di Umberto De Giovannangeli

Huffington Post, 19.09.2017

http://www.huffingtonpost.it/2017/09/19/palestina-la-casta-inamovibile-e-il-patto-di-sopravvivenza-fra-hamas-e-fatah_a_23215055/

(Foto di Mamoun Wazwaz/Anadolu Agency/Getty Images)

 

RAMALLAH. L'ultima chiamata per non consegnarsi alla marginalità. Ramallah, capitale politica di una nazione alla ricerca di uno Stato, l'ultima tappa della missione in Palestina e Israele di Roberto Speranza e Arturo Scotto, coordinatori nazionali di Articolo 1-Mdp, è un'occasione propizia per capire meglio se la decisione di Hamas di riconsegnare la Striscia di Gaza al governo della Striscia di Gaza all'Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Mahmoud Abbas, rappresenti davvero l'inizio di una svolta in campo palestinese.

Il viaggio tra le varie "anime" del variegato panorama politico in Palestina, inizia con una scoperta: anche qui esiste una "Casta". Una inamovibile nomenclatura politica che perde colpi e credito tra la popolazione dei Territori, in particolare tra i giovani. A rimarcarlo è Mahdi Abdul Hadi, direttore di "PASSIA", vivace rivista palestinese a Gerusalemme Est. "I giovani – afferma deciso Hadi – non si riconoscono più nell'attuale dirigenza, e questo vale per l'Anp come per Hamas e Fatah. Il distacco cresce, come cresce la rabbia e la disperazione. La rivolta di luglio – spiega il direttore di PASSIA – è nata spontaneamente, dal basso, anche se c'è stato chi ha cercato di metterci il cappello su". Quanto al futuro, Hadi lo vede a tinte scure: "Viviamo – dice – giorno per giorno. Cercando di resistere ad una situazione che si fa sempre più opprimente. La nostra sfida è quella di vivere, di praticare la nostra identità in tutti i modi possibili: con la cultura, ad esempio, con la nostra musica...Non potendo difendere uno Stato che non abbiamo, resistiamo difendendo la nostra storia, la nostra identità, non facendoci colonizzare la mente".

A Ramallah, così come a Hebron e a Betlemme, quello che emerge con forza è l'importanza, decisiva, del fattore-tempo. Perché il tempo non lavora per la pace. "È tempo che il governo italiano riconosca lo Stato di Palestina"; "E' tempo che l'Europa faccia pressione su Israele perché arresti la politica degli insediamenti e ponga fine alla 'pulizia etnica' in atto contro la popolazione palestinese di Gerusalemme Est" (attualmente 350 mila persone). Ed è tempo che i palestinesi ritrovino uno straccio di unità. E qui entra in ballo l'accordo tra Hamas e Fatah. È vera intesa o è l'ennesimo tentativo destinato al fallimento? A Ramallah la giornata di Speranza e Scotto è fitta di incontri con parlamentari uomini di governo, esponenti della società civile palestinese: gli incontri sono un buon test per misurare il livello di gradimento, e di convinzione, dell'accordo mediato, o per meglio dire, imposto alle due parti dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Il primo appuntamento è con una nutrita delegazione del Consiglio legislativo palestinese (Clp, il Parlamento palestinese, composto da 130 membri).

"Ritengo molto positivo questo accordo. Superare le nostre divisione non può che rafforzare la causa palestinese", esordisce Abullah Abdullah, segretario generale del Clp, nonché veterano di Fatah. "Stiamo lavorando perché quello siglato al Cairo sia un accordo vero, una svolta e non un ripiego tattico – gli fa eco Qays Abdul-Karim, parlamentare della 'Lista Alternativa'- Di certo – aggiunge – le divisione ci hanno indebolito sia nei rapporti con Israele che rispetto allo sviluppo del processo democratico al nostro interno". Tutti concordano sul fatto che il primo, severo banco di prova per tastare la solidità di questo "patto per sopravvivere" è Gaza. E dalla Striscia proviene la parlamentare Najat Al-Astal, anche lei esponente di Fatah. Dal suo racconto della situazione nella Striscia emerge una chiave di lettura che spiega molto del perché di questo accordo: Hamas non regge più l'impatto con una emergenza umanitaria che riguarda la totalità della popolazione della Striscia, due milioni di abitanti, il 54% dei quali al di sotto dei 18 anni.

"Siamo praticamente senza elettricità –sottolinea la parlamentare – il 97% dell'acqua non è potabile, la disoccupazione ha raggiunto il 40%, metà della case distrutte da Israele (nella guerra dell'estate 2014, ndr), sono ancora da costruire, il 70% della popolazione di Gaza è composta da rifugiati, 1,5 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà...". Gaza sta morendo. E non solo per il ferreo embargo imposto da Israele e che dura da oltre 10 anni. Al-Astal racconta che la disperazione e la rabbia hanno ormai permeato ogni sfera della vita sociale e privata nella Striscia. "E' aumentata la violenza– dice la parlamentare – dentro la famiglia e contro le donne". Ma se Hamas non regge, neanche Fatah, il movimento fondato da Yasser Arafat, da sola può sostenere una situazione del genere. La pressione egiziana è stata decisiva per stringere il patto di sopravvivenza politica ma questo è solo il primo passo di un cammino irto di ostacoli. A rimuoverne qualcuno, e di quelli più impervi, dovrebbe pensarci la comunità internazionale. Come? "Dando una prospettiva reale alla soluzione 'due Stati' – rilancia Abdullah – ma questo comporta una pressione vera su Israele che non vuole neanche un mini Stato palestinese in Cisgiordania".

È un tema questo che ritorna nel secondo incontro della giornata, quello con una delle personalità più conosciute a livello internazionale della leadership palestinese: Hanan Ashrawi. Nella sua lunga biografia politica, Hasrawi è stata molte, e importanti, cose: la portavoce della delegazione palestinese ai negoziati di Washington; più volte parlamentare, la prima donna a ricoprire l'incarico di portavoce della (maschilista) Lega araba, ed oggi portavoce del Comitato esecutivo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Nel suo perfetto inglese, e andato dritto al punto, Hanan Ashrawi manda alcuni messaggi molto chiari e in più direzioni. Verso il Cairo, ad esempio: "L'Egitto – afferma – ha giocato un ruolo decisivo nell'accordo tra Fatah e Hamas, si può dire che l'abbia imposto. Va anche bene, ma solo se l'ultima parola l'abbiamo noi palestinesi...". Insomma, va pure bene il patronato egiziano, ma questo non può voler dire rimettere la questione palestinesi tutta nelle mani degli interessati "fratelli-coltelli" arabi, come è avvenuto con Saddam Hussein, con Hosni Mubarak, con Hafez Assad, con re Hussein di Giordania, con la dinastia saudita, con le petromonarchie del Golfo, con i teocrati iraniani, e l'elenco potrebbe proseguire a lungo".

Ashrawi, paladina dei diritti umani nei Territori, non ha mai lesinato le sue critiche alla visione della politica propria di Hamas e di Fatah: parla di parità di genere, di stato di diritto, di pluralismo culturale e di rispetto dei diritti delle minoranze religiose (Ashrawi è cristiana), e sottolinea con forza la necessità di una vero ricambio, anche generazionale, dell'attuale classe dirigente. Ma, avverte, questa sfida è al limite, e forse anche oltre, dell'impraticabilità se Israele continuerà ad agire mosso da una "cultura militarista e coloniale". Sorride, Hanan Ashrawi, ma il suo è un sorriso che nasconde una grande amarezza: quella di chi avverte che, forse, il treno della pace sia passato e che Palestinesi e Israeliani non ne siano saliti a bordo. Oggi, è tutto più difficile. Perché al governo a Gerusalemme c'è una "destra che usa la questione della sicurezza per realizzare il disegno della 'Grande Israele', e perché non è facile parlare di dialogo e di democrazia sotto un regime di apartheid". In una terra che si nutre di simboli, Ashrawi chiede all'Italia un atto simbolicamente forte. Ora, perché non c'è più tempo: "Riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina – annota – sarebbe importante per dare speranza e respiro al negoziato di pace e per dire a Israele che non si può sostenere in ogni dove di essere l'unica democrazia nel Medio Oriente e poi instaurare l'apartheid nella West Bank., ed anche per dare gambe più solide al processo democratico al nostro interno".

Il messaggio che Ashrawi, sostenitrice da sempre del dialogo dal basso tra israeliani e palestinesi, si sente di lanciare oggi all'opinione pubblica israeliana è molto semplice e netto: " Democrazia e occupazione non sono conciliabili. Come non lo sono pace e colonizzazione". Tra rassegnazione e militarizzazione, c'è una terza via, per Hanan Ashrawi: quella della disobbedienza civile, della resistenza popolare non violenta. Alla quale affiancare l'"intifada diplomatica" in ogni organismo delle Nazioni Unite in cui l'Anp è presente. Molto più istituzionale è l'incontro con il primo ministro dell'Anp, Rami Hamdallah. Istituzionale ma non reticente. Perché a Speranza e a Scotto, il premier palestinese alcune cose interessanti le dice. Anzitutto, la necessità di verificare nei fatti le vere intenzioni di Hamas: "Di accordi ne hanno firmati tanti – osserva – ma poi li hanno puntualmente disattesi. Lo scioglimento del Consiglio amministrativo (il 'governo' di Hamas nella Striscia, ndr.) è un fatto importante, concreto, ma – avverte Hamdallah – ora occorre capire bene come l'Anp possa tornare a governare la Striscia, visto che Hamas ha occupato ogni centro di potere...".

Questo si scoprirà vivendo, in un futuro che si fa già presente. Un presente che il primo ministro palestinese vede nerissimo per quanto riguarda i rapporti con chi oggi governa Israele: "È difficile parlare di pace con un primo ministro israeliano (Benjamin Netanyahu, ndr) che fonda il proprio consenso sulla paura, evocando sempre un Nemico esterno contro cui fare fronte, i palestinesi e oggi l'Iran", rileva il premier palestinese. Per questo occorre la pressione internazionale. Un discorso che Hamdallah rivolge anzitutto all'Europa: "Non basta – dice – ribadire di essere a favore di una soluzione a due Stati senza poi agire perché ci sia ancora uno spazio reale per quella che per noi resta l'unica via da seguire". Una via frantumata in 235 enclave: tanti sono i frammenti della Cisgiordania, determinati dalla Barriera di sicurezza israeliana, dai ceck-point e dagli insediamenti, alcuni vere e proprie città, che spezzano ogni contiguità territoriale in West Bank. Nonostante questo, la soluzione "due Stati" resta, nonostante tutto, la più praticabile. A sostenerlo è Mustafa Barghouti, esponente della società civile palestinese laica, progressista. "L'alternativa ai 'due Stati – annota – non può essere certo l'impraticabile Stato binazionale che porterebbe gli ebrei ad essere minoranza, cosa che non avverrà mai. La vera 'alternativa' messa in pratica oggi dal governo israeliano è quella dell'apartheid". Contro il quale, l'unità del campo palestinese è una condizione di necessità. "Hamas è più pragmatico di quanto possa apparire all'Occidente – spiega Bargouthi – e oggi sa che governare Gaza da sola è una impresa impossibile. Quanto a Fatah, il suo è un 'matrimonio d'interessi, diciamo che due debolezze possono fare una forza. E poi c'è la mano egiziana...".

Restano le richieste alla comunità internazionale. E non di poco conto: "Un accordo – afferma – il premier palestinese – deve essere siglato e poi realizzato. Per quanto ci riguarda, siamo pronti, anzi lo chiediamo, a che vi sia una forza di interposizione, sotto egida Onu (modello Unifil in Libano, ndr) che verifichi l'attuazione di un accordo di pace e garantisca la sicurezza delle frontiere tra lo Stato di Palestina e Israele. Ma occorre agire da subito in questa direzione, prima che sia troppo tardi".

Di nuovo, il fattore-tempo. Che torna anche nel bilancio conclusivo della loro intensa missione, fatto da Speranza e Scotto. "Dobbiamo contribuire, come Italia e come Europa, a riaccendere i riflettori su una questione, quella israelo-palestinese – che è precipitata nell'agenda internazionale – rileva Scotto – e occorrono scelte chiare e a breve tempo; scelte che possano rafforzare l'accordo in campo palestinese tra Fatah e Hamas". E queste scelte, per i coordinatori nazionali di Articolo 1-Mdp, sono due: togliere l'embargo a Gaza (una richiesta avanzata con forza anche dai rappresentanti delle Ong italiane impegnate nella Striscia, che Speranza e Scotto hanno incontrato nella sede del Consolato generale d'Italia a Gerusalemme); riconoscere lo Stato di Palestina da parte del governo italiano. E tutto questo, puntualizza Speranza, "in piena sintonia con la vocazione mediterranea e l''equivicinanza' con Israele e Palestina che ha caratterizzato la politica estera italiana in Medio Oriente. Siamo convinti che la sicurezza d'Israele e la nascita di uno Stato palestinese indipendente siano le due facce di una stessa medaglia: quella di una pace giusta e duratura fra i due popoli".

Una vocazione che negli ultimi tempi si è andata sfuocando. E qui la frecciata al titolare della Farnesina, Angelino Alfano: "Il ministro degli Esteri – sostiene Scotto – sembra essere più interessato alle vicende pre-elettorali siciliane che alla pace in Medio Oriente". "Due anni e mezzo fa – ricorda Speranza – il Parlamento italiano approvò una mozione, di cui ero stato primo firmatario (allora come capogruppo alla Camera del Pd, ndr) nel quale si riconosceva lo Stato di Palestina. Due anni e mezzo è un tempo sufficiente, anche troppo, per fare un passo in avanti e riconoscere da parte del governo del primo ministro Gentiloni, lo Stato di Palestina". I tempi sono maturi, ripetono Scotto e Speranza. I tempi. Il tempo. In politica è tanto, forse tutto. In Palestina, e non solo.