Al-Akhbar, 24.05.2014

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Di Rana Harbi

 

La prigione di Khiam, appena liberata dopo il ritiro israeliano nel 2000. (Immagine d'archivio)
 
 
I libanesi questa domenica stanno festeggiando il Giorno della Liberazione per commemorare il 14° anniversario del ritiro dell'esercito israeliano dal Libano meridionale. Una delle scene di giubilo più ricordate si svolse il 23 maggio 2000, quando 144 prigionieri libanesi furono liberati dalla famigerata prigione israeliana di Khiam.


La mattina del 22 Maggio 2000, l'esercito israeliano cominciò a ritirarsi dal Libano meridionale, segnando la fine di un'occupazione militare durata oltre due decenni. Nel giro di tre giorni, l'esercito israeliano fu costretto a ritirarsi da quasi tutti i territori libanesi, mentre Hezbollah, il movimento di resistenza libanese, finiva il lavoro iniziato dagli altri movimenti di resistenza sin dal 1978.

Il giorno seguente, oltre tremila abitanti del luogo presero d'assalto l'infame centro di tortura di Khiam. Utilizzando assi e piedi di porco, ruppero le serrature delle celle putride e riportarono gli increduli prigionieri alla luce.

Istituito dagli israeliani nel 1985 su una collina presso il villaggio di Khiam, nel sud del Libano, la prigione di Khiam era considerata uno dei centri di detenzione e di interrogatorio più spietati di tutto il Medio Oriente. Gli israeliani amministravano la prigione, che comprendeva 67 celle e più di 20 celle di isolamento, e usavano l'"esercito del sud del Libano" (South Lebanon Army, SLA), una milizia di collaboratori filo-israeliani composta da cittadini libanesi, per eseguire i loro ordini.

Secondo l'"Associazione Libanese per i prigionieri e i liberatori" (LAPL), la prigione ha detenuto oltre 5.000 persone in condizioni degradanti e disumane per anni e anni, con alcuni detenuti senza processo per oltre 15 anni. Donne e bambini non facevano eccezione. Più di 500 donne sono state imprigionate a Khiam. Pare che il prigioniero più giovane sia stato Rabi 'Shahrour, di 12 anni, detenuto per otto mesi.

Molti prigionieri morirono in seguito a brutali torture fra le mura della prigione. Come riportato dal LAPL, furono più di 20 i prigionieri a morire sotto tortura o per non aver ricevuto cure mediche adeguate nel carcere di Khiam.

Il 22 luglio del 2006, l'aviazione israeliana bombardò la prigione con ordigni del peso di oltre un quarto di tonnellata, uccidendo quattro osservatori dell'ONU e trasformando le mura che furono testimoni dei crimini israeliani in un ammasso di pietre. Ma al di sotto delle rovine e delle stutture carcerarie pericolanti, i ricordi sopravvivono.

Di seguito riportiamo i racconti di tre libanesi che sono stati prigionieri a Khiam:

Degol Abou Tass

Nel 1976, all'età di 16 anni, sono stato arrestato la prima volta in un villaggio della Palestina occupata. Dissi agli israeliani che avevo sconfinato per errore. Sapevano che stavo mentendo, ma mi rilasciarono comunque. I miei genitori mi fecero i bagagli e mi constrinsero a lasciare il paese. Ho scoperto in seguito che ero stato il primo cittadino libanese arrestato dalle forze israeliane.

Sono tornato a Rmeish [ un villaggio al confine meridionale del Libano ] nel 1980 dopo l'invasione israeliana del Libano. La guerra civile infuriava ancora a Beirut, ma nel sud i diversi movimenti di resistenza, come il Partito Comunista Libanese, il Movimento Amal, il partito socialista nazionalista siriano e molte altre fazioni, erano uniti contro gli israeliani. Pochi mesi dopo il mio arrivo, il SLA  bussò alla porta dei miei genitori. Dovetti lasciare il paese una seconda volta.

Ero infelice. Non potevo rimanere lontano per molto tempo. Nei primi anni 90 tornai a Rmeish. Tutti i gruppi armati erano ormai allo sbando. Hezbollah dominava la scena della resistenza. Cercai di ritrovare i vecchi capi delle milizie, ma invano.

Un giorno, un vecchio amico d'infanzia mi prese da parte: "Te la senti di combattere con noi?" chiese. Lo guardai incerto. "Noi ... Hezbollah ", aggiunse. Salii sulla sua macchina e andammo via. Nel 1998, un mio vicino fece una spiata.

"Un cristiano con Hezbollah? Questa è bella" mi disse l'ufficiale israeliano durante l'interrogatorio. "Quanto ti pagano? Noi ti paghiamo il doppio, anzi il triplo. Qual è il tuo prezzo? Possiamo metterci d'accordo". Rimasi in silenzio. "Va bene, allora Gesù, benvenuto alla prigione di Khiam".


Nella prigione di Khiam morivamo un centinaio di volte ogni giorno. Le torture includevano scosse elettriche, stare legati nudi a un palo di fustigazione per ore sotto il sole cocente in estate, e sotto la neve in inverno, e essere frustati e picchiati continuamente con spranghe di metallo, fruste e manganelli.

Siamo stati messi in gabbia e trattati come animali. Credetemi, non era tanto il dolore, ma l'umiliazione .

La mattina del 23 maggio 2000, le guardie parlavano e camminavano fuori, come al solito. All'improvviso, silenzio totale. Si poteva sentire cadere uno spillo. Abbiamo sentito passare il volo quotidiano delle Nazioni Unite, così  sapevamo che erano le 9 e mezzo. "Dove sono andati?" chiese un prigioniero. Non ne avevamo idea.

"Ci stanno trasferendo nella Palestina occupata", urlò un prigioniero da una cella accanto alla nostra. Misi i piedi sulle spalle di due miei compagni di cella in modo da poter raggiungere la piccola finestra proprio sotto il soffitto. "Tutti noi ?" chiesi. "Metà saranno uccisi e l'altra metà trasferita... questo è quello che abbiamo sentito" rispose un altro prigioniero. Prima che potessi rispondere sentii un rumore provenire da lontano. Non riuscivo a vedere niente. Le voci crescevano sempre di più.

"I nostri parenti si stanno scontrando con le guardie del SLA come al solito" disse un prigioniero. "Scommetto che mia madre sta ancora cercando di portarmi da mangiare " esclamò un altro. Poi sentimmo degli spari. La gente urlava. Altri spari.

"Stanno sparando ai nostri genitori" disse un detenuto spaventato . "No, è iniziata l' esecuzione di massa. Uccideranno la metà di noi, ricordi?" replicò un altro. Attacchi di panico. Ansia. Paura.

Misi l'orecchio contro la porta. Sentii ululati. Sentii preghiere. Sentivo donne. Sentivo bambini. Di colpo, la fessura nella porta, attraverso la quale di solito ci passavano il cibo, venne spalancata. "Siete stati liberati, siete liberi!". Caddi in ginocchio. Pensavo di avere le allucinazioni. Misi fuori il mio pugno. Due uomini lo afferrarono  "Allah akbar (Dio è il più grande ) ... siete liberi!" I miei compagni di cella si inginocchiarono a terra increduli. Stavano rompendo le serrature dall'esterno. Gridai a perdifiato e la porta venne sfondata. Non ricordo cosa sia successo dopo.

Sono stato il primo prigioniero ad essere ripreso dalle telecamere. I miei genitori stavano guardando la liberazione di Khiam in tv perché Rmeish era ancora sotto occupazione in quel momento. Ma non mi riconobbero. I capelli e la barba erano troppo lunghi e poi beh...stavo urlando "Allah akbar!".

Quattordici anni dopo, vivo con mia moglie e i bambini a Rmeish, e ogni mattina bevo il mio caffè guardando la Palestina occupata.


Adnan al-Amin

Nel novembre 1990 stavo ritirando delle foto da un negozio di Marjayoun, una città nel sud del Libano, quando fui arrestato. Avevo 19 anni.

Mi strinsero un cappuccio nero sulla testa e mi spogliarono nudo. Sospeso coi polsi legati a un palo di metallo, mi buttavano addosso acqua calda e fredda in successione... caldo freddo caldo freddo fino ad essere completamente inzuppato. Poi mi attaccarono degli elettrodi al petto e in altre aree particolarmente sensibili del mio corpo, e mi folgorarono, ripetutamente.

Nel periodo di interrogatorio, per 70 giorni, sono stato torturato tre volte al giorno. Spesso perdevo conoscenza, e mi svegliavo ritrovandomi nel buio pesto, stretto in una cella di isolamento di 1 metro per 80 centimetri per 80 centimetri.

Ci tenevano legati nudi a inferriate per giorni in posizioni dolorose, gettandoci addosso acqua gelata nelle fredde notti invernali. Siamo stati frustati, picchiati, presi a calci in testa e in bocca, sottoposti a bruciature e scosse elettriche, o a fischi frastornanti nelle orecchie, privati di cibo e sonno... è stata dura, molto dura.

Ho sopportato il dolore. Con il tempo, ero diventato insensibile. Sono sopravvissuto a tutto senza dire una parola. Stavo vincendo, pensavo.

Una mattina, mi trascinarono nella stanza degli interrogatori. "Non mi avevi detto che tua sorella era così bella", disse uno degli ufficiali del SLA. Tutto il mio mondo crollò. "E aspetta di vedere sua madre", aggiunse un altro. Ammanettato, mi gettai su di lui dall'altra parte del tavolo. Mi è costato 14 ore nella "gabbia del pollo", un contenitore di 90 centimetri cubici utilizzato per punizioni extra-severe.

Il SLA era solito portare mogli, sorelle e figlie dei detenuti e trattarle in maniera volgare, ad esempio strappando via i loro veli, palpeggiandole o minacciando di violentarle. Per me, il solo pensiero era intollerabile. "Tua sorella ti farà una visita domani. Ti manca, vero?".

"Sono un combattente di Hezbollah", confessai.

Fino a 12 prigionieri erano stipati in una piccola cella. Eravamo sepolti vivi. Le celle erano come bare. La luce e l'aria penetravano a malapena attraverso le piccole finestre sbarrate situate vicino al soffitto. Riuscivamo appena a respirare. Facevamo i nostri bisogni in un secchio nero situato in un angolo. L'odore di sudore e escrementi umani era intollerabile. Avevamo diritto a una doccia ogni tre o quattro settimane. Una volta al mese, ci permettevano di stare nella "stanza del sole o della luce" per soli 20 minuti.

Una notte del 1991 mi svegliai per le urla assordanti di un detenuto che veniva torturato nel cortile. Più forte gridava, più forte veniva frustato. Le sue grida erano insopportabili, al di là di qualsiasi cosa avessi mai sentito prima. "Lo state uccidendo, animali", gridò uno dei miei compagni di cella.

Iniziammo a picchiare sulla porta della cella, prendendola a calci, urlando e implorandoli di smettere. Altri detenuti di altre celle si unirono, ma le frustate continuavano a cadere e le grida non cessarono. E poi ... silenzio. Youssef Ali Saad, padre di otto figli, morì sotto tortura in quella fredda notte di gennaio. Un mese dopo, Asaad Nemr Bazzi morì a causa di negligenza medica.

Ma sapete qual è la cosa peggiore? Sono stati cittadini libanesi a farci questo. Sono quasi morto fra le mani di un uomo di nome Hussein Faaour, un mio vicino di Khiam. Ricordo che Abu Berhan, un altro torturatore, era di Aitaroun. I membri del SLA erano tutti libanesi, per lo più del sud. Familiari, vicini, amici d'infanzia, compagni di classe, insegnanti ... libanesi che decisero di vendere in contanti la loro terra e la sua gente.

Libanesi che oggi vivono in mezzo a noi come se niente fosse, come se non avessero fatto niente! Mi si spezza il cuore nel vedere che i nostri ex aguzzini hanno evitato qualunque punizione così facilmente.

Quattordici anni più tardi, sto ancora aspettando giustizia.


Nazha Sharafeddine

Nel 1988, ero a Beirut per acquistare medicine per la mia farmacia di al-Taybeh (un villaggio nel sud del Libano), quando i miliziani del SLA, a conoscenza del mio ruolo nel trasferimento di armi ai combattenti di Hezbollah, vennero a cercarmi per la prima volta. Fecero nuovamente irruzione nella nostra casa una settimana più tardi, ma mia madre disse loro che ero a Bint Jbeil. Era la verità, ma non le credettero.

Ricordo, aprendo il cancello quel pomeriggio, l'immagine di mia madre in attesa sulla soglia, tremante e in lacrime. "Hanno portato via tua sorella e tua cognata con Hadi (il suo bambino di cinque mesi). Mia figlia, mio nipote!" gridò. Mi vestii e aspettai il SLA sulla veranda. Mia sorella aveva vent'anni all'epoca, e io ventisei. Mia madre mi supplicò di scappare, ma non lo feci.

Mia madre cadde a terra svenuta accanto al veicolo del SLA. Mi misi sul sedile posteriore e mi portarono via.

Mi trascinarono bendata nella stanza degli interrogatori. Mi buttavano acqua bollente sul viso, e mi folgoravano le orecchie e le dita con scosse elettriche. Io non dissi una parola. La cosa andò avanti per un mese.

"Ho sentito che Hadi non sta bene", mi disse una mattina uno degli ufficiali israeliani. Non stava mentendo. Mia cognata aveva un'infezione e non poteva più allattare. Psicologicamente, soffrivo molto. Avrei preferito essere picchiata. Ero combattuta, ma rimasi in silenzio. Due mesi dopo Hadi e sua madre, insieme a mia sorella, furono rilasciati. Non servivano più agli israeliani.

Le detenute donne, come gli uomini, erano ferocemente torturate. Vedi, la parità di genere non è sempre una bella cosa [ ride ]. Lasciate che vi racconti come la tortura ebbe fine.

Dopo aver trascorso 15 giorni in isolamento, al ritorno nella cella che dividevo con altre sei donne, trovai una delle mie compagne con una eruzione cutanea estremamente disgustosa. La esaminai e da farmacista sapevo che era contagiosa. Come previsto, rimasi infettata. Ben presto, la mia pelle cominciò a cambiare e mi sembrava di essere la vittima di un attacco con l'acido.

Chiaramente disgustato dalla mia pelle deteriorata, la guardia del SLA mi trascinò per i capelli all'ennesima sessione di tortura. La torturatrice, una donna, mi stava aspettando. Con i miei capelli ancora intrappolati fra le sue mani, la guardia mi costrinse a inginocchiarmi. Prima che il pugno della torturatrice raggiungesse la mia mascella, la avvertii che la condizione della mia pelle era contagiosa. La guardia immediatamente lasciò i miei capelli ed entrambi fecero un passo indietro. Cercai di mantenere una faccia seria, ma faticavo a trattenere un sorriso. Da quel giorno nessuno poso più un dito su di me.

Quattordici anni dopo, ho fatto pace con il passato. I miei tre anni a Khiam sono stati duri, ma ora mi sento benedetta. Davvero.
 
(Traduzione di Giacomo Graziani)
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