AIC – Alternative Information Center
12.11.2013

http://www.alternativenews.org/english/index.php/features/culture/7363-the-breeze-of-our-homeland

La brezza della nostra patria

«La brezza della nostra patria rianima il corpo
Di sicuro non possiamo vivere senza la nostra terra
L’uccello piange quando viene gettato fuori dal suo nido
Cosa succede alla patria che perde il suo popolo?»

Verso di una canzone popolare della tradizione palestinese, suonata sotto forma di “Ataaba”

di Melica Rochi

Ci sono molte occasioni nella vita palestinese che vengono interpretate con musiche tradizionali, e per ognuna di esse c’è un differente stile. Ataabas, quella su menzionata, è solo un esempio dei vari stili popolari palestinesi.

 

                              Il musicista palestinese Wassim Qassis

 

La musica tradizionale palestinese ha diverse forme: folk, pop e classica, ma il genere di musica più importante e comune è senz’altro quella folk. Le canzoni folk non hanno singoli compositori poiché testo e melodia si sono evolute giorno dopo giorno: create e trasformate durante la celebrazione di matrimoni, dai contadini mentre lavoravano le loro terre, dai lavoratori nelle fabbriche. In queste occasioni di raccolta le persone iniziavano a comporre melodie, mentre suonavano strumenti tradizionali messi insieme con qualsiasi materiale disponibile. Attraverso gli anni, queste canzoni sono rimaste importanti e rappresentano una connessione vitale con il passato. 

In alcune città del Nord della Cisgiordaia, come Jenin, Nablus e Tulkarem, è ancora possibile ascoltare musica tradizionale durante le celebrazioni di matrimoni o come base della dabke ( il ballo tradizionale), suonata con oud o arghul – uno strumento a fiato a doppia canna. 

Wassim Qassis è un musicista palestinese. All’età di 5 anni ha iniziato a suonare le percussioni e alla sola età di 6/7 anni ha composto il suo primo strumento usando materiali di legno e tutto ciò che trovava per casa. Attraverso gli anni, Qassis ha coltivato la sua passione raggiungendo un livello professionale nella scena della musica folk, suonando con diversi strumenti tradizionali di origine mediorientale. Il suo strumento preferito è il buzok, un liuto con una lunga canna a sei corde ed una piccola cassa armonica. Il buzok è ampiamente conosciuto come uno dei più vecchi strumenti della storia, risalente ad almeno 4000 anni fa, come dimostrano alcune incisioni dell’antico popolo di Canaan. 

Nel 2003, Qassis ha iniziato a collaborare con Sabreen, una organizzazione musicale che promuove la Cultura Palestinese e lo Scambio Culturale. Dopo 20 anni, è adesso un musicista professionista ed insegna al Conservatorio Edward Said, a Betlemme. 

La musica è importante, è l’elemento principale della cultura. È uno strumento per resistere e gridare: ‘Noi siamo il popolo palestinese!’. È la prova che noi siamo qui, siamo una nazione e abbiamo la nostra cultura”, ci spiega Qassis. 

La musica tradizionale palestinese ha le sue origini nell’area Bilad al-Sham, la storica regione composta da Siria, Libano, Giordaia e Palestina. Attraversando tutto l’odierno Levante, la melodia folk è indistinguibile, l’unico indizio che ne distingue l’origine è il dialetto e l’accento del cantante. 

La recente storia della Palestina ha avuto un forte impatto sulla scena musicale. In particolare la musica folk, che vanta un diverso numero di poeti famosi, è stata espressione dalla sofferenza del popolo palestinese e dalla perdita della terra. I poeti popolari hanno improvvisato nuove parole per le melodie tradizionali sotto l'impulso del momento, a seconda delle occasioni e del contesto politico. 

Durante la Prima Intifada, le canzoni di stampo nazionale hanno incoraggiato il popolo a resistere e ad essere temerario nell’affrontare la rivoluzione. Le strade erano piene di persone che ballavano e cantavano canzoni politiche e nazionali”, come ricorda Qassis. 

Ancora oggi, la musica popolare rappresenta sia un elemento vitale per la quotidianità, che uno strumento contro l’occupazione: “Musica vuol dire anche lavorare per te stesso e per il Paese, non solo per i nostri problemi e per l’occupazione. Come musicista, posso trovare la mia strada nella resistenza all’occupazione; lavoro anche con i bambini delle scuole statali con un programma di Sabreen. Loro sono contenti mentre giocano con la musica, ed io più di loro, perché sento di avere la possibilità di entrare nei loro cuori. È un lavoro importante”. 

La resistenza non è soltanto parlare di politica. Nonostante rappresenti l’elemento più importante, anche la conoscenza culturale gioca un ruolo essenziale. Abbiamo bisogno di lavorare con la comunità, per la nostra cultura e l’economia; se fai qualcosa di positivo per il tuo popolo, allora stai facendo qualcosa di importante per il tuo Paese. Non abbiamo alcuna possibilità di vivere una vita normale perché non abbiamo spazio per muoverci, quindi dobbiamo cercare di lavorare attentamente sulle risorse che ci rimangono”. 

Quassim continua: “Ho viaggiato molto in Europa ed ho scoperto quanto grande sia il mondo. Spazi ampi creano menti elastiche, al contrario le limitazioni deprimono l’immaginazione, lo sviluppo dell’educazione e della cultura. Lo scopo del nostro lavoro come musicisti è di arricchire l’animo della vita quotidiana, anche se in un piccolo spazio”. 

Attraverso queste parole Qassis ci spiega perché la musica è importante per le persone e a chi identifica l’istruzione con normalizzazione, vista come un processo per aprire ed instaurare rapporti con Israele, Wassim replica dicendo che “non è appropriato stabilire una relazione. Giudicare la musica è un modo superficiale per affrontare il discorso. Se in questa terra non esistesse l’occupazione, non avrebbe senso parlare di musica in termini di normalizzazione”. 

Le persone spesso criticano gli artisti, ma noi abbiamo solamente trovato un differente strumento per combattere l’occupazione. Non è ancora il momento per lavorare insieme ad artisti israeliani, anche se sono progressisti o supportano la nostra causa e i nostri diritti. Non possiamo esibirci insieme, poiché la nostra immagine è coperta dal velo della politica, anche quando l’artista lavora sotto il suo nome e non sotto il nome del proprio stato”. 

Ci sono molti artisti progressisti, ma non posso dimenticare che non siamo uguali, che non abbiamo gli stessi diritti”

 (tradotto da AIC Italia/Palestina Rossa)