The Electronic Intifada
18.10.2013

http://electronicintifada.net/content/reclaiming-judaism-zionism/12859

Salvare il giudaismo dal sionismo

Quando il movimento sionista apparve in Europa orientale, nel 1880, trovò molto difficile convincere i principali rabbini e i pensatori ebrei secolari di allora a sostenerlo. 

di Ilan Pappe 

I più importanti rabbini videro la storia politica presente nella Bibbia e l'idea della sovranità ebraica sulla terra di Israele come argomenti molto marginali e furono molto più interessati, come del resto lo era l'ebraismo come religione, agli argomenti sacri che si concentravano sul rapporto tra i credenti stessi e, in particolare, sui loro rapporti con Dio.
                 

 

Gli ebrei nell'Israele di oggi devono riunirsi al patrimonio ebraico risalente a prima che questo fosse distorto dal sionismo. ( Ryan Rodrick Beiler )

 

Anche gli ebrei laici, liberali e socialisti trovarono l'idea del nazionalismo ebraico poco attraente. Gli ebrei liberali speravano che un mondo molto più liberale avrebbe risolto i problemi della persecuzione e dell’antisemitismo, mentre i socialisti e i comunisti desideravano che i popoli di tutte le religioni, non solo gli ebrei, fossero liberati dall'oppressione. 

Anche l'idea di un particolare movimento socialista ebraico, come ad esempio il Bund , era strana ai loro occhi. "Sionisti che avevano paura del mal di mare" è come il marxista russo Georgi Plekhanov chiamò i Bundisti quando decisero di unirsi al movimento comunista internazionale . 

Gli ebrei laici che fondarono il movimento sionista volevano paradossalmente sia secolarizzare la vita ebraica che usare la Bibbia come una giustificazione per colonizzare la Palestina, in altre parole, non credevano in Dio, ma Egli aveva comunque promesso loro la Palestina. 

Questa logica precaria fu riconosciuta anche dallo stesso fondatore del movimento sionista, Theodore Herzl, che scelse l'Uganda, piuttosto che la Palestina, come la terra promessa di Sion. Fu la pressione degli studiosi protestanti e dei politici della Bibbia, soprattutto in Gran Bretagna, che mantenne l’attenzione del movimento sionista sulla Palestina. 

Mappa della colonizzazione 

Per loro fu un doppio progetto: sbarazzarsi degli ebrei in Europa e, al tempo stesso soddisfare lo schema divino in cui la seconda venuta del Messia sarebbe stata favorita dal ritorno degli ebrei - e dalla loro successiva conversione al cristianesimo o dalla loro combustione all'inferno, in caso di rifiuto. 

Da quel momento in poi la Bibbia è diventata sia la giustificazione che la mappa della colonizzazione sionista della Palestina. I sionisti intransigenti sapevano che non sarebbe stato sufficiente: colonizzare la Palestina abitata avrebbe richiesto una sistematica politica di pulizia etnica. Ma mostrare la spoliazione della Palestina come il compimento di un disegno divino era impagabile per assicurare il sostegno cristiano al sionismo. 

La Bibbia non è mai stata insegnata come testo che avesse connotazioni politiche o nazionali nei vari sistemi educativi ebraici in Europa o nel mondo arabo. Che sionismo definisse in modo sprezzante "Esilio" - il fatto che la stragrande maggioranza degli ebrei non vivesse in Palestina, ma in comunità sparse in tutto il mondo - fu considerato dalla maggior parte degli ebrei religiosi come un’esistenza necessaria e la base dell'identità ebraica nei tempi moderni. 

Agli ebrei non era stato chiesto di fare tutto il possibile per porre fine all’ "Esilio " - questa particolare condizione avrebbe potuto essere cambiata solo per volontà di Dio, e non poteva essere affrettata o manomessa da atti come quello compiuto dal movimento sionista. 

Uno dei più grandi successi del movimento sionista laico fu creare una componente religiosa sionista che trovò dei rabbini disposti a legittimare questo atto di manomissione, sostenendo che l'atto in sé era la prova che si era compiuta la volontà di Dio. 

Questi rabbini accettarono l'idea laica sionista di trasformare la Bibbia in un libro completo e ammisero che una sua conoscenza superficiale potesse diventare il nucleo della propria ebraicità , anche se tutti gli altri importanti imperativi religiosi erano stati ignorati. 

Questi erano gli stessi rabbini che, dopo la guerra del 1967 utilizzarono la Bibbia sia come giustificazione che come tabella di marcia per la giudaizzazione e la de-arabizzazione della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme. 

Nazionalismo estremo 

Nel 1990 i due movimenti - quello che non credeva in Dio e quello che voleva fare con impazienza il suo lavoro - si fusero in una miscela letale di fanatismo religioso e nazionalismo estremo. Questa alleanza formata nel crogiolo israeliano si diffuse tra i sostenitori ebrei di Israele in tutto il mondo. 

E tuttavia questo sviluppo non fece scomparire completamente tutti i gruppi di ebrei che rifiutarono il sionismo al suo primo apparire alla fine del XIX secolo: coloro che in Israele sono chiamati ebrei ultra-ortodossi, aborriti e detestati in particolare dai sionisti liberali - e gli ebrei puramente secolari che si sentono estranei al tipo di “Stato ebraico" che Israele è diventato. 

Un piccolo numero di ex - per esempio Neturei Karta - professano anche fedeltà all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, mentre la stragrande maggioranza degli ultraortodossi esprimono il loro antisionismo senza offrire necessariamente sostegno ai diritti dei palestinesi. 

Nel frattempo, alcuni ebrei laici cercano di rivivere i sogni dei loro nonni europei e arabi in epoca pre-sionista: quel gruppo di persone che fecero la loro strada come individui e non come un collettivo, nelle varie società in cui si trovarono a vivere; in grado di diffondere idee cosmopolite, pluraliste e multiculturali, se avevano abbastanza talento per scrivere o dare informazioni su se stessi. 

Questa nuova , e devo dire inevitabile, miscela religioso - nazionalista che oggi è alla base della società ebraica in Israele ha anche portato un numero ampio e significativo di giovani ebrei americani e di ebrei in altre parti del mondo a prendere le distanze da Israele. Questa tendenza è diventata così importante che sembra che la politica israeliana di oggi si basi più sui cristiani sionisti che non sui fedeli ebrei. 

È possibile e, anzi, necessario, per riaffermare metodi non-sionisti di professare il proprio rapporto con il giudaismo, infatti questa è l'unica strada aperta per noi se vogliamo ricercare una soluzione equa in Palestina. Se gli ebrei vogliono vivere lì come gli ebrei ortodossi - qualcosa che è stato sempre tollerato e rispettato nel mondo arabo e musulmano - o costruire insieme con i palestinesi che la pensano come loro, con la gente del posto e i rifugiati una società più laica, la loro presenza in Palestina di oggi non è di per sé un ostacolo alla giustizia e alla pace. 

Qualunque sia l’etnia si può contribuire alla realizzazione di una società basata sul dialogo tra religione e laicità, come pure tra la terza generazione di coloni e la popolazione nativa in uno stato decolonizzato. 

Come tutte le altre società del mondo arabo anche qui si sforzano di trovare un ponte tra eredità del passato e visioni del futuro. I suoi dilemmi saranno gli stessi che ora sono propri di tutti coloro che vivono nel mondo arabo, nel cuore del quale si trova la terra di Palestina . 

La società in Palestina e nell’Israele di oggi non può affrontare questi problemi in modo isolato dal resto del mondo arabo né può farlo qualsiasi altra nazione araba creata dagli accordi colonialisti dopo la Prima Guerra Mondiale. 

Distorto 

Per gli ebrei nell'Israele di oggi che vogliano essere parte di una nuova, giusta e pacifica Palestina vi è l’imperativo di ricollegarsi al patrimonio ebraico prima che fosse corrotto e distorto dal sionismo. Il fatto che questa versione distorta venga presentata in alcuni ambienti in Occidente come il volto dello stesso Giudaismo è un altro frutto marcio del desiderio di alcune delle vittime della criminalità nazionalista - come lo erano gli ebrei in Europa centrale e orientale - di diventare loro stessi i criminali. 

Ebraismo, Cristianesimo e Islam sono ciò che i credenti scelgono che siano. Nella Palestina pre-sionista, la scelta fu di vivere insieme nelle stesse città e villaggi. Alla fine del ventesimo secolo si stavano addirittura muovendo velocemente verso un modo più rilassato di vivere. Ma, ahimè, quella la strada non fu presa. 

Non dobbiamo perdere la speranza che questo sia ancora possibile in futuro. Abbiamo bisogno di recuperare l'ebraismo e toglierlo dalle mani dello "Stato ebraico" come primo passo verso la costruzione di un luogo comune per chi vi ha vissuto e voglia viverci in futuro. 

Nota del redattore: Una precedente versione di questo articolo attribuì erroneamente la citazione "sionisti che avevano paura del mal di mare" a Leon Trotsky, invece che a Georgi Plekhanov. L’errore è stato corretto. 

Autore di numerosi libri, Ilan Pappe è professore di storia e direttore del Centro europeo per gli studi Palestinesi presso l'Università di Exeter. 

(tradotto da barbara gagliardi
Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)