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Nel loro ultimo libro Ilan Pappé (storico israeliano, che ha insegnato ad Haifa e all’Università di Exeter) e Noam Chomsky (linguista e filosofo statunitense, autore di numerosi bestseller politici) si confrontano sulla questione palestinese, tema a loro caro, su cui hanno prodotto negli ultimi anni molti altri materiali.

Il cuore del libro “Palestina e Israele: che fare?” (ed. Fazi Editore, 2015, p. 223, 16€) contiene una intervista ai due studiosi, condotta dall’attivista Frank Barat che è anche il curatore del volume.
Passato, presente e futuro della Palestina sono alla base della discussione, cogliendo quindi il problema da un’ottica storica evitando di schiacciare tutta l’analisi sull’immediato presente.
Scrive Barat : “Il passato per la Palestina e i palestinesi è il 1948, la Nakba (catastrofe) e la pulizia etnica dei due terzi della popolazione, espulsa dalla Palestina storica per far posto a un nuovo stato, Israele. E’ un passato molto prossimo, per tutti i palestinesi. Parlarne, analizzarlo è dunque fondamentale per capire la situazione”.

L’approccio di Pappé tende a riformulare il lessico, applicando il concetto di colonialismo allo sviluppo dello Stato di Israele: “Sin dal 1882 il movimento sionista prima e lo Stato di Israele poi hanno usato i verbi le-hitnahel, o le-hityashev, e i termini hitanchalut e hitayasvut per descrivere l’acquisizione di terre in Palestina. La traduzione esatta è ‘insediarsi’ e ‘colonizzare’, e ‘insediamento’ e ‘colonizzazione’. Da quando però (…) le fortune del colonialismo cambiarono e il termine cominciò a connotare negativamente le politiche e le pratiche europee, il movimento sionista e lo Stato di Israele hanno provato a dissociare la terminologia ebraica da quella coloniale e hanno iniziato ad adottare un linguaggio più universale e positivo per descrivere le loro politiche”.

Inoltre Pappé compie un parallelismo tra il l’apartheid del Sudafrica e le politiche dello stato israeliano: “Solo ora comincia a fiorire una letteratura accademica che equipara l’apartheid del Sudafrica a quella di Israele, anche se alcuni coraggiosi ricercatori come Uri Davis hanno cominciato a usare questo termine molti anni fa. (…) I primi studiosi a recarsi nel Sudafrica dopo la fine dell’apartheid usarono poi quel termine per definire Israele, come del resto ha fatto anche l’ex presidente USA Jimmy Carter”.

La divergenza tra Chomsky e Pappé emerge sopratutto per quel che riguarda il futuro, e cioè quale delle due soluzioni sia la migliore tra quella che prevede due stati (Israele e Palestina) oppure un unico grande stato democratico, dove i due popoli dovrebbero convivere. Afferma Chomsky: “La soluzione a uno Stato può essere un’idea da coltivare nella mente, ma al momento non mi sembra un’opzione concreta. Secondo me sono queste due le scelte in campo ed è fuorviante che qualcuno, in qualsiasi ambiente – che sia lo Shin Bet, la dirigenza palestinese o gli analisti stranieri – parli come se la scelta fosse tra i due Stati e lo Stato unico. Non è questa l’alternativa: la scelta è tra il Grande Israele o i due Stati. E nel Grande Israele non sono contemplati i Palestinesi, o ve ne sono molto pochi”.
Diversamente Pappé: “Secondo me, alla luce degli equilibri di potere sul territorio delle relazioni di Israele con gli Stati Uniti e la comunità internazionale, è inevitabile che la soluzione a due Stati sarà realizzata più o meno secondo le modalità gradite a Israele. (…) La soluzione a due Stati punta ormai a un unico obiettivo, ossia la legittimazione a livello mondiale di questo compromesso: la comunità internazionale cerca qualcuno, come Abu Mazen, che accetti la versione israeliana della soluzione a due Stati. Se questo dovesse verificarsi, il Grande Israele potrà perpetuarsi grazie a quella legittimazione. Sono convinto che occorra invece contrapporre al Grande Israele, che di fatto esiste già, una campagna per promuovere il cambio di regime basato sull’uguaglianza dei diritti civili, e sperare che vi siano degli sviluppi a livello regionale e internazionale che lo portino a maturazione”.

I due studiosi si confrontano inoltre sui risultati della campagna globale di boicottaggio di Israele ”BDS” (Boycott, Divestment and Sanctions) che ha cercato di unire il movimento di solidarietà in tutto il mondo.