A quasi 70 anni dalla fondazione di Israele, il passato incombe ancora in modo decisivo.

Di Ramzy Baroud.

Il 1° maggio Israele festeggia la Nakba palestinese con la sua Festa dell’Indipendenza, e nel frattempo si prepara alle celebrazioni per il 50° anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza.

Ci sono due date fondamentali in quello che viene definito il conflitto israelo-palestinese: la Giornata della Nakba, il 15 maggio, e quella della Naksa, il 5 giugno.

Il termine Nakba significa “catastrofe”, ed era comunemente usato per descrivere gli atti di violenza esercitati contro la popolazione araba palestinese durante la colonizzazione britannica della Palestina, protrattasi dal 1917 al 1948.

Successivamente, la parola è stata associata, più in generale, alla colonizzazione britannica e sionista e agli insediamenti in terra di Palestina, che hanno infine condotto alla pulizia etnica della popolazione palestinese, costretta a lasciare le sue terre tra il 1947 e il 1948.

Il 15 maggio del 1948 avvenne l’atto finale di tutte le “catastrofi” che si erano succedute negli anni.

Il termine Naksa, invece, significa “ricaduta”.

In quel periodo, era diffusa la convinzione che gli eserciti arabi sarebbero riusciti a sconfiggere Israele, a riconquistare la Palestina storica e a consentire ai rifugiati costretti all’esodo durante la Nakba, di fare ritorno nelle loro case.

Il numero dei rifugiati era cresciuto rapidamente, i campi profughi erano stracolmi e le condizioni di vita erano caratterizzate da indigenza e miseria.

Durante la Nakba, quasi 500 villaggi furono distrutti, intere città palestinesi furono evacuate e circa 800.000 arabi palestinesi furono costretti all’esilio, per fare posto agli immigrati ebrei che arrivavano da ogni parte del mondo.

Ma la Guerra del 1967 fu una delusione ancora peggiore.

Gli Arabi subirono una cocente sconfitta.

La mancanza di prontezza e le aspettative eccessive dello schieramento arabo, unite al sostegno militare ed economico fornito dagli Americani e dall’Occidente a Israele, condussero a una totale disfatta degli Arabi, su tutti i fronti: Israele conquistò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, il Sinai all’Egitto e le Alture del Golan alla Siria.

Una sconfitta che stabilì la sua supremazia militare, rafforzando i rapporti con gli Stati Uniti e determinando anche un effetto non meno importante: un cambiamento significativo nel linguaggio.

Per molto tempo, dopo la guerra, la narrazione della Nakba fu riservata ai soli testi di storia; i nuovi confini di Israele, che aveva sottratto moltissimi territori agli Arabi e la Palestina storica nella sua interezza, divennero il nuovo punto di riferimento.

La disfatta del 1967 mise fine a una situazione di incertezza, per cui la lotta armata palestinese era condotta dai Paesi Arabi, soprattutto da Egitto, Giordania e Siria.

L’occupazione del restante 22% della Cisgiordania aveva spostato l’attenzione su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania e su Gaza, consentendo a Fatah di ridefinire il suo ruolo alla luce della sconfitta e delle successive divisioni.

La divisione si palesò in tutta la sua forza durante il summit di Khartoum, nell’agosto del 1967, in cui i leader arabi si scontrarono sulle priorità da stabilire e le soluzioni da adottare. Le conquiste territoriali di Israele avrebbero dovuto ridefinire lo status quo ante bellum? Gli Arabi avrebbero dovuto pretendere il ripristino dei confini pre-67 o pre-48?

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) sosteneva che la sconfitta non avrebbe dovuto compromettere l’integrità della lotta, e che la Palestina (tutta la Palestina) era ancora al centro delle rivendicazioni. In questo specifico caso, la posizione di Gamal Abdul Nasser, presidente egiziano, sembrava alquanto confusa, per quanto continuasse a esortare lo scontro militare convenzionale contro Israele.

La Siria non prese parte al summit.

Ad ogni modo, gli Arabi convennero che non ci sarebbero state trattative, riconoscimenti o accordi di pace con Israele, il cui atteggiamento continuava a essere fonte di destabilizzazione e ostilità nella regione.

Anche la reazione da parte della comunità internazionale non fu rassicurante.

Il 22 novembre del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 242, che rifletteva la volontà dell’amministrazione di Lyndon B Johnson di sfruttare il nuovo status quo. La risoluzione chiedeva a Israele di ritirarsi dai “territori occupati” in cambio di una normalizzazione dei rapporti.

Le nuove parole d’ordine post 1967 allarmavano i Palestinesi, perché si rendevano conto che ogni accordo politico avrebbe ignorato la situazione precedente alla guerra, e avrebbe solo cercato di riparare i danni, per quanto possibile.

Per Israele, rinvigorito dal trionfo sul piano militare, la vittoria del 1967 rappresentò un’ulteriore occasione per riscrivere la storia. Anche le sue parole d’ordine cambiarono per fare posto a un rinnovato senso di potere.

A questo punto, Israele non si presentava più in modo vittimistico, come la nazione che doveva difendere i suoi confini dalle orde degli Arabi, ma come un Paese in grado di detenere una supremazia sulle idee, sulla storia e sul senso comune. Aveva ormai conquistato tutta la Palestina e soggiogato i milioni di abitanti che la popolavano, ma continuava a sostenere che questi non erano mai esistiti.

In effetti, l’orribile dichiarazione rilasciata dall’ex primo ministro Golda Meir, secondo cui i Palestinesi “non esistevano” e “non c’era mai stato un popolo palestinese”, non si limitava a essere un commento razzista, aveva elementi di pericolosità più profondi.

Questa dichiarazione arrivò due anni dopo la Naksa.

Più Israele occupava illegalmente e militarmente il territorio, più i Palestinesi erano oggetto di pulizia etnica e venivano cacciati dalla loro madrepatria, più i leader israeliani tentavano di cancellarli dalla storia, negandone l’identità, la cultura e il diritto a sentirsi parte di una nazione.

Se davvero i Palestinesi fossero “esistiti”, non avrebbe potuto esserci alcuna giustificazione morale per la creazione di Israele; non sarebbe esistita una retorica in grado di esaltare il “miracolo” della sua nascita, che fece “fiorire il deserto”.

La creazione violenta di Israele esigeva la spietata distruzione di una nazione con una sua storia, una sua lingua, una sua memoria collettiva. Il popolo palestinese doveva essere spazzato via, per mettere a tacere ogni eventuale senso di colpa, ogni ombra di vergogna, di responsabilità legale e militare per la sorte di milioni di persone.

Se un problema non esiste, non c’è alcun bisogno di risolverlo. La negazione dei Palestinesi era l’unica formula intellettualmente valida che avrebbe consentito a Israele di sostenere e promuovere i suoi miti nazionali.

Non sorprende che la logica di Israele sia stata sufficientemente convincente per coloro che, spinti da necessità politiche, zelo religioso o semplice auto illusione, sentirono il bisogno di celebrare il “miracolo” israeliano.

Il loro nuovo mantra, ripetuto qualche anno fa da uno dei più opportunisti e meno preparati politici statunitensi, Newt Gingrich, era: “Quello Palestinese è un popolo inventato”.

Questa logica si è gradualmente imposta in ogni settore della società israeliana.

Sebbene esista, in nuce, un movimento in Israele che tenta di sfidare questa narrativa, i Palestinesi sono generalmente descritti come “un’ombra muta”, per usare una toccante espressione di Elias Khoury.

L’ombra è il riflesso di qualcosa che esiste, ma è intangibile. Ed è muta: può ascoltare, ma non ha voce per rispondere.

Sfidare il senso comune e riscrivere la storia è una vecchia abitudine per gli Israeliani. La loro versione ufficiale dei fatti relativi alla Nakba non si è concretizzata fino agli anni ’50-’60.

In un articolo comparso su Haaretz dal titolo “Catastrophic Thinking: Did Ben-Gurion Try to Rewrite History?” (Riflessioni Catastrofiche, Ben Gurion ha davvero tentato di riscrivere la storia? n.d.t.), Shay Hazkani racconta l’affascinante operazione portata avanti dal primo ministro David Ben Gurion e da un gruppo di accademici israeliani per elaborare una versione che descrivesse gli eventi accaduti tra il 1947 e il 1948.

Ben-Gurion voleva diffondere una versione della storia che fosse coerente con la posizione politica di Israele, ma non aveva “prove” a sostegno della sua tesi. Ma alla fine, le “prove” costruite a tavolino divennero “verità storica” e non fu permessa la diffusione di una narrazione della Nakba che sfidasse quella israeliana.

“È probabile che Ben-Gurion non abbia mai neanche sentito il termine ‘Nakba’, ma sin da subito, agli inizi degli anni ’50, il Primo Ministro capì l’importanza di una sua visione storica dei fatti,” scrive Hazkani.

Il politico israeliano chiese ai suoi accademici di plasmare una ricostruzione storica alternativa, che continua tuttora a permeare il pensiero israeliano.

Questa operazione di distrazione dalla verità storica, e dall’attuale, terribile, occupazione della Palestina, dura da quasi 70 anni.

Ovviamente, l’assurdità di festeggiare il 50° anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza non sfugge a tutti gli Israeliani.

“Uno stato che commemora 50 anni di occupazione è uno stato che ha perso ogni prospettiva e ogni capacità di distinguere il bene dal male”, ha scritto l’analista Gideon Levy sulle pagine di Haaretz. “Cosa c’è da festeggiare, israeliani? 50 anni di massacri, abusi, diseredazioni e sadismo? Solo una società priva di coscienza può festeggiare un tale anniversario”.

Levy sostiene che Israele ha vinto la guerra del 1967, ma ha “perso praticamente tutto il resto”.

Da quel momento, l’arroganza, l’avversione per il diritto internazionale, “il disprezzo nei confronti del mondo, le continue prepotenze” hanno raggiunto livelli inqualificabili.

L’articolo di Levy si intitola “Our Nakba” (“La nostra Nakba”).

Il coraggioso Levy, ovviamente, ha ragione, ma la “Nakba” israeliana va giudicata secondo rigidi parametri morali, perché le azioni vergognose sono iniziate molto prima, almeno 20 prima della Guerra del ’67.

Sempre più voci, tra gli Ebrei, si uniscono a un movimento di intellettuali palestinesi che da tempo cerca di ridefinire le radici della lotta.

Su Forward, Donna Nevel si rifiuta di accettare una discussione sul conflitto in Palestina che inizi dalla guerra del ’67 e dalla successiva occupazione. È molto critica nei confronti del cosiddetto “Sionismo progressista”, che insiste a porre l’accento solo sull’occupazione, limitando ogni possibilità di risoluzione alla soluzione “due popoli due stati”.

Questa “soluzione”, oltre ad essere superata e non praticabile, non prende in considerazione la “Nakba”.

La “Nakba non viene presa in esame perché è il frutto e la manifestazione più evidente del Sionismo”, scrive Donna Nevel. “Chi ignora la Nakba, come fanno i Sionisti e le istituzioni israeliane, rifiuta di riconoscere che il Sionismo è illegittimo come concetto e nella sua realizzazione pratica.”

È questa la ragione per cui la polizia israeliana ha di recente bloccato la Marcia del ritorno, a cui ogni anno partecipano migliaia di palestinesi in Israele.

Da anni, Israele teme che un movimento crescente tra Palestinesi, Israeliani e a livello globale possa portare a un cambiamento nel paradigma usato per comprendere le radici del conflitto in Palestina.

Queste nuove riflessioni sono il risultato della fine del “processo di pace” e della fine della “soluzione dei due stati”.

Incapace di sostenere i suoi miti di fondazione, ma incapace anche di offrire un’alternativa, il governo israeliano cerca ora di usare misure coercitive per reprimere questo nuovo movimento: punendo coloro che insistono nel commemorare la Nakba, sanzionando le organizzazioni che partecipano a questi eventi e bollando come traditori tutti gli ebrei che, singolarmente o in modo collettivo, si allontanano dalla versione ufficiale dei fatti.

In questi casi, la coercizione non è quasi mai efficace.

“La Marcia [del Ritorno] ha visto aumentare il numero dei partecipanti negli ultimi anni, nonostante le misure repressive adottate dalle autorità israeliane”, ha scritto Jonathan Cook su Al Jazeera.

A quasi 70 anni dalla fondazione di Israele, il passato incombe ancora in modo decisivo.

Fortunatamente, i Palestinesi che finora si sono opposti alla narrazione ufficiale da parte di Israele, oggi ricevono anche il supporto di un numero crescente di ebrei.

Solo con l’adozione di una nuova narrazione comune si può raggiungere un’autentica comprensione del passato, nella speranza che il futuro sia caratterizzato da un orizzonte diverso da quello attuale, che si esplica attraverso la dominazione militare, la diseguaglianza e la becera propaganda.

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Traduzione di Romana Rubeo