Galatea 08.09.2014

http://www.galatea.ch/index.php/sommario/reportage/item/601-diario-di-gaza-luglio-agosto-2014.html

 

di Meri Calvelli

foto di Alessio Romenzi

 

Durante le settimane precedenti l’operazione militare, i palestinesi di Gaza mi chiedevano in continuazione se come cooperanti avevamo avuto indicazioni di uscire dalla Striscia per motivi di sicurezza. La paura della guerra, dei bombardamenti violenti, della distruzione di massa, è purtroppo sempre presente e scolpita nella mente e negli occhi della popolazione di Gaza, soprattutto dei giovani, che ormai da molti anni hanno perso la speranza di una vita fatta di normalità, di conoscenza di attrazione verso il mondo.

Ci provano a viverla, simulando via internet molti desideri e viaggiando con la fantasia virtuale arrivano in ogni parte del mondo. Poi invece i sogni si infrangono contro muri altissimi e il risveglio è drastico e raccapricciante. Ogni due anni si ritrovano a vivere i flash delle bombe, che gettano nel panico e nella disperazione migliaia di persone. «Finchè ne senti il rumore sei vivo o al massimo ferito...se ti colpisce non senti più niente e non esisti più». Questa è la triste filosofia degli abitanti di Gaza.

Stavamo preparando un grande festival dello sport e delle arti sportive, quando ci sono cominciati a piovere addosso pezzi di carta dal cielo. Erano i primi annunci di evacuazione che l’aviazione militare israeliana stava inviando alla popolazione del nord della Striscia di Gaza. “Atatra, Beit Lahya, Sheik Zeid, Jabalia, Beit Hannun”, tutto il nord della città, il volantino intimava agli abitanti di andarsene immediatamente dalle proprie case perchè sarebbe iniziata una forte operazione militare per “difendere i confini”. Avevano tempo poche ore per mettersi in salvo.

I giovani parkouristi dell’area nord, si stavano allenando come al solito sotto gli occhi stupiti dei più piccoli; enormi piroette, salti mortali doppi tripli, tricks. I grandi invece già cominciavano ad agitarsi e a pensare che da lì a poco ci sarebbe stata una nuova  tempesta militare.

10 luglio

Alle 22.30 iniziamo a sentire i primi colpi di shells provenienti dalla marina militare già schierata intorno al porto. I droni brillano a decine in cielo, confondendosi con le stelle, cominciano ad abbassarsi. Il ronzio si fa sempre più forte e lancinante. È un rumore assurdo il drone, ti trapana e ti entra nel cervello, impossibile spegnerlo. Poi colpi sordi abbastanza lontani, si riconoscono subito, sono gli F16 che bombardano. Dalle radio locali sentiamo i nomi dei luoghi e le strutture che vengono colpite. Dal nord al sud, avanti e indietro senza fermarsi; colpiscono case, moschee, strutture militari di Hamas, ma anche macchine e strade vuote. Poi risalgono e ancora case e strade e aree vuote.  L’aria si fa irrespirabile, il nostro palazzo è avvolto da una nuvola di esplosivo e di polvere mista alla sabbia del porto vicino, ormai spento e silenzioso, non riusciamo più a vedere i due palazzi occupati dalle Nazioni Unite davanti a noi.

Una città ferita a morte

11 luglio

Quando mi risveglio la mattina, le strade sono deserte. La notte nessuno ha dormito. Comincio a telefonare a qualcuno dei conoscenti. Molti mi dicono che hanno ricevuto l’ultimatum di uscire dalle case. Sono ancora i primi giorni e si profila l’avanzata di terra. Oltre ai volantini, vengono spediti degli SMS sui telefoni personali ‘Jawwal’ la compagnia telefonica. Hanno i numeri di tutti i capofamiglia...tutti. Devono cominciare la grande pulizia del territorio al nord della Striscia al confine con ‘Erez Israel’. Molti non vogliono andarsene, non ce la fanno, sono troppi in famiglia e poi dove vanno? Mi dice l’ingegnere Yunes di Beit Lahya, un lavoratore della municipalità: «La mia famiglia è numerosa, abbiamo persone anziane bambini, dove li porto, dove ci mettiamo? Non c’è un posto sicuro a Gaza. Nel 2008-2009 durante ‘piombo fuso’, molte scuole sono state colpite, con fosforo bianco e cannonate dell’artiglieria. Preferiamo morire nella nostra casa». Lo scongiuro di uscire, di spostarsi, di cominciare ad avvicinarsi verso il centro della città di Gaza, forse, ma solo forse, un poco più sicura...Non mi ascolta, vuole rimanere, poi vedrà che fare.

Gli ospedali si sono riempiti di feriti, la morgue trasuda di tanti corpi, morti e ancora vivi. Le ambulanze sfrecciano trasportandone due o tre per volta, arrivano veloci davanti all’entrata principale dello Al Shifa Hospital, dove decine di giornalisti attendono. I dottori gli infermieri, il personale medico pronti con ossigeno, lettino, acchiappano i feriti e cercano subito di tamponare gli squarci e le ferite. Alcuni pezzi di corpo cadono a terra. Sono tanti i piccoli che arrivano sanguinanti e squarciati. Tanti, troppi per essere una guerra combattuta tra eserciti.

Manca tutto nell’ospedale. Tanti gli appelli e richieste per far arrivare materiali medici, bende, disinfettanti. I miei colleghi dall’altra parte si prodigano a raccogliere medicinali e ad inviarli subito agli ospedali.

Ancora non è iniziata l’avanzata di terra, i carri armati si stanno posizionando lungo i confini. Sono migliaia i soldati israeliani: 40.000, altri 16.000 arriveranno in seguito. La notte arriva una richiesta da un ospedale della zona est lungo il confine zona ‘Tuffah - il centro di riabilitazione ‘Al Wafah - se ne devono andare devono evacuare anche loro. Li avvisano con una bella cannonata, che arriva proprio al piano dei pazienti, sull’angolo della palazzina. Li portano tutti in basso al piano terra. La mattina andiamo a vedere; i pazienti sono quasi tutti terminali, molti disabili e  anziani che hanno bisogno di cure particolari per respirare. L’ospedale verrà evacuato la notte che l’avanzata di terra sarà più pesante e definitiva.

Margine protettivo

17 luglio

Decimo giorno dell’operazione ‘margine protettivo’. Le voci di ‘tregue umanitarie’ di qualche ora si rincorrono, vere o false, cominciano ad assumere caratteristiche sfumate. La notte i bombardamenti si fanno intensi, centinaia e centinaia di shells dal mare e poi bombe dal cielo sugli ‘obbiettivi’. Durante il giorno sporadiche scariche anche queste ‘umanitarie’.

È il primo pomeriggio quando un forte colpo arriva sul porto, stavo alla finestra al telefono, vedo il fumo nella capannetta sulla spiaggia davanti a me.  Molti giornalisti, fotografi, accorrono, immediatamente un secondo colpo, poi le urla, le sirene delle ambulanze, accorriamo tutti. Quattro piccoli corpi bruciati, qualche minuto prima giocavano a pallone nella spiaggetta davanti alle telecamere di decine di giornalisti internazionali, le maggiori testate dei media mainstream. Bambini di 7-9-10 anni, piccoli inconsapevoli. Qualche mattina prima avevano sfidato la strada del porto silenzioso con i loro aquiloni, quel pomeriggio con i loro palloni, figli di pescatori.

A Gaza non ci sono rifugi, non ci sono sirene e allarmi che avvisano quando la bomba cade, però ci sono i droni, che ronzano e quando scendono di quota sai che ti stanno osservando e poi si mettono vicino all’obbiettivo; da quel momento in poi  nessun posto è sicuro devi solo sperare di non essere un target e che anche se non lo sei non sbaglino la mira.

Dall’altra parte invece le vittime civili saranno 3, oltre ai 64 soldati che muoiono sul campo. In compenso i ‘civili di Sderot’ località del confine israeliano, si godono lo spettacolo dei bombardamenti sulla collinetta seduti su un comodo sofà.

L’avanzata di terra

18 luglio

L’esercito israeliano preferisce la notte per iniziare la grande avanzata di terra. Devono colpire e abbattere le case dei civili e la maggior parte di loro sono ancora dentro le case. Ma la notte gli occhi delle telecamere dei media mondiali presenti nella Striscia sono spente, non hanno così l’‘opportunità’ di vedere in diretta l’orrore di questa avanzata per la ‘sicurezza’ di Israele. Ai media e all’opinione pubblica mondiale bastano le dichiarazioni dei rappresentanti israeliani all’ONU che dichiarano con noncuranza che Israele vuole la pace e vuole salvare la vita ai palestinesi.

Quella notte di vite ne vengono salvate pochissime. Mi cominciano a chiamare che stanno attaccando il quartiere di Shajayya a Gaza city. Chiedono aiuto, chiedono di inviare ambulanze, di avvisare i giornalisti, di accorrere. L’elettricità comincia a traballare, diventa buio pesto, sentiamo le bombe sempre più vicine e incessanti. Con un giro di telefonate chiamiamo tutti i posti dove le ambulanze possono muoversi per raggiungere il centro a pochi passi dal quartiere di Shajayya. Ai giornalisti invece durante il giorno era arrivato il warning del GPO  - l’agenzia israeliana che coordina le entrate dei media internazionali nella Striscia di Gaza - “nessuno può sentirsi garantito per la propria incolumità, si avvisa di non uscire dagli alberghi e dalle case”. Le ambulanze, con i volontari che coraggiosamente arrivano nella zona, vengono colpite. Nessuno potrà aiutare le migliaia di civili in fuga o peggio ancora quelli che rimangono sotto le macerie della furia di fuoco. Il quartiere di Shajaya sarà raso al suolo, nella parte del confine più ad est, completamente sbriciolato dalla potenza delle bombe lanciate a raffica che esplodono una dopo l’altra a comando.  Oltre cento i morti sotto quelle macerie e altrettanti verranno estratti in seguito, migliaia i feriti, molti dei quali moriranno.

Una punizione esemplare per non aver lasciato le proprie case, per aver trasgredito all’Ordine di evacuazione, per essersi mostrati a difesa del ‘terrorismo’ di Hamas. La maggior parte di loro sono donne, bambini e vecchi con difficoltà di movimento.

Insieme all’avanzata di terra dei soldati d’Israele inizia l’avanzata degli sfollati - oltre 100.000 - che arrivano nelle scuole delle Nazioni Unite dell’UNRWA. Non hanno fatto in tempo a prendere niente, non hanno niente con sé, si rifugiano dove possono. Cominciamo a portare materassi, a distribuire un po’ di cose di prima necessità, taniche dell’acqua, cibo, kit igienici. Molti i giovani volontari che aiutano la popolazione in fuga, anch’essi sfollati e disastrati.  La gente è devastata dall’orrore: “hanno tirato giù intere palazzine con intere famiglie dentro, nessuno di noi che ci siamo salvati era in grado di aiutarli”.

Solo numeri

22 luglio

“Non è garantita la sicurezza per nessuno in tutta la Striscia di Gaza”, queste le parole dell’esercito israeliano comunicate ai Consolati dei paesi riguardo agli internazionali presenti nella Striscia. Chiunque può essere target, dal medico, all’ambulanza, al giornalista, all’operatore umanitario che distribuisce aiuti alla popolazione civile. Gaza è una zona di guerra e nessuno è “autorizzato a girare nel territorio”. I cittadini di Gaza sono ormai diventati il tiro al piattello preferito dell’esercito e non c’è tempo di verificare di chi si tratta. Uno schiaffo al diritto di aiuto umanitario, di protezione e di informazione. Ma soprattutto un annunciato tentativo di perpetrare crimini lontano dagli occhi della comunità mondiale. I cittadini di Gaza non hanno diritto a difendersi, non hanno diritto a chiedere aiuto agli organismi internazionali e sono condannati al fuoco indiscriminato e alle bombe dell’esercito occupante.

notte tra il 22 e il 23 luglio

È già notte quando Buff mi contatta su skype: «stanno attaccando Kuza’a», una cittadina agricola del confine al sud della Striscia, anche questa nella ‘famigerata’ buffer zone, la ‘zona cuscinetto’.  Abed, un amico in comune, mi contatta, è sotto il tiro dei carri armati, vede esplosioni ovunque, tutto intorno, vede cadaveri volare dalle case, chiede aiuto, chiede ambulanze, non sa come uscire dalla casa, «non è possibile uscire dalle case». Avvisiamo le ambulanze ma anche per loro è impossibile muoversi la International Red Cross non può intervenire. Questa notte faranno strike anche su quella parte di confine. Decine e decine i morti, centinaia i feriti. Come a Shajayya non ci si potrà avvicinare per molti giorni. L’artiglieria spara di continuo anche nelle ore di ‘tregua umanitaria’ concordata.

24-25-26 luglio

Le scuole dell’UNRWA sono diventate target dell’esercito, nonostante le rassicurazioni dell’IDF (Israelian Defence Force). Sono convinti che anche queste sono rampe di lancio dei missili di Hamas, non sentono ragioni, per motivi di sicurezza. La Beit Hannoun primary boy school ospita 1500 sfollati provenienti dalla stessa zona. Avevano già chiesto di allontanarsi e di lasciare quella scuola, perché gli attacchi e i combattimenti sono forti, e un altro migliaio di persone aveva ri-evacuato. Così, passando da casa, a scuola, a strada, la popolazione civile non sa più dove andare e rimane bersaglio dell’esercito israeliano. Gli sfollati sono oltre 150.000 e siamo ancora solo al 20° giorno di guerra. Cominciano le ‘tregue’, una tregua di 12 ore, qualche altro missile e strikes aereo e poi l’annuncio di un prolungamento  di altre 12 ore. Insieme ai team di volontari locali si continua a distribuire le cose di prima necessità. Sono passati molti giorni, la gente non ha di che cambiarsi, lavarsi, manca l’acqua e ogni cosa per l’igiene. Ammassati nelle scuole o nei posti di fortuna, impauriti dal frastuono incessante delle bombe, non perdono però la speranza. Nel pieno della tregua umanitaria, la gente prova ad uscire per ritornare nei villaggi, alle proprie case, ai luoghi lasciati di corsa per fuggire alle bombe e all’artiglieria. Trovano la devastazione. Qualcuno mi dice che non riesce più a capire dove era la propria strada, la propria casa. Un ammasso di macerie, ancora fumanti. Crateri profondi che sono penetrati nella terra circondati dai resti di case nelle quali puoi riconoscere un oggetto mezzo rotto e bruciacchiato, un divano, la scarpa di un bambino. Salendo su un cratere si riconosce l’esistenza di una farmacia, ci sono alcune scatole di pillole, impolverate e lo stiker per il diabete. Tende che svolazzano bucherellate, frammenti di vetri e porte catapultate a decine di metri. Qua e là, dove usavano tenere gli animali (asini, pecore, galline), a fianco della casa, se ne trovano i resti, morti e ormai in putrefazione che emanano un odore indescrivibile. Vicino l’ospedale di Beit Hannoun, una carrozzina per il trasporto disabili, è lì, in mezzo alla strada, colpita e storta che guarda il disastro. Nonostante le tregue, i previsti incontri al Cairo, la condanna delle Nazioni Unite, la guerra sul terreno continua. I morti aumentano di numero, diventano ‘solo numeri’ di cui nessuno pare più occuparsi.

Eid mubarak

28 luglio

Arriva il giorno dell’EID, la fine del Ramadan, il mese di digiuno, durante il quale in tutto il torrido luglio, il ‘sacrificio religioso’ è ancora più pesante.

Ci si sveglia con una calma apparente, il muezzin che annuncia la fine del mese del digiuno e l’inizio della ‘festa’ dell’EID. Non sarà un EID come le altre; non ci saranno bambini vestiti a festa che vanno nelle case di amici e parenti, come da tradizione ad augurare pace e serenità e a ricevere il dono; non ci saranno scambi di visite familiari tra le case e i villaggi. Non ci sono più le case, dove scambiarsi le visite e soprattutto non ci sono più intere famiglie per scambiare gli auguri; molti bambini sono morti e feriti, parenti e amici sono scomparsi; il lutto pervade l’umore di questa festa.

Una buona parte di popolazione non ha più nemmeno gli occhi per piangere, non ha più niente dove appoggiare le proprie cose. Possono ritrovarsi, se sono fortunati, un materasso da appoggiare in qualche angolo riparato nella città di Gaza; se sono fortunati riceveranno, in regalo un pasto caldo per queste tre giornate dell’EID, offerto dai vicini più fortunati. Negli ospedali, rimasti in azione, le centinaia di vittime, soprattutto bambini, trascorrono la festa tanto attesa, costretti in un letto con ossigeno e medicazioni. Non la scorderanno mai più.

Nella notte non ci sono stati raid aerei e nemmeno lanci di missili su Israele, la tregua umanitaria non è ‘attiva’ ma si spera di avere un fermo delle operazioni, con la possibilità di arrivare alla discussione fondamentale per la cessazione del fuoco duratura e l’assoluta e necessaria imposizione della fine del blocco per Gaza, l’apertura delle frontiere, il diritto alla vita dei palestinesi e la sicurezza per tutti.

Il consiglio di sicurezza dell’ONU chiede la risoluzione per una tregua umanitaria immediata e incondizionata. Obama con una telefonata a Netanyahu chiede il cessate il fuoco per salvare le vite umane palestinesi e israeliane, ma dice di voler disarmare le milizie palestinesi. I droni continuano a martellare le teste dei cittadini di Gaza. Durante la giornata vengono lanciati dagli aerei sulla popolazione volantini con un disegno della Striscia di Gaza e “4 tombe con le croci poste su tutta la Striscia”. Nel retro 73 nomi di persone appartenenti ad Hamas e Jihad Islamica, per le quali si indica il giusto posto dove riposare…le tombe…macabro preludio. Nel pomeriggio il drone che colpisce e uccide 8 bambini e 3 adulti ferendo un centinaio di persone nel parco giochi di Shati camp, uno sul muro del perimetro dell’ospedale Al Shifa di Gaza City.

Operazione ‘Inferno’

29 luglio

Una sfuriata cattiva e furibonda che percorre in lungo e in largo tutta la Striscia.

Alle 22.30, dopo lanci di missili da parte di Hamas e un’azione di commandos che attacca e uccide 4 soldati, iniziano i bombardamenti. Dal mare con le navi, dal confine di terra con l’artiglieria dei carri armati, dal cielo con droni e F16. Sono partiti dal quartiere di Zeitun a Gaza City, dove avevano già preannunciato anche l’evacuazione dell’istituto ‘Casa delle Suore del Verbo Incarnato’ dove vivono due suore e alcuni ragazzi disabili. Abbiamo poi saputo che l’istituto è stato distrutto. I ragazzi si sono salvati perché si sono rifugiati nella chiesetta.

Per molto tempo rimarranno, davanti ai miei occhi i bagliori degli illuminanti sonori, il fortissimo frastuono e scoppio delle bombe, il vento sulle spalle ad ogni esplosione che spazza via case, edifici, moschee, strade, il porto con le case dei pescatori, dove sono riposte le attrezzature per la pesca. Gi aerei e i droni  sorvolano a bassa quota senza fermarsi un attimo, per tutta la notte, per tutta la Striscia, dal nord al sud e viceversa senza permetterci di respirare. Tutta la Striscia è avvolta dal fumo e dai detriti delle esplosioni continue con una frequenza scientifica: una bomba ogni 2 minuti e 2 illuminanti sonori lanciati in alto qualche secondo prima. Lancio continuo e inarrestabile che finirà solo all’alba con una breve sosta per poi riprendere poche ore dopo per tutto il giorno seguente. Niente di questo racconto può dare l’idea di quello che è accaduto in quelle ore, nessuna parola o spiegazione può rendere la violenza di questo attacco. Ormai non ci sono più ripari, oltre 250.000 sfollati cominciano a sentire la mancanza di cibo, di acqua, di cure, di igiene, di dignità. Continuano gli attacchi alle scuole dell’UNRWA, dove centinaia di sfollati hanno trovato rifugio dopo i bombardamenti delle loro case. La scuola ‘Abu Hussein’ di Jabalia, 19 morti decine di feriti, la maggior parte donne e bambini.

Durante la giornata viene comunicata una tregua umanitaria di 4 ore. La ‘finestra umanitaria’, così viene chiamata, per permettere alla gente di andare a rifornirsi di cibo. Si recano ai negozi, che aprono per queste ore, nei mercati. Ed è proprio su uno di questi che viene lanciato un missile di avvertimento, e poi subito dopo un altro che compie una strage, la seconda della giornata: 17 morti 200 feriti. Le Nazioni Unite non riescono a garantire l’incolumità dei civili nemmeno dentro le loro strutture. La situazione umanitaria sta diventando un grandissimo problema. Le grosse agenzie umanitarie ancora non si sono mosse per portare gli aiuti necessari alla popolazione, è difficile entrare e muoversi per riuscire a coprire le necessità primarie dell’emergenza. Gli attacchi aerei continuano su tutta la Striscia ripetutamente, così come il lancio dei missili verso Israele. Il balletto delle ‘tregue’ non ha fine e si aggiunge al caos della delegazione formata dalle autorità Palestinesi, da Hamas e fazioni che dovrebbero raggiungere il Cairo per discutere con gli egiziani la tregua duratura…Di fatto non c’è niente. La diplomazia annaspa, diciamo non esiste. L’IDF dichiara di aver raggiunto i propri obbiettivi, ma non si ritirano. Vengono ancora rinforzati i confini con altri militari, ci sono ancora forti battaglie nel sud. Ai confini di Rafah, che fino ad ora non è stata particolarmente toccata, si concentrano scontri e bombardamenti a tappeto. Nei giorni che seguono, fino al 5 agosto Gaza è ancora teatro di guerra pesante. Poi l’inizio di tregue di 72 ore per volta, per dare la possibilità alle parti di discutere un cessate il fuoco duraturo, fino allo scadere dell’ultima,  il 17 agosto con un nulla di fatto, nessun accordo, nessuna concessione. E tutto ricomincia.  Nessuno accetta anche solo una delle richieste avanzate. Israele chiede il disarmo incondizionato ad Hamas. Le forze palestinesi unite chiedono l’apertura dei confini di Gaza, la possibilità di navigare e muoversi nel resto del mondo come tutti gli esseri umani. Ennesimi bombardamenti dentro Gaza che portano nell’obitorio altri corpi di  bambini, altri feriti, altre distruzioni.

Non è possibile pensare alla continuazione di questo scontro…Hanno terrorizzato tutti, hanno ridotto questo posto ad un cumulo di macerie. È un delirio, una vergogna per chi continua a voltarsi dall’altra parte e lasciare massacrare così tutti e tutto. È necessario arrivare ad una tregua umanitaria che porti le due parti a discutere i punti fondamentali. La fine dell’occupazione delle terre del popolo palestinese, l’assedio e l’oppressione dello stesso, sono i punti focali che devono essere risolti.

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