Counterpunch.org
02.10.2013

http://www.counterpunch.org/2013/10/02/gaza-crushed-between-israel-and-egypt/  

Gaza, schiacciata tra Israele ed Egitto.

Il furore per il recente attacco con armi chimiche in Siria ha oscurato eventi inquietanti a sud, dato che i generali egiziani conducono una guerra silenziosa di logoramento contro la leadership di Hamas a Gaza. 

di Jonathan Cook

Hamas si è trovato sempre più isolato, politicamente e geograficamente, da quando l’esercito egiziano ha deposto il primo presidente democraticamente eletto, Mohammed Morsi, ai primi di luglio.

 

Hamas sta pagando il prezzo per i suoi stretti legami con la Fratellanza Musulmana in Egitto, il movimento islamico che per breve tempo ha preso il potere attraverso le urne a seguito delle proteste rivoluzionarie che hanno rovesciato il dittatore Hosni Mubarak nel 2011. 

Dal momento che l’esercito ha avviato il suo colpo di stato tre mesi fa, imprigionando la leadership della Fratellanza , mettendo fuori legge la settimana scorsa le attività del movimento e congelando i suoi beni, Hamas è diventato un capo espiatorio per tutti i cenni di disordini. 

Hamas è accusato per il formarsi di gruppi islamici militanti nel Sinai, molti tratti da tribù beduine locali scontente che hanno attaccato soldati , istituzioni governative e di navigazione attraverso il canale di Suez. L’esercito afferma che un terzo degli islamici che ha ucciso nelle recenti operazioni sono originari di Gaza. 

Il mese scorso, ad una conferenza stampa dell’esercito diversi palestinesi hanno “confessato” di aver contrabbandato armi da Gaza nel Sinai, mentre un comandante egiziano, Ahmed Mohammed Ali, ha accusato Hamas “di prendere di mira l’esercito egiziano mediante imboscate.” 

I media egiziani hanno perfino legato Hamas ad un’autobomba al Cairo del mese scorso, che è quasi costata la vita al nuovo ministro dell’interno, Mohammed Ibrahim. 

In agguato nell’oscurità è la paura dell’esercito che, qualora la Fratellanza Musulmana soppressa dovesse scegliere la via della violenza, potrebbe trovare un valido alleato in un Hamas forte. 

Un giro di vite sul movimento islamico palestinese è stato del tutto inevitabile, e su una scala dalla quale si sarebbe ritratto perfino Mubarak. L’esercito egiziano ha intensificato il blocco lungo l’unico breve confine dell’Egitto con Gaza, riproducendo quello che Israele ha imposto sugli altri tre . 

Nel corso delle ultime settimane, l’esercito ha distrutto centinaia di tunnel attraverso i quali i palestinesi contrabbandano carburante e altre necessità che scarseggiano a causa dell’assedio israeliano. 

L’Egitto ha demolito le case su un lato per creare una “zona cuscinetto”, come ha fatto Israele all’interno di Gaza una decina di anni fa quando ancora occupava direttamente l’enclave, per evitare che vengano scavate altre gallerie. 

La cosa ha precipitato la popolazione di Gaza in difficoltà, e ha inferto un duro colpo alle entrate fiscali che Hamas trae dal commercio dei tunnel. La disoccupazione sta esplodendo e la grave carenza di carburante comporta ancor più tagli all’energia elettrica. 

Allo stesso modo, il valico di confine con l’Egitto a Rafah – l’unica via d’accesso all’esterno per la maggior parte degli studenti, pazienti clinici e uomini d’affari – è aperta ormai raramente, anche per la leadership di Hamas. 

E la marina egiziana perseguita i palestinesi che cercano di pescare al largo della costa di Gaza, in una zona già ben delimitata da Israele. L’Egitto spara alle imbarcazioni e arresta gli equipaggi vicino alle sue acque territoriali, facendo riferimento a motivi di sicurezza. 

In modo appropriato, un recente cartone animato su un giornale di Hamas ha mostrato Gaza schiacciata tra pinze, un braccio Israele, l’altro l’Egitto. Sami Abu Zuhri, un portavoce di Hamas, è stato recentemente citato per aver detto che l’Egitto sta “cercando di sorpassare gli israeliani nel tormentare e fare morire di fame il nostro popolo.” 

Hamas è a corto di alleati regionali. Il suo leader Khaled Meshal è fuggito dalla sua base in Siria all’inizio della guerra civile, alienandosi così facendo l’Iran. Anche altri sostenitori recenti, quali la Turchia e il Qatar, si tengono a distanza. 

Hamas teme che monti lo scontento a Gaza e in particolar modo una manifestazione prevista per novembre modellata sulle proteste di massa di questa estate in Egitto, che hanno contribuito a rovesciare Morsi e la Fratellanza Musulmana. 

Il rivale politico di Hamas, Fatah – e l’Autorità Palestinese con sede a Ramallah – vengono riferiti essere dietro al nuovo movimento di protesta. 

I prolungati tentativi da parte di Fatah e di Hamas di trovare un accordo unitario sono ormai un ricordo lontano. Alla fine di agosto l’Autorità Palestinese ha annunciato che avrebbe preso presto “decisioni dolorose” su Hamas, considerata essere punto di riferimento della dichiarazione di “entità canaglia” e quindi della riduzione dei finanziamenti. 

L’Autorità Palestinese vede nell’isolamento di Hamas e nei propri rinnovati legami con la leadership egiziana la possibilità di riprendere Gaza. 

Come sempre, Israele è ben lungi dall’essere uno spettatore innocente. 

Dopo il periodo inquietante del dominio della Fratellanza Musulmana, gli eserciti egiziano e israeliano – i loro interessi strategici sempre strettamente schierati – hanno ripristinato la collaborazione di sicurezza. Secondo i media, anche Israele ha fatto pressioni su Washington dopo il colpo di stato di luglio al fine di garantire che l’Egitto avrebbe continuato a ricevere le generose sovvenzioni degli aiuti statunitensi – come nel caso di Israele, per lo più sotto forma di assistenza militare. 

Israele ha chiuso un occhio sull’afflusso di truppe egiziane, oltre che di carri armati ed elicotteri, nel Sinai, in violazione del trattato di pace del 1979. Israele preferirebbe che fosse l’Egitto a sbrigare la minaccia islamista sulla comune soglia di casa. 

La distruzione dei tunnel, nel frattempo, ha sigillato il principale canale attraverso cui Hamas si è armata contro i futuri attacchi israeliani. 

Israele è anche felice di vedere Fatah e Hamas logorare le loro energie in maneggi contrapposti. L’unità palestinese avrebbe rafforzato il caso dei palestinesi nei confronti della comunità internazionale; divisi possono essere facilmente aizzati l’uno contro l’altro. 

Tale cinico gioco è in pieno svolgimento. Una settimana fa, Israele ha accettato per la prima volta in sei anni di consentire l’ingresso a Gaza di materiali da costruzione per l’edilizia privata, e di far entrare una maggiore quantità di carburante. Una conduttura approvata di recente raddoppierà l’approvvigionamento idrico a Gaza. 

Tali misure sono intese a rafforzare l’immagine dell’Autorità Palestinese a Gaza come ricompensa per il ritorno agli attuali inutili negoziati e per minare il sostegno ad Hamas. 

Con l’associazione dell’Egitto al blocco, ora Israele ha un controllo molto più saldo su ciò che accade dentro e fuori, che gli rende così possibile punire Hamas, mentre migliora la sua immagine all’estero con il mostrarsi generoso con articoli “umanitari” per una popolazione più ampia. 

Gaza è ancora dipendente dalla benevolenza di Israele. Ma anche gli analisti israeliani ammettono che la situazione è tutt’altro che stabile. Prima o poi qualcosa deve succedere. E Hamas potrebbe non essere l’unico a rimanere preso nella tempesta. 

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi ultimi libri sono: “Israele e lo scontro di civiltà: l’Iraq, l’Iran e il Piano per rifare il Medio Oriente” (Pluto Press) e “Scomparsa della Palestina: Esperimenti di Israele nella Disperazione Umana” (Zed Books). 

(tradotto da mariano mingarelli)

 

fShare
0