RichardFalk. Wordpress
30.09.2013
http://richardfalk.wordpress.com/2013/09/30/israels-politics-of-deflection/  

Politiche israeliane di diversione – la teoria e la pratica. 

Durante il mio periodo come Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Palestina sono stato colpito dagli sforzi perseveranti di Israele e delle sue forti appendici nella società civile di distogliere l’attenzione dalla sostanza delle rimostranze palestinesi o dalla considerazione dei rispettivi diritti di Israele e della Palestina in base al diritto internazionale. 

di Richard Falk

Ho anche osservato che molti, ma non vuol dire tutti coloro che rappresentano i palestinesi sembrano stranamente riluttanti a privilegiare la sostanza o sfruttare appieno le opportunità di utilizzare i meccanismi delle Nazioni Unite per sfidare Israele sul terreno del diritto internazionale e della morale.
                           

 

Questa riluttanza è più sconcertante di quanto lo siano le tattiche diversive israeliane. Pare chiaro che il diritto internazionale sostiene le rivendicazioni palestinesi sui principali temi in lizza: confini, profughi, Gerusalemme, colonie, risorse (acqua, suolo), statualità e diritti umani. Allora perché non insistere sulla risoluzione del conflitto facendo riferimento al diritto internazionale con le modifiche che sembrano reciprocamente vantaggiose? Naturalmente, coloro che rappresentano i palestinesi nelle sedi internazionali, sono a conoscenza di queste opportunità, e operano sulla base di considerazioni che, a loro avviso, meritano priorità. E’ inquietante che questa passività da parte palestinese perduri anno dopo anno, decennio dopo decennio. Ci sono delle eccezioni parziali: il supporto per il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia per contestare la costruzione del muro di separazione, l’incoraggiamento della costituzione della Commissione di Indagine Conoscitiva di Goldstone per investigare sui crimini israeliani dopo gli attacchi 2008 – 2009 su Gaza, e della Missione di Indagine Internazionale Indipendente della Commissione per i Diritti Umani sull’espansione delle colonie israeliane (rapporto 22 marzo 2012). Ma anche in questo caso, la burocrazia palestinese non premerà in modo energico perché queste vittorie simboliche vengano implementate in modi che alterino sul terreno la realtà comportamentale . E probabilmente, anche se avessero fatto del loro meglio, non sarebbe cambiato nulla. 

Da parte israeliana, la diversione e il silenziamento delle pretese giuridiche e di legittimità è pienamente comprensibile come un modo per smussare le sfide provenienti dalle fonti antagoniste cercando di avere compensata la debolezza normativa della parte israeliana da una insistenza che, se deve esserci una soluzione, essa deve basarsi sui fatti sul terreno, siano essi legali o non, e su relativa influenza diplomatica e abilità di negoziazione, in un quadro che è strutturalmente sbilanciato a favore di Israele. I negoziati diretti, recentemente riesumati tra l’Autorità Palestinese e il governo israeliano esemplificano questo approccio: procedere nonostante l’assenza di presupposti per il rispetto del diritto internazionale, anche nel corso delle trattative, il ricorso agli Stati Uniti come intermediario convocante e la nomina da parte del presidente Obama di un inviato speciale consacrato dall’AIPAC (Martin Indyk), sottolineando quest’ultimo l’assurda unilateralità del quadro diplomatico. I palestinesi sembrerebbero troppo deboli e irresoluti da gridare “azione scorretta”, ma stanno soltanto al gioco come se fossero scolari di buon carattere, obbedienti e spaventati, mentre i bulli dominano il campo da gioco. 

Tale modello è scoraggiante per molti motivi: il processo diplomatico pesa irrimediabilmente a favore della parte materialmente più forte che ha tratto pieno vantaggio dalla mancata soluzione del conflitto dalla rapina di sempre più terra e risorse; rende praticamente impossibile pensare ad una pace giusta e sostenibile che emerga da tale processo, in questa fase; gioca un gioco crudele nel quale la parte più debole verrà quasi certamente fatta apparire irragionevole, perché non accetterà quello che la parte più forte è pronta a offrire, che è un’insultante minuzia; e permette alla parte più forte di utilizzare il processo e l’intervallo di tempo delle trattative come un’opportunità per consolidare le sue pretese illegali, approfittando della diversione dell’attenzione. 

Nell’immediato, ci sono due problemi intrecciati: gli impatti perniciosi delle politiche di diversione in quanto aspetto del comportamento conflittuale in svariati contesti, soprattutto laddove si sono grandi disparità in potere reale e posizione materiale; le politiche specifiche di diversione come un insieme di strategie elaborate e utilizzate con grande efficacia da parte di Israele nel tentativo di raggiungere gli obiettivi riguardanti la Palestina storica, che superano di gran lunga quello che gli avevano conferito le Nazioni Unite e la comunità internazionale. La sezione che segue si occupa della politica di diversione solo nel contesto Israele/Palestina. 

Le specifiche dinamiche della politica di diversione. 

- L’antisermitismo: Senza dubbio il comportamento più inquietante da parte di Israele e dei suoi sostenitori è quello di distogliere l’attenzione dalla sostanza del conflitto e dagli abusi dell’occupazione respingendo la critica di Israele come antisemitismo o diffamando il critico come antisemita. Questo è pernicioso per due motivi: primo, perché esercita una grande influenza in quanto l’antisemitismo è stato così totalmente screditato, anche criminalizzato, all’indomani della seconda guerra mondiale che ha rappresentato la denuncia e il ripudio della Shoah; in secondo luogo, perché con l’estendere la portata dell’antisemitismo per affrontare il commento ostile a Israele si verifica uno spostamento dell’attenzione – lontano dal nucleo del male dell’odio etnico e razziale - per comprendere la del tutto ragionevole valutazione molto critica del comportamento di Israele verso il popolo palestinese, con riferimento alle norme generali del diritto e della moralità. 

Questo uso scorretto del linguaggio per attaccare gli ebrei critici di Israele grazie a irresponsabili caratterizzazioni di critica come ‘ebrei che odiano se stessi’. Tali persone potrebbero esistere, ma per desumere la loro esistenza, a causa delle loro critiche di Israele o per l’opposizione ai compiti del progetto sionista, come mezzo per spostare, reprimere la discussione e il dibattito aperto, e per evitare problemi di fondo. Ciò tende a essere efficace come una tattica, in quanto poca gente è disponibile a prendersi il tempo e la briga di indagare la correttezza e l’accuratezza di tali accuse, e quindi una volta che l’ombra è proiettata, molti evitano il conflitto o arrivano a credere che la critica di Israele sia di minore interesse rispetto ai pro e ai contro delle accuse personali. Forti credenziali sioniste non proteggeranno un ebreo da tali accuse come ha scoperto Richard Goldstone quando è stato diffamato dalla parte più elevata della leadership israeliana dopo aver presieduto un’indagine conoscitiva che ha confermato le accuse dei crimini di guerra israeliani nel corso dell’Operazione Piombo Fuso. Anche la successiva tanto pubblicizzata ‘ritrattazione’ è servita a poco per la riabilitazione della reputazione di un uomo agli occhi degli israeliani, anche se il suo mutamento di cuore per quanto riguarda la principale accusa del suo stesso rapporto (cambiamento respinto dagli altri tre membri del gruppo inquirente), è stato usato con successo dagli apologeti israeliani per screditare e sotterrare il rapporto, ancora una volta illustrando una preferenza per la diversione in quanto contraria alla sostanza. 

Perfino personaggi di tale autorità morale globale quali l’Arcivescovo Desmond Tutu e Jimmy Carter sono stati definiti antisemiti perché hanno osato alzare la voce per i torti che Israele ha inflitto al popolo palestinese, identificando in particolare le strutture giuridiche discriminatorie dell’occupazione come una forma incipiente di apartheid. 

Nel corso spiacevole del mio essere un frequente bersaglio di tali tecniche diffamatorie, mi sono reso conto che è difficile reagire in modo ragionevole senza produrre l’effetto di dare risalto alla mia posizione. Omettere di rispondere in alcuni astanti lascia l’impressione che deve esserci qualcosa riguardo le accuse, altrimenti ci sarebbe pronta una risposta motivata e ben circostanziata. Rispondere a tali accuse equivale a favorire il permanere dell’attenzione sulle stesse, fornisce alla parte accusatrice un’altra occasione per ripeterle di nuovo, la ciliegia che toglie la prova. ONG quali UN Watch e UN Monitor sono specializzate nella gestione di tali stroncature. 

Che cosa c’è di più inquietante degli attacchi stessi che la loro risonanza tra coloro che detengono posizioni di responsabilità nel governo e nelle istituzioni internazionali, così come in organismi liberali assai stimati. Nel mio caso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, gli ambasciatori degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite a New York e a Ginevra, il primo ministro britannico e il ministro degli esteri canadese. Non una di queste persone si è preoccupata di verificare con me per quanto riguarda la mia risposta alle accuse infamanti o si è preso apparentemente la briga di controllare se ci fosse una base credibile a tali attacchi personali perniciosi. Anche il molto potente e importante gruppo liberale per i diritti umani, lo Human Right Watch, ha ceduto terreno quando assillato da UN Watch, che invoca l’applicazione di una regola tecnica a lungo trascurata per ottenere la mia rimozione immediata da una commissione, non ha avuto la decenza di spiegare che la mia rimozione non era un ‘licenziamento’ quando UN Watch ha rivendicato ‘vittoria’ e si è messo a raccontare alla Nazioni Unite e agli altri organi che se Human Right Watch mi aveva espulso, io avrei dovuto essere espulso da qualche altra parte. Ho imparato un po’ amaramente, che HRW ha i piedi di argilla quando si tratta di tenere fede a un principio che fa riferimento a qualcuno come me che è stato vittima di ripetute calunnie per lo sforzo di riportare onestamente e accuratamente le violazioni israeliane dei diritti palestinesi. 

- Auspici/Messaggero: una tattica preferita da parte di coloro che applicano una politica di diversione è quella di sostenere che gli auspici sono di parte, e quindi, qualsiasi siano le critiche sostanziali che potrebbero essere rilasciate da tale organizzazione non dovrebbero essere prese in considerazione. Israele e gli Stati Uniti usano spesso questa tattica per sviare le critiche a Israele che vengono fatte nel consesso delle Nazioni Unite, specialmente se sono emanate dal Consiglio per i Diritti Umani di Ginevra o dall’Assemblea Generale. La tesi è rafforzata dall’affermazione ugualmente diversiva che le violazioni israeliane ricevono una quota sproporzionatamente ampia di attenzione rispetto ad abusi peggiori di altri paesi, in particolare quelli dell’Africa sub-sahariana. Inoltre vi è la denuncia complementare secondo cui alcuni degli stessi membri del Consiglio per i Diritti Umani hanno spaventosi precedenti nel campo dei diritti umani che li rendono incompatibili con la pronuncia di una sentenza, dimostrando in tal modo l’ipocrisia delle critiche dirette a Israele. 

E’ seccante rispondere a tali linee di attacco, ma è importante farlo. 

Prima di tutto, nella mia esperienza, l’ONU ha sempre fatto critiche delle politiche e delle prassi israeliane basate sui fatti, ha nominato persone con forti credenziali professionali e integrità personale, e ha recensito in modo scrupoloso materiale scritto prima della sua pubblicazione, per evitare critiche sediziose e inappropriate. Al di là di questo, è stata data quasi sempre a Israele la possibilità di rivedere il materiale critico nei confronti del suo comportamento prima della sua pubblicazione, e quasi mai esso si è giovato di questa occasione per opporsi sostanzialmente. Nella mia esperienza, le Nazioni Unite, compreso il Consiglio per i Diritti Umani fanno l’impossibile per essere imparziali nei confronti di Israele, e per tener conto delle argomentazioni israeliane, anche quando Israele si rifiuta di fare un caso a sé. 

Inoltre, l’accresciuta attenzione alle rimostranze palestinesi è un risultato giustificato dal retroterra del conflitto. Va ricordato che è stato l’ONU che ha rilevato la Palestina storica dal Regno Unito dopo la seconda guerra mondiale, decretando una soluzione di partizione, la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale, senza mai consultare la popolazione indigena e tanto meno ottenere il suo consenso. L’approccio delle Nazioni Unite nel 1947 non è riuscito a risolvere il problema, consegnando i palestinesi a decenni di miseria a causa della privazione dei loro diritti fondamentali del 1948, l’anno della Nakba, un’esperienza catastrofica di espropriazione nazionale. Nel corso degli anni l’ONU ha fornito le linee guida per il comportamento e una soluzione pacifica del conflitto, in particolari le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 242 e 338, che non sono state attuate. Per più di un decennio, le Nazioni Unite hanno partecipato al Quartetto con il compito di attuare la ‘road map’ progettata per giungere alla pace, ma non conseguita, permettendo a Israele di violare sempre più i rimanenti diritti dei palestinesi grazie all’espansione delle colonie, la costruzione del muro, il raggiro della residenza, le strutture amministrative di apartheid, le confische di terra, le demolizioni di case. Le Nazioni Unite sono risultate costantemente frustrate in relazione alla Palestina, in un modo che è unico nell’esperienza delle stesse, rendendo la questione una cartina di tornasole della loro credibilità per quanto riguarda la promozione della giustizia globale e la sconfitta della sofferenza di un popolo spossessato e occupato. 

Di solito, l’attacco al patrocinio di un’iniziativa critica è rafforzato dal discorso sferzante diretto a qualsiasi persona eminente sia connessa all’impresa. Gli attacchi contro il leggendario Edward Said, la voce di un palestinese in America che non poteva essere ignorata, erano piuttosto violenti, spesso caratterizzanti questo umanista tra i più intellettuali che ricoprono cariche pubbliche come il ‘Professore di Terrore’. I difensori più dogmatici di Israele non si sono mai stancati di cercare di trasformare questa etichetta in aspra critica, mostrando una foto ingannevole di Said che lancia un sasso a una garitta abbandonata, nel corso di una visita al sud del Libano molto tempo prima della sua morte, come se si trattasse di un efferato atto di violenza contro un soldato israeliano vulnerabile. Questo sforzo di trovare qualcosa, comunque dubbia, da poter utilizzare per screditare un critico influente non si cura dell’etica della decenza e della correttezza. Nel mio caso, un fumetto pubblicato accidentalmente, con un taglio antisemita è stato invocato incessantemente dai miei più meschini detrattori, anche se qualsiasi lettura imparziale di qualsiasi mia passata e presente opera di erudizione, insieme al blogpsot in cui è apparso, in cui Israele non è mai menzionato, potrebbe portare alla conclusione che il solo scopo di evidenziare il cartone animato è stato quello di diffamare, e così facendo, divergere l’attenzione. 

Allo stesso modo, l’uso del marchio ‘terrorista’ è stato manipolato con successo da Israele in relazione ad Hamas per evitare di trattare con la sua entità come autorità di governo eletta a Gaza o di rispondere alle sue profferte di coesistenza a lungo termine, a condizione che il blocco di Gaza abbia fine e le forze israeliane si ritirino ai confini del 1967. Le richieste di Hamas sono in realtà nulla di più di un invito all’attuazione del diritto internazionale e delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e quindi molto ragionevoli dal punto di vista della correttezza da entrambe le parti, ma Israele non è interessato a tale equità e quindi evita di rispondere alla sostanza delle proposte di Hamas, insistendo che non è disposto a farlo nei confronti di un’organizzazione terroristica. Tale pervicace posizione è mantenuta e supportata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, nonostante la riuscita partecipazione di Hamas a un processo elettorale, il suo abbandono virtuale della resistenza violenta e la sua disponibilità dichiarata ad accordi diplomatici con Israele e gli Stati Uniti. 

Se il messaggero che offre il messaggio sgradito manca di rilievo o la campagna di diffamazione non è del tutto riuscita, allora, a livello governativo, Israele come pure gli Stati Uniti faranno del loro meglio per mostrare disprezzo per le critiche per l’intero processo boicottando le procedure legali alle quali è stato presentato il materiale. Questa è stata la mia esperienza nelle recenti riunioni del Consiglio per i Diritti Umani e della Terza Commissione dell’Assemblea Generale dove i miei rapporti vengono presentati su base semestrale e Israele e gli Stati Uniti si fanno un dovere di essere assenti. Vi è una ripartizione del lavoro di diversione: al fine governativo la sostanza è spesso elusa facendo finta di non accorgersene, mentre le ONG filo israeliane assestano il colpo ripetendo senza vergogna più e più volte le stesse verità trimestrali, che spesso non sono neppure correlate al loro assunto principale di cronaca tendenziosa. Nel mio caso, UN Watch batte sul tasto della mia presunta appartenenza ai ranghi dei teorici della cospirazione del 9/11, un’accusa che ho sempre spiegato essere contraria alle mie opinioni frequentemente articolate a proposito degli attacchi del 9/11. Non fa differenza quello che dico o quali sono i fatti relativi alla mia posizione una volta che l’attacco diffamatorio è stato lanciato. 

- Diversione diplomatica: L’intero processo di pace di Oslo, con i suoi negoziati fatti costantemente rivivere, è servito come strumento essenziale di diversione per gli ultimi vent’anni. Si distraggono i media da ogni considerazione riguardante le pratiche espansionistiche di Israele durante il periodo in cui le parti stanno inutilmente negoziando e riescono a far sembrare i critici e le critiche delle politiche di occupazione di Israele ostruzioniste nei confronti dell’obiettivo primario che consiste nel porre fine al conflitto e portare la pace ai due popoli. 

- Diversione geopolitica: Anche se non è motivata esclusivamente da obiettivi di diversione, l’enfasi bellicosa da parte di Israele sul programma nucleare iraniano è parsa così pericolosa per la regione e il mondo da rendere le rimostranze palestinesi al confronto insignificanti. Essa ha fatto anche in modo che gli attori politici credano che sarebbe stato provocatorio inimicarsi la leadership israeliana in relazione alla Palestina in un momento in cui c’erano così forti preoccupazioni che Israele potesse attaccare l’Iran o spingere gli Stati Uniti in tale direzione. In misura minore, le preoccupazioni per gli effetti degli sconvolgimenti arabi, specialmente in Siria e in Egitto, hanno avuto per Israele l’incidentale vantaggio di diminuire ulteriormente le pressioni regionali e globali in materia di rimostranze palestinesi e di diritti. Questa distrazione, una sorta di diversione spontanea, ha dato a Israele un tempo maggiore per consolidare i suoi piani di annessione nella West Bank e a Gerusalemme, che rende l’immagine della pace connessa a una soluzione a due stati, ancora persistente, né più né meno un comodo miraggio. 

- Un commento conclusivo: In generale, la politica di diversione è un repertorio di tecniche utilizzate per spostare lo sguardo lontano dai meriti di una controversia. Israele ha fatto affidamento su queste tecniche, con effetti devastanti per i palestinesi. Lo scopo della mia analisi è quello di incoraggiare i palestinesi in tutti i scenari a fare del loro meglio per mantenere l’attenzione sulla sostanza e i rispettivi diritti. Forse, è tempo per noi tutti di imparare dai coraggiosi scioperanti della fame palestinesi la cui sfida non violenta dell’abuso israeliano della detenzione ha operato con intensità pari al laser per richiamare l’attenzione sulla prigione e sull’ingiustizia amministrativa. Sfortunatamente i mezzi di informazione di tutto il mondo hanno taciuto, compresi quei soloni liberali benpensanti che per anni hanno esortato i palestinesi a confrontarsi in modo non violento con Israele e poi si sono messi comodi e si sono accontentati delle risposte provenienti da Tel Aviv. Aspettare Godot, non è una questione di pazienza, ma di ignoranza! 

(tradotto da mariano mingarelli)

 

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