di Ilan Pappe

Nella foto: rifugiati palestinesi continuano ad attraversare verso la Giordania dopo che il ponte Allenby tra Giordania e Cisgiordania è stato bombardato l'8 giugno, quarto giorno della guerra del 1967. (foto UNRWA)

The Electronic Intifada, 06.06.2017

https://electronicintifada.net/content/israels-occupation-was-plan-fulfilled/20686

Nel giugno del 1967 avevo 12 anni. Ricordo di aver contribuito a riempire sacchi di sabbia per fortificare l'ingresso della nostra casa a Haifa in preparazione alla guerra. L'esercito era già orientato verso la guerra e l'Israele ufficiale terrorizzava la sua società e i suoi sostenitori in tutto il mondo, come avevano fatto i leader sionisti nel 1948, con avvertimenti di un altro olocausto.

Ho terminato di recente un libro su questo periodo: "La più grande prigione sulla terra: una storia dei territori occupati".

Attraverso il lavoro su questo libro, ho capito che la manipolazione israeliana della paura ebraica nel 1967 è stata ancora più cinica di quella del 1948, quando la leadership ebraica non poteva realmente prevedere i risultati della sua decisione di pulire etnicamente la Palestina.

I consigli dei ministri rivelano un gruppo di politici e generali che dal 1948 hanno cercato un modo di rettificare quello che ritenevano il più grave errore della trionfante "guerra di indipendenza": la decisione di non occupare la Cisgiordania.

Nel 1948, la Cisgiordania era stata lasciata in mani giordane a causa di una tacita comprensione tra la leadership sionista e il Regno hasemita, così eloquentemente descritta dallo storico Avi Shlaim nel suo libro "Collusione attraverso il Giordano".

La lobby dell'occupazione

C'era una lobby attrezzata in Israele che spingeva il governo, in vari momenti storici criuciali, a trovare un pretesto per occupare e annettere la Cisgiordania. Era costituita da ideologi che consideravano la Cisgiordania come il cuore dell'antica patria senza la quale il paese non sarebbe sopravvissuto e di strateghi che credevano fermamente che il fiume Giordano fosse un baluardo naturale per la difesa dall'invasione di eserciti dall'est.

Quasi ce la fecero per due volte prima del 1967. Nel 1958, il pretesto era l'eventuale "radicalizzazione" della Giordania. Gli Stati Uniti imposero un veto su tale atto. Nel 1960, le minacce israeliane contro la Siria e i continui attriti a nord crearono una catena di eventi che fornì un'altra opportunità. La trama si svolse nel 1960 come sarebbe avvenuto nel 1967: la tensione nel nord portò il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser a reagire inviando forze nel Sinai e chiudendo il percorso marittimo a Eilat lungo lo stretto Golfo di Aqaba.

Nel 1960 fu il primo ministro israeliano David Ben-Gurion a impedire che la crisi si trasformasse in guerra o in pretesto per occupare la Cisgiordania. Dopo aver guidato l'espulsione di oltre 750.000 palestinesi nel 1948, non aveva voglia di incorporarne un altro milione e mezzo in Israele.

Una guerra prevenibile

Ben-Gurion fu messo fuori dalla vita politica significativa nel 1963. In quell'anno, i preparativi per una possibile occupazione sia della Cisgiordania che della Striscia di Gaza si fecero concreti. Nei successivi quattro anni l'esercito aveva preparato piani dettagliati per l'eventuale acquisizione di questi territori.

Non abbiamo accesso ai piani militari, ma abbiamo accesso ai piani legali che sono stati elaborati dal 1963 in poi e spiegano in dettaglio come regolare la vita di milioni di palestinesi: giudici militari in attesa, consulenti legali, governatori e legislatori militari e una rigorosa infrastruttura legale per organizzare la vita degli occupati dal momento stesso dell'occupazione. Informazioni di intelligence sull'eventuale resistenza e sui suoi leader furono propriamente raccolte in modo che una rapida acquisizione si concretizzasse sin dall'inizio dell'occupazione.

E il momento non si fece molto attendere. La retorica e le azioni israeliane contro la Siria si intensificarono nel 1966 e nel 1967.

L'inevitabile crisi ebbe luogo nel maggio del 1967. La lobby della Grande Israele, che comprendeva la maggior parte dei generali dell'esercito e dei giovani ministri del partito laburista, era determinata a non lasciare che l'occasione andasse perduta. Come per qualsiasi conflitto in espansione, c'erano più vie di uscita. Nasser seguì nel 1967 la stessa politica perseguita nel 1960. Come l'Unione Sovietica, con cui era alleato, prese sul serio le minacce israeliane di attaccare la Siria e volle riaprire la questione palestinese.

Ahimè, come nel 1948, la retorica di guerra dell'Egitto non corrispondeva alla sua capacità militare e ai suoi preparativi. La situazione di re Hussein di Giordania era persino peggiore. Quando Israele assalì la forza aerea egiziana la mattina del 5 giugno 1967, sperò ancora che una rappresaglia simbolica (a cui lo obbligavano gli accordi di difesa con l'Egitto e la Siria) lo avrebbe liberato dall'accusa di tradimento e avrebbe salvato la Cisgiordania. Si sbagliava in entrambi i casi.

La guerra era evitabile. Tuttavia, l'élite militare e politica israeliana si assicurò che ogni altra via di uscita fosse bloccata e nessuno potesse opporsi alla visione sionista di giudaizzazione di tutta la Palestina storica.

Un piano realizzato

Il crollo totale degli eserciti arabi che permise a Israele di arrivare fino al canale di Suez e quasi occupare Damasco fu un bonus che gli israeliani non avevano previsto. Ma l'occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza fu la realizzazione di un progetto: non fu solo il brillante risultato di una guerra di grande successo.

I piani di acquisizione degli anni precedenti permisero a Israele di insediare il suo potere militare sulla Cisgiordania e Gaza immediatamente dopo la guerra. Il sistema era già stato imposto con successo alla minoranza palestinese in Israele: quei palestinesi che erano sopravvissuti alla pulizia etnica due decenni prima ed erano rimasti dentro lo "Stato ebraico".

Ora il sistema e le persone che lo operavano erano state trasferite per governare un nuovo gruppo palestinese. Ma la nuova versione era ancora peggiore: era stata costruita sulla bruta forza dell'esercito per controllare ogni aspetto della vita, violando i diritti umani e civili fondamentali.

I mezzi per mantenerlo sono cambiati, ma questo sistema è ancora intatto e non c'è intenzione di porre fine alla sua esistenza.

Quest'anno, un'altra generazione di questa burocrazia maligna inizia il suo mandato nel funzionamento del sistema. Ha trovato resistenza da parte dei palestinesi, anche nella forma di rivolte generalizzate, o intifada, che hanno avuto luogo nel 1987 e nel 2000. E troverà ancora resistenza. Ma il sistema internazionale non ha condannato l'occupazione in modo sufficiente a farlo terminare.

Partecipare all'occupazione

Subito dopo la guerra, Moshe Dayan, ministro della difesa, aprì la Cisgiordania agli israeliani.

Ci siamo uniti come una famiglia. Le nostre guide facevano parte della "Società di Esplorazione di Israele", fondata nel 1913 nel tentativo di giustificare la lotta sionista per la Palestina con reperti archeologici.

Con siffatte guide turistiche, si vede quello che si suppone ci fosse stato migliaia di anni fa, ma non si vede il presente. Si contemplano antiche rovine ignorando l'umanità attorno a loro. I primi sionisti, prima dello stato, sono stati guidati in simili tour al loro arrivo nella "terra senza un popolo".

L'anno 1967 è diventato il compimento del 1882, la data della prima colonia sionista in Palestina. Ma ora era una colonizzazione di lusso fatta da un ricco e potente stato ebraico.

La distruzione di Qalqilya, l'espulsione dei rifugiati dai campi distrutti nei pressi di Gerico e la pulizia etnica a Gerusalemme sono stati eventi di cui ho letto solo dopo, sebbene fossero visibili quando abbiamo marciato attraverso la Cisgiordania come un esercito di turisti che "redimevano" la loro antica patria.

L'élite militare e politica in Israele già nel giugno 1967, sia a sinistra che a destra, considerava la Cisgiordania - e anche la striscia di Gaza - come parte integrante del futuro Israele. Il dibattito era su come realizzare il progetto senza incorrere nel malumore internazionale, soprattutto americano, e senza concedere la cittadinanza ai milioni di palestinesi che vivono lì.

Per questo motivo la colonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza iniziarono molto presto, permettendo ad Israele di annettere di fatto qualsiasi parte dei territori desiderasse. Questa annessione è stata condotta attraverso la confisca della terra palestinese e, ove necessario, le espulsioni.

Le farse di Israele

Ci sono due farse  che hanno aiutato a confondere il mondo e a non vedere la strategia israeliana sul terreno. Da adolescente ho assistito alla prima e come giovane studente ho svolto un ruolo attivo nella seconda.

La prima è stato il farsesco dibattito interno in Israele tra i cosiddetti "redentori" e i "custodi", altrimenti noto come il divario tra la destra e la sinistra nella società israeliana. I primi affermavano che i territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza erano stati "redenti" e dovevano essere annessi, la sinistra che dovrebbero essere tenuti in custodia fino alla conclusione di un accordo di pace.

Fino ad allora, entrambi i campi concordavano sull'unificazione di Gerusalemme - una città i cui confini erano stati espansi da Israele in profondità nella Cisgiordania per annettere più territorio - nonché sulla necessità di sistemare la valle del Giordano e mantenere i palestinesi sotto il dominio militare .

Da giovane, come tante persone nel mondo che avrebbero dovuto essere più informate, credevo veramente che questo fosse un dibattito ideologico sulla guerra e sulla pace.

Ho anche aderito alla seconda farsa che è stata manipolata dall'alto: il "processo di pace". Il messaggio principale da Israele era che le sue azioni erano temporanee, anche quando stava colonizzando vaste aree dei territori occupati, e che le sue violazioni di diritti umani fondamentali erano una necessità di breve termine che sarebbe terminata una volta arrivata ​​la pace.

Il processo non si muoveva da nessuna parte, e quando si mosse come abbiamo visto nel 1993 - con la "svolta" degli accordi di Oslo tra Israele e l'Organizzazione di Liberazione della Palestina - si è davvero spostato all'indietro.

Tuttavia, ha fornito tempo e immunità per solidificare la strategia di una colonizzazione profonda con fatti irreversibili sul terreno.

Gli ingenui "custodi" come me sono stati quelli inviati all'estero per vendere il "processo". Ero perfino pronto a rappresentare "Peace Now", il principale movimento di custodi extraparlamentare della sinistra, mentre seguivo i miei studi di dottorato nel Regno Unito (anche se ben presto fui espulso dal gruppo per aver incontrato pubblicamente rappresentanti dell'OLP a Londra quando era proibito).

In effetti questi incontri mi aiutarono a svegliarmi e rendermi conto dei più vasti contesti storici e ideologici delle azioni di Israele nel 1967 e in seguito.

Dall'estero, ironicamente, era molto più facile guardare direttamente l'inumanità e le sofferenze causate dal sionismo nel suo secolo in Palestina. Per me fu l'addio alla sinistra sionista israeliana.


Una domanda gentile

Cinquant'anni dopo, la sinistra sionista è purtroppo la forza su cui la comunità internazionale ufficiale fa affidamento per arrivare alla pace. Tuttavia, la maggior parte degli israeliani hanno smesso di giocare la farsa della sinistra e della destra - ognuno con la propria scusa o spiegazione.

Molti di loro credono anche che non esista più la necessità di svolgere la seconda farsa. L'Israele ufficiale non si preoccupa più di come evitare il rimprovero internazionale.

L'attuazione del genocidio incrementale nei confronti dei palestinesi a Gaza non ha commosso le grandi potenze, e la colonizzazione continua della Cisgiordania e l'assedio di Gaza rimangono il mezzo migliore di Israele per soddisfare la sua visione di una Grande Israele. Fintanto che i leader israeliani non subiranno alcuna conseguenza, continueranno a perseguire la loro visione di Grande Israele.

Se questa visione può essere attuata attraverso una divisione della Cisgiordania in bantustan - le enclaves nello stile del Sud-Africa dell'apartheid dove i palestinesi ricevono un'autonomia nominale ma nessun controllo reale - va benissimo all'elettorato ebraico. (Ecco perché gli ottimisti sulla soluzione a due stati possono continuare a citare sempre e comunque l'alta percentuale di israeliani che dicono di credere in una soluzione a due stati e tuttavia votano soprattutto per i partiti che vi si oppongono).

Allora perché il mondo sta ancora giocando alla farsa? Per i lettori abituali di questa pubblicazione le risposte sono chiare e non c'è bisogno di ripeterle.

Ma in questo momento di commemorazione, affrontiamo le persone che consideriamo decenti e competenti come nostri amici - quegli amici e compagni che ancora parlano della soluzione dei due stati, del "campo della pace" israeliano e della "pace dei coraggiosi" - e chiediamo loro gentilmente per quanto tempo giocheranno a questa farsa, mentre la realtà della colonizzazione e dell'oppressione diventa più dura ogni giorno e può essere fermata solo quando il maggior numero possibile di persone daranno potere alla verità.

Autore di numerosi libri, Ilan Pappe è professore di storia e direttore del Centro europeo per gli studi Palestinesi presso l'Università di Exeter.

 

Traduzione di Giacomo Graziani per l'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze