo pronti a discutere una strategia di resistenza e ad attenerci alle decisioni prese insieme. È possibile creare un comando unificato...".

Insisto su questo punto. La resistenza a cui lei fa riferimento è una resistenza armata. Ma se l'Anp è l'embrione di uno Stato in formazione non spetterebbe a essa il monopolio della forza?

"Lei parla come se fossimo in Europa, come se il popolo palestinese non fosse da cinquant'anni sotto occupazione e prima ancora scacciato a forza dai propri villaggi, dalle proprie case, come se da oltre dieci anni Gaza non fosse assediata e in Cisgiordania Israele non portasse avanti l'odiosa politica di colonizzazione. Ma non voglio sfuggire al merito della sua domanda. Vi sono le armi delle forze di sicurezza, della polizia, e le decisioni che riguardano questo tipo di armi sono del governo e Hamas si rimetterà, anche a Gaza, a queste decisioni. Altra cosa è l'arma della resistenza: la stessa Convenzione di Ginevra contempla il diritto alla resistenza armata per un popolo sotto occupazione. E finché durerà l'occupazione israeliana, quelle armi non verranno deposte".

La situazione nella Striscia di Gaza si fa sempre più drammatica: luce razionata, manca l'acqua potabile, povertà e disoccupazione. Da dieci anni, nella Striscia governa Hamas. Non vi sentite responsabili?

"Nel gennaio 2006, Hamas partecip￲ò alle elezioni legislative nei Territori, elezioni libere, come fu testimoniato dalle centinaia di osservatori internazionali (guidati da Jimmy Carter, ndr) presenti in quell'occasione. Hamas partecip￲ò e vinse. La reazione di Israele fu l'assedio a Gaza, l'embargo totale, una linea che fu seguita dall'Europa e dagli Usa. Il messaggio che fu fatto passare è indegno di chi si va vanto dei principi democratici: avete votato Hamas, lo avete fatto senza coercizione, e allora meritate di essere puniti! Sfido chiunque a migliorare le condizioni di vita della gente in simili condizioni. Gaza è stata attaccata tre volte dall'esercito israeliano, l'ultima tre estati fa: hanno distrutto il 50% delle abitazioni, raso al suolo scuole, impedito la ricostruzione, inflitto punizioni collettive alla popolazione civile che rappresentano crimini di guerra, impedito con la forza l'arrivo a Gaza di aiuti umanitari. Non siamo perfetti, abbiamo commesso errori, ma la sostanza non cambia: senza la fine dell'assedio, Gaza non potrà risollevarsi anche se a governarla sarà l'Anp".

L'economia di Gaza è vissuta sui tunnel sotterranei che penetravano in Egitto. Tunnel che il nuovo regime egiziano aveva chiuso per punire Hamas del sostegno offerto ai Fratelli Musulmani. Quanto ha inciso l'impegno a riaprire quei tunnel sulla scelta di Hamas di riaprire Gaza all'Anp?

"Quelle gallerie facevano e fanno parte della resistenza. Eravamo costretti a fare queste gallerie. Questo perché eravamo sotto assedio brutale dalla terra, dall'aria e dal mare. Questi tunnel erano temporanei. Il popolo palestinese li ha realizzati a causa dell'assedio. Abbiamo utilizzato questi tunnel per portare cibo, vestiti, medicinali e tutto ci￲ che riguarda la vita quotidiana. Quanto ai rapporti con l'Egitto, nessuna forzatura, nessun ricatto, ma una nuova cooperazione che è nell'interesse di tutti. So bene che certa propaganda vuole far credere che Hamas sia oggi diretto dal Cairo, hanno detto lo stesso con l'Iran, il Qatar, la Turchia. La forza di Hamas sta nel suo radicamento nella società palestinese, nell'essere una parte importante della resistenza all'entità sionista. Ben venga il sostegno esterno, ma questo non ha implicato né implicherà in futuro una eterodirezione di Hamas".

Per tornare alla più stretta attualità: è corretto definire l'accordo tra Hamas e Fatah come la presa d'atto, reciproca, di uno stato di necessità?

"Le divisioni al nostro interno hanno favorito Israele. Israele ha lavorato su questo, perché così ha potuto esercitare al meglio il suo ricatto verso l'Anp. Una politica portata avanti anche dall'Occidente: emarginate Hamas, mettetela in un angolo, e vedrete che gli accordi di Washington saranno attuati, che i soldi nei Territori arriveranno. Così non è avvenuto. Israele ha proseguito la colonizzazione e il cosiddetto negoziato è finito in un binario morto. I palestinesi contano se sono uniti, se rilanciano la resistenza, è questo che vuole il popolo palestinese, non Hamas".

Sta crescendo però il malessere del popolo palestinese, che vorrebbe anche poter scegliere i propri rappresentanti, decidere sul futuro governo e sul nuovo presidente.

"Questo malessere esiste e spetta a noi dare risposte credibili. L'accordo raggiunto definisce un itinerario che deve portarci in tempi ragionevoli a nuove elezioni che devono servire anche a selezionare una nuova leadership. Noi siamo pronti. Hamas non ha paura del voto".

Resta il fatto che sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti mantengono Hamas nella "black list" delle organizzazioni terroristiche. Un governo palestinese aperto ad Hamas non rischia di indebolire ulteriormente l'Anp?

"La legittimazione e la forza di un governo vengono dal consenso del popolo e non dal gradimento esterno. E poi, il mondo non è solo Europa e Stati Uniti. Mi creda, Hamas è tutt'altro che isolato: abbiamo rapporti con moltissimi Paesi, alcuni dei quali siedono stabilmente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dialoghiamo con l'Iran come con l'Egitto, e a tutti chiediamo di sostenere la resistenza palestinese. La resistenza non è un crimine, è un diritto, un diritto che gli iraniani hanno esercitato così come gli algerini e gli altri popoli oppressi dal colonialismo o sotto occupazione".

Resistenza è una cosa, terrorismo è altro.

"Ogni atto di resistenza viene denunciato come terrorismo. E allora cosa sono le case distrutte da Israele, i civili uccisi nei bombardamenti, noi non possediamo né carri armati né aviazione..".

Israele parla di diritto di difesa.

"No, questo è terrorismo di Stato".

Ad Hamas la comunità internazionale chiede di riconoscere lo Stato d'Israele.

"Quale Israele dovremmo riconoscere? L'Israele del 1917? Del 1936? Del 1948? Del 1956? O l'Israele del 1967? Quale confine e quale Israele? Israele deve riconoscere prima lo Stato palestinese e le sue frontiere e poi sapremo di cosa stiamo parlando".

In Israele si è aperto un dibattito sullo Stato binazionale. Qual è in proposito la sua opinione?

"La nostra causa, quella per cui ci battiamo, è la nascita di uno Stato palestinese e non una sorta di annessione simulata, addolcita da qualche concessione da parte israeliana".

Gli ultimi sondaggi di istituti di ricerca palestinesi indipendenti, affermano che se si votasse oggi e i candidati fossero Haniyeh e Abu Mazen, lei sarebbe il nuovo presidente dell'Anp.

"Beh, vuol dire che qualcosa di buono ho fatto nella mia vita. Ma non è il momento dei personalismi né delle candidature. Ora dobbiamo mettere in pratica l'accordo raggiunto, non abbiamo tempo da perdere".

 

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