Standpunkte (punti di vista) 20/2015

Fondazione Rosa Luxemburg

http://www.rosalux.de/publication/41848

Di Katja Herrmann

(segue dalla Parte1)

L'ANP - una parte del problema

Anche se gli sforzi per l'internazionalizzazione del conflitto sono importanti, sono l'unico approccio della leadership palestinese di Ramallah per smuovere questa situazione. Come risultato del processo di Oslo l'Autorità Palestinese (ANP), è fortemente dipendente da Israele, nonché da parte dei donatori internazionali; la sua autorità è minima e idem  il suo margine di manovra. Tramite vari accordi è strettamente legata a Israele. In particolare nei settori dell'economia e della sicurezza, l’ANP si è  sviluppata nel corso degli anni in un ente tecnocratico con una vita e con interessi complessi. Data la mancanza di una costituzione democratica della AP - da anni di presidente palestinese Mahmoud Abbas governa praticamente da solo, senza mandato democratico, senza un parlamento e senza elezioni – è emerso nel ambiente un sistema di clientelismo e corruzione  che offre ad alcuni gruppi l'accesso a privilegi ma alla stragrande maggioranza nessuna prospettiva. La società civile palestinese, una volta così forte e critica è in gran parte cooptata nelle ONG (finanziate da donatori). Le restanti voci indipendenti devono aspettarsi restrizioni gravi, sia dal parte israeliana che palestinese. Mentre la “strada” palestinese e molti critici da tempo chiedono di annullare gli accordi di Oslo e in particolare di terminare il coordinamento di sicurezza con Israele, Abbas si è per molti anni concentrato  sul ruolo di partner affidabile e continuato i negoziati con Israele. Questo quando la maggioranza dei palestinesi e degli osservatori internazionali ha dichiarato gli accordi da tempo falliti. Se Abbas nel suo discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alla fine di settembre (2015)   ha dichiarato per la prima volta di sentirsi non più vincolato dagli accordi di Oslo, questo è un chiaro segnale che il suo corso e la pazienza dei palestinesi sono arrivati al termine.

La rivolta dei giovani

Nonostante le critiche forti all'Autorità palestinese e al presidente la maggioranza dei palestinesi evita un confronto aperto.  Conosce la dipendenza della loro leadership politica e fa una chiara distinzione tra il nucleo del problema, l'occupazione israeliana, e le sue conseguenze. Una o la conseguenza è che da anni per un vero cambiamento non è disponibile nessun partito politico, nessun movimento o nessuna organizzazione (comprese le forze di sinistra). Le élites del paese si sono adattati a questa situazione, per loro c’è molto in gioco e la generazione più vecchia (che ha vissuto due rivolte) conosce il prezzo di resistenza attiva.                                                                                                                                                                   Ben diverso è il caso dei giovani palestinesi. Essi soffrono di più delle vuote promesse di Oslo.Per loro non è  possibile spostarsi liberamente nei territori palestinesi, né possono recarsi in Israele o all'estero. Le loro opportunità di istruzione e di occupazione sono limitate, il tasso di disoccupazione giovanile è nella fascia di età di 20-24 anni  è del 42 per cento. Ci sono gli adolescenti e i giovani adulti che ora portano la disperazione e la frustrazione di tutta la società in strada. Le loro azioni non sono organizzati a livello centrale ed i giovani ci tengono molto di non essere pilotati dall’ establishment politico. Questa "rivolta dei giovani" trova grande comprensione e sostegno da tutta la società e tutte le organizzazioni politiche palestinesi. Ma anche se comprensibile questa  rivolta dei giovani nel contesto di occupazione e di stagnazione, non è una strategia politica e non può essere la sostituzione di una soluzione politica.

Segnali in direzioni diverse

L'escalation attuale mostra com’è grave  la situazione dell'occupazione. Questo dovrebbe essere un segnale per Israele che i palestinesi non sono più disposti ad accettarla. E 'altrettanto un chiaro segnale alla comunità internazionale di impegnarsi per una soluzione equa e sostenibile, che ha come base la fine dell'occupazione, la libertà e l'autodeterminazione del popolo palestinese . L'escalation nelle strade e ai posti di blocco, deve essere anche intesa come un appello alla leadership palestinese e all'intero scenario politico palestinese: il periodo di stagnazione e di attesa deve essere finita! Ci sono molti “compiti”: superare la lunga e improduttiva divisione tra Fatah e Hamas, la riforma democratica dell'Autorità palestinese e dell'OLP- richiesta  da più parti-, il confronto con le sfide all'interno della società come la crescente frammentazione socio-economica e la diminuzione di solidarietà. Così sarebbe creata la base per affrontare le questioni della strategia, delle forme di resistenza e dei processi di cambiamento. Una sfida difficile, ma necessaria  al fine di non lasciare la lotta per la liberazione e l'autodeterminazione ai giovani.

Katja Hermann è direttrice dell'Ufficio della Rosa Fondazione Rosa Luxemburg di Ramallah

Traduzione: Leonhard Schaefer