Nena News, 15.05.2015

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Il documentario “The Fading Valley” della giornalista e regista israeliana Irit Gal mostra uno dei volti dell’occupazione israeliana meno conosciuti: quello del furto d’acqua ai palestinesi nella Valle del Giordano, area C della West Bank amministrata da Israele e controllata dal suo esercito.

di Valeria Cagnazzo

The fading valley

Roma, 15 maggio 2015 – Abu Saqer Sumud ha sessantanove anni: è più anziano dello Stato di Israele, nato nel 1948 ed appropriatosi di circa il 95% del suo territorio natale, la Valle del Giordano; nelle rughe del suo volto, indurito da un sole inclemente e da una miseria sopportata pazientemente, pare esser scavata tutta la sofferenza di una Nakba, la “catastrofe”, come definiscono i Palestinesi la fondazione di Israele e l’occupazione della Palestina (il 15 maggio se ne celebrerà il sessantottesimo anniversario), prima collettiva, vissuta all’età di tre anni come l’esproprio di quelle terre e la cacciata del suo popolo dalla sua casa, e poi individuale, patita per il resto della vita come condanna alla povertà, alla solitudine e alla lenta morte, arsa dalla siccità, della terra che per generazioni la sua famiglia aveva coltivato.

Vive nel villaggio di Al-Hadidiyyaa, Abu Saqer: di fronte, si estende la florida colonia illegale di Ro’i. “Noi non siamo beduini, come ci chiamano. Siamo semplicemente gli antichi residenti di questa regione. Non posso accettare che da tutto il mondo, dall’Europa, dall’America, dalla Russia, vengano persone ad insediarsi qui. Noi palestinesi patiamo la sete, e loro (i coloni di Ro’i, ndr) usano l’acqua per i loro prati, i loro laghetti, i loro fiori”.

Quella del contadino di Al-Hadidiyya è solo una delle storie raccontate nel documentario “The Fading Valley” della giornalista e regista israeliana Irit Gal: attraverso le voci di agricoltori e pastori palestinesi, delle loro mogli e dei loro figli, ma anche di quelle dei volontari di un’organizzazione israeliana, “Machsom Watch”, fondata per “osservare i checkpoint” e documentare il comportamento dei soldati e cercare di disincentivarne la violenza, il film documenta in modo drammatico, a volte anche poetico, uno dei volti dell’occupazione israeliana meno denunciati e conosciuti: quello del furto d’acqua ai palestinesi nella Valle del Giordano, nell’area C della West Bank, zona amministrata da Israele e controllata dal suo esercito.

Sono 80.000 i Palestinesi residenti nella regione, circa 10.000 gli israeliani che vi abitano in insediamenti, dichiarati illegali dalla Corte Internazionale di Giustizia in un suo pronunciamento del 9 luglio 2004. L’80% dell’acqua della valle attraversa le colonie israeliane, solo il 20% è disponibile ai palestinesi.

Interessa e impoverisce solo i palestinesi la siccità della valle: con il permesso di scavare pozzi a una profondità massima di 150 metri, che si prosciugano subito (gli israeliani attingono direttamente dalle falde acquifere); costretti a chilometri di cammino per rifornirsi d’acqua; senza il diritto di un collegamento alla rete idrica ed elettrica dell’area; circondati, inoltre, da sempre più numerose aree militari, ex campi agricoli palestinesi che, da un giorno all’altro, diventano accessibili solo a soldati e coloni “per motivi di sicurezza”. Un camion cisterna porta acqua nelle regioni più remote, clandestinamente, viaggiando tra le “military zones” con il rischio di essere fermato ad un check-point e confiscato.

Si patisce la sete a Bardala, dove un antico pozzo del ’64 fu chiuso nel ’75 con un accordo tra l’anziano del villaggio ed Israele, che si impegnava a rifornire 220 metri cubi d’acqua al giorno, dei quali, invece, non ne arrivano più di 45. Non c’è acqua a Kardala e ad Ein Al Bida, dove i coloni hanno prosciugato anche i pozzi artesiani e gli abitanti son costretti a lavorare nei floridi bananeti degli insediamenti vicini per la paga di 65 shekel al giorno. Si trascinano sfinite le vacche e le capre, mentre ai bambini si presenta come un gioco un altro giorno, l’ennesimo, in cui non è necessario farsi il bagno.

Si piantano per decine di volte tenere piantine nello stesso campo, per ottenerne puntualmente foglie secchie e morte, mentre all’orizzonte zampilla l’acqua degli irrigatori delle colonie. Di villaggio in villaggio, il deserto mangia e invade lentamente la valle, ma solo quella araba, solo quella delle famiglie palestinesi non ancora fuggite, inghiottendo, insieme a pascoli e campi, anche le loro vite.

La prima proiezione del reportage in Italia si sarebbe dovuta tenere il 3 marzo scorso a Roma, presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università “La Sapienza”. Per motivi mai apertamente dichiarati, per quanto si parli, senza che il sospetto riceva confutazioni, dell’intervento, per imporre il suo veto, dell’ambasciatore israeliano, la manifestazione fu sospesa. Più tardi, con un nuovo evento nella capitale, si è avuto modo di trasmetterlo, ma in un’altra sede e con molta minore visibilità.

Poche altre città si sono prestate o hanno avuto, sarebbe meglio dire, l’ardire di proiettare il film, che spaventa, probabilmente, proprio perché non legge la realtà in chiave tendenziosa né la elabora per piegarla all’attivismo, ma semplicemente la riproduce per quella che è, lasciando spesso che siano semplicemente i muti paesaggi desertici, più che gli abitanti, a parlare: Parma, Milano, Genova, e il 13 maggio Bologna, all’interno di un ciclo di seminari di Salute Globale organizzati dal Centro di Salute Internazionale all’interno dell’università.

“Non si tratta di una sfida”, spiega il dott. Angelo Stefanini (Ricercatore presso il Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica dell’Università di Bologna e direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale (CSI) ), “né solamente di una rivendicazione della libertà di espressione di fronte al divieto di presentare un film di denuncia; lo proiettiamo nell’ambito di un seminario che tratta di Salute e in un’aula dell’ospedale, proprio perché, per la nostra professione, non possiamo esimerci dal soffermarci su quelli che sono i determinanti sociali della salute, tra i quali, appunto, l’accesso all’acqua.”

“Va sfatato il mito che Israele ha trasformato un deserto privo d’acqua in un giardino”, spiega Stefanini parlando della Valle del Giordano, “quell’area ha precipitazioni medie superiori a quelle di Berlino, a Ramallah piove più che a Londra”. Due grandi falde acquifere scorrono in Palestina, una è quella costiera, l’altra la montana, divisa tra una parte centrale, una occidentale e una orientale; l’acqua della quale i due popoli della regione dispongono viene tutta dalla West Bank, dai territori occupati. La leggenda del miracolo della fertilità che l’arrivo degli israeliani nella regione avrebbe rappresentato andrebbe di fatto tradotta come una storia di progressiva desertificazione dello stesso territorio ai danni dei palestinesi autoctoni, da sempre vissuti di agricoltura ed allevamento proprio per le risorse che la natura assicurava loro.

Dal ’67 al ’95, Israele si è progressivamente appropriato di tutte le risorse idriche della regione. Nell’arco di quasi trent’anni, solo 23 licenze sono state concesse ai palestinesi per la costruzione di nuovi pozzi, il cui numero è anzi andato velocemente riducendosi: dai 413 del 1967 erano diventati solo 300 nel 1983, quasi cinque volte in più i pozzi distrutti rispetto a quelli costruiti. Nel 1983, Sharon consegnò tutta l’infrastruttura acquifera palestinese alla società Mekorot per un valore simbolico di 1 shekel, 25 centesimi di euro.

L’impresa da allora estrae acqua dai territori palestinesi per rifornire le colonie israeliane e cederne solo una percentuale ai palestinesi, ma a prezzi molto maggiorati. Grazie a questa fruttuosa attività, la Mekorot si afferma sempre di più come grande industria dell’acqua, tanto da aver firmato di recente anche un memorandum con la Acea di Roma, che potrebbe presto tradursi in un vero contratto di collaborazione commerciale.

Nel 1995, con gli accordi di Oslo II, l’acqua della regione veniva divisa tra israeliani e palestinesi: l’80% andava ai primi, solo il 20% era riconosciuto, invece, ai secondi. Tale spartizione palesemente iniqua aveva allora carattere transitorio, le veniva imposto un termine massimo di cinque anni di durata durante i quali si sarebbe lavorato a una più razionale lottizzazione delle risorse. Ad oggi, tuttavia, i palestinesi estraggono una quantità d’acqua che è addirittura inferiore a quella del post-Oslo.

I dati riportati dalle stesse agenzie israeliane fanno riflettere: se la quota minima fissata dall’OMS è di 100 litri d’acqua al giorno a testa, gli israeliani ne dispongono di 183 l/die, contro i 73 pro capite dei palestinesi, che nei villaggi non connessi alla rete idrica si abbassano anche fino a 20 litri (tralasciando il caso di Gaza, diventato ancora più tragico in seguito ai bombardamenti dell’estate scorsa). Altre fonti parlano addirittura di 300 litri d’acqua quotidiani per Israeliano, che diventano 369 se si tratta di coloni. Le discrepanze sembrano anche più evidenti se si guarda ai singoli casi: nel villaggio di Al-Hadidiyya, dove abita Abu Saqer, il consumo d’acqua è di 20 litri/die/pro capite; nell’insediamento di Ro’i, che vi sorge esattamente di fronte, ogni colono usufruisce di 431 litri d’acqua al giorno.

In un rapporto del 2013 delle Nazioni Unite si legge che il segretario generale ha notato che “i palestinesi non hanno virtualmente alcun controllo delle risorse d’acqua in West Bank”. L’86% della Valle del Giordano e del Mar Morto sono de facto sotto la giurisdizione dei consigli regionali delle colonie. Gli insediamenti sfruttano l’estrazione mineraria e i fertili terreni agricoli, impedendo ai palestinesi l’accesso alle loro risorse naturali. (…) Gli abitanti dei villaggi devono percorrere molti km per prendere l’acqua, mentre fonti acquifere molto più vicine servono le colonie limitrofe.”.

E’ un film che indigna, “The Fading Valley”, e insieme commuove, gettando sullo spettatore l’amara consapevolezza dell’impotenza di fronte ad un furto d’acqua che, di fatto, consiste in una sottile, silenziosa guerra per occupare la regione e allontanare da essa il suo popolo. “Senza acqua non si vive”, dice uno dei pastori ripresi dalla Gal. “Ed è questo che gli israeliani vogliono, si sono chiesti: “Come ci sbarazziamo di loro?”. Ci hanno tolto l’acqua, così dovremo necessariamente andarcene, prima o poi”. La sete corrode tutto, anche le ultime resistenze, e se gli anziani sono disposti a lasciarsi morire senz’acqua nella terra in cui sono nati, pur di non cederla ad Israele, lo stesso non vale per le nuove generazioni.

“Manderò mio figlio all’università, a costo di dover chiedere l’elemosina” dice un padre “purché non diventi un contadino”. Purché non faccia la sua vita, purché abbia acqua e dignità. Un altro contadino cerca di dissuadere il figlio dal desiderio di abbandonare quella terra, dove non c’è acqua, non c’è elettricità, non c’è Internet, e in cui nessuna donna vorrebbe andare a vivere per diventare sua moglie. “Abbandona tua madre, abbandona tuo padre, ma non abbandonare la tua terra, mai!”.

Le sue parole, però, nella valle arida, restano senza risposta, cadono sorde di fronte a un ragazzo impotente, troppo piccolo per portare la responsabilità dell’identità del suo popolo sulle spalle, e che vorrebbe soltanto avere una vita. “La valle che scompare” nel Giordano è quella che i palestinesi si ostinano a difendere e che non vogliono lasciare, mentre l’aridità corrode le loro ultime forze. Mentre l’acqua viene meno e le serre coloniali fioriscono, è una parte della Palestina che sembra essere condannata a dissolversi. Nena News