The Guardian/The Observer
27.07.2013
http://www.theguardian.com/world/2013/jul/27/the-new-jerusalem

 

La nuova Gerusalemme. 

Ebrei acquistano proprietà arabe nella Città Vecchia, al fine di “recuperare” il suo antico Quartiere Musulmano. Harriet Sherwood ha incontrato una famiglia decisa a non farsi sfrattare. 

di Harriet Sherwood

Nel cuore dell’antica Città Vecchia di Gerusalemme, la via Dolorosa – il percorso che Gesù, gravato dalla croce di legno, fece per il luogo della sua pubblica esecuzione circa due mila anni fa – inforca l’affollata arteria principale Ed Ward Street. Questo è il posto dove la famiglia Najib incontra un ostacolo quasi ogni volta uno di loro sale i consumati gradini di pietra per recarsi in quella che è la loro casa da tre generazioni.
                               

 Vivere in prima linea: Ebtahaj Najib, di 58 anni, sorveglia tre dei suoi nipoti. Essi condividono il loro appartamento di tre stanze con otto parenti.

L’ostruzione consiste in una guardia di sicurezza israeliana con un’arma a tracolla, un cappello da baseball che fa ombra al suo volto e un atteggiamento intransigente scritto sui suoi lineamenti. Secondo i membri della famiglia palestinese, se ne sta nel bel mezzo della scala buia, con il suo corpo che quasi colma lo stretto passaggio verso i piani superiori. 

Lui non si sposta, dicono. A volte, girato l’angolo, hanno distolto lo sguardo volendo evitare qualsiasi confronto. Talvolta giunti al loro piano discutono anche: “Lasciaci passare, questa è casa nostra, vattene dalla nostra strada.” Tali scontri possono portare a un effimero trionfo, ma raramente durano più di un secondo o due. In realtà, i Najib temono che loro e gli altri come loro stiano combattendo una battaglia che può darsi sia già perduta. 

Il contesto di questa battaglia è la Città Vecchia storica: una piccola enclave fortificata di meno di un chilometro quadrato all’interno di quella città tentacolare che è Gerusalemme, divisa in vaghi quartieri per musulmani, ebrei, cristiani e armeni. E’ il cuore del decennale conflitto israelo-palestinese, il centro per le tre grandi religioni monoteiste mondiali, e una calamita per i pellegrini e turisti provenienti da tutto il mondo. In questo crogiolo di fedi preti, rabbini e imam strisciano contro escursionisti dalle membra nude mentre se ne vanno per la loro strada sull’infido lastricato in lisce pietre dei suoi stretti vicoli. Branchi di pellegrini dall’Europa orientale, dall’Africa occidentale e dall’America latina si fanno largo a gomitate con ebrei ultra-ortodossi e musulmani devoti per recarsi a pregare alla chiesa del Santo Sepolcro, al Muro occidentale e alla moschea Al-Aqsa. 

Ma lontano dai negozi di souvenir che vendono cianfrusaglie religiose, scacchiere in legno di olivo e abiti da danza del ventre, una lotta religiosa e nazionalista fa crescere poco a poco le tensioni. I palestinesi affermano che il programma di “giudaizzazione” della Città Vecchia è in crescendo; coloni ebrei ideologicamente diretti e di ispirazione biblica insistono di stare semplicemente “redimendo” la terra donata loro da Dio. 

Nel quartiere musulmano della Città Vecchia, tra 31.000 palestinesi oggi vivono circa 1.000 coloni ebrei che si stanno appropriando delle case che sono state abitate da decenni se non addirittura da secoli da famiglie musulmane e fanno sventolare le bandiere di Israele dai muri e dai tetti delle loro proprietà. Sono i combattenti in prima linea di una battaglia più ampia – sostenuta dal governo israeliano, dalle autorità municipali e dai servizi di sicurezza – per garantire il controllo ebraico di Gerusalemme e ridurre al minimo la popolazione palestinese. 

Dodici membri della famiglia Najib – otto adulti e quattro bambini – vivono nelle tre stanze del loro appartamento al primo piano di El-Wad Street. Ebtahaj Najib, di 58 anni, si è trasferita nella casa il giorno in cui ha sposato il cugino nel 1973, e tutti i suoi nove figli sono nati e cresciuti in casa, compreso quello più anziano, di 38 anni, Youssef. Suo marito è morto otto anni fa. 

Com’è d’uso, le famiglie allargate palestinesi vivono insieme o nelle vicinanze, ma nella casa dei Najib non c’è spazio a sufficienza e alcuni dei figli sono stati costretti a trasferirsi fin dal matrimonio e da quando hanno messo su proprie famiglie.
              

 “Pensi che ciascuno abbia una propria stanza?”: una foto del patriarca della famiglia Najib, che acquistò l’appartamento al primo piano di Ed-Wad Street decenni fa. 

“Pensi che ciascuno abbia una propria stanza?” ride Ebtahaj quando le chiedo dove dormano gli altri componenti della famiglia. La risposta è: ammassati insieme, con i divani del salotto che, quando cala la notte, si trasformano in letti. 

Anche così, la casa dei Najib è spaziosa se comparata a molte del quartiere musulmano. Fasci di luce attraversano grandi finestre in un salotto dal soffitto alto, le cui pareti sono decorate con gli eleganti ritratti degli anni ‘50 del baffuto nonno di Youssef e dell’affascinante nonna col rossetto. Fuori dalla stanza, scarsamente arredata, un balcone si affaccia su negozi e caffè – il luogo del più noto humus della Città Vecchia, Abu Shukri, è pressoché lì sotto. 

Immediatamente sopra il balcone, cinque grandi bandiere israeliane pendono dal secondo piano. Per passanti occasionali, questi simboli dello stato ebraico, insieme con l’insegna ebraica sopra l’ingresso ad arco che annuncia la Sinagoga dell’Unione dei Combattenti di Gerusalemme nella Città Vecchia, mandano un messaggio chiaro: questo edificio è in mani di ebrei. La presenza della famiglia Najib è resa quasi invisibile. 

Negli ultimi 30 anni, nei piani superiori della casa dei Najib si è installata una yeshiva – un luogo per studi religiosi. Secondo i Najib, gli studenti, gli insegnati e le guardie di sicurezza armate presenti 24 ore su 24, fanno chiasso, gettano nettezza nella tromba delle scale e intimidiscono i bambini. “Ogni minuto – che sia mezzanotte, mezzogiorno, sera, mattina – cantano, pregano, fanno musica, sbattono porte, vanno su e giù per le scale. Ma mai ci rivolgono parola,” racconta Youssef. 

Alla yeshiva, nessuno è disposto a parlare al The Oserver, nessuno. Quando lascio la casa dei Najib sotto gli occhi attenti di una guardia di sicurezza situata in una garitta quasi di fronte alla porta di casa, un gruppo scende le scale. Chiedo di ascoltare la loro versione della storia. Si spingono oltre senza guardare negli occhi. Daniel Luria, il portavoce dell’Ateret Cohanim, l’oganizzazione responsabile della yeshiva, in un secondo tempo mi dice che nessuno dei coloni – un termine che rifiuta – nel Quartiere Musulmano sarebbe disposto a farsi intervistare. “Non è mai vantaggioso. Siamo sempre visti come l’occupante – i palestinesi sono sempre visti come i residenti,” afferma. 

Secondo il sito web dell’Ateret Cohanim, ateret.org.il, la yeshiva è “il centro spirituale di una comunità di circa 1.000 residenti nel cuore della Città Vecchia, nel cosiddetto Quartiere Musulmano”. E ora fa riferimento alla zona come al “ricostituito Quartiere Ebraico”. 

Ma Ateret Cohanim è molto più di un fautore di studi religiosi. E’ impegnato ad aiutare gli ebrei ad acquistare proprietà di arabi nella Città Vecchia e a Gerusalemme Est a sostegno di ciò che Luria chiama “redenzione fisica e spirituale” della città. Ateret Cohanim ha contribuito all’acquisto di almeno 50 immobili nel quartiere musulmano e prevede di costruirne un numero equivalente. 

Della storia complessa e violenta di questa città sono pieni innumerevoli libri. Non vi è alcuna controversia sul fatto che gli ebrei siano stati i suoi primi abitanti, ma anche la presenza di musulmani e cristiani si estende su molti secoli addietro.
                   

 “Purtroppo alcuni arabi non sono venuti a patti con il fatto di avere ebrei che vivono nella porta accanto”: donne arabe sono sotto lo sguardo di soldati israeliani e, a sinistra, El-Wad Street. 

Più di recente, alla fine della guerra che ha fatto seguito alla dichiarazione dello Stato di Israele nel 1948, Gerusalemme era divisa, con la Città Vecchia sotto il controllo giordano, sul lato orientale della linea armistiziale , nota come Linea Verde. La popolazione ebraica all’interno delle antiche mura di pietra era ridotta a zero. 

Diciannove anni dopo Israele ha conquistato Gerusalemme Est nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, “liberando” – nella sua terminologia – la Città Vecchia. Gli ebrei sono ritornati a vivere vicino al luogo da loro venerato, il Muro occidentale e Israele ha dichiarato la “riunificata e indivisa” città di Gerusalemme quale sua capitale “eterna”. L’annessione israeliana di Gerusalemme Est non è stata mai riconosciuta dalla comunità internazionale. I palestinesi vogliono Gerusalemme Est sotto il controllo arabo come capitale di un futuro stato, ma Israele è determinato a opporsi a qualsiasi divisione o condivisione della città; da cui la politica dello Stato di istituire “quartieri” ebraici – colonie, per il resto del mondo – in aree dall’altra parte della Linea Verde pre-1967. Alcune di queste colonie sono grandi zone di sviluppo urbano, migliaia di unità abitative per israeliani ebrei in blocchi di appartamenti moderni. Altre sono minuscole sacche di sostenitori della linea dura nel cuore delle comunità palestinesi, dove la presenza dei coloni e delle loro guardie di sicurezza sono causa di frizioni e di animosità. 

Con poche prospettive in vista di un accordo di pace che coinvolga una Gerusalemme condivisa, Ateret Cohanim, uno dei fattori chiave delle sacche di coloni a sfondo religioso, sta aumentando e consolidando la presenza ebraica nei quartieri musulmano, cristiano e armeno della Città Vecchia. Secondo Luria, l’organizzazione “agevola gli acquisti”, ma di per sé stessa non compra proprietà. Questo è contestato dai suoi critici che sostengono che in realtà gestisce una rete di società di copertura, nel tentativo di nascondere in suo coinvolgimento nelle acquisizioni. 

Un rapporto – Jerusalem, the Old City – pubblicato nel 2009 dal Centro Internazionale per la Pace e la Cooperazione (IPCC) – un’organizzazione della società civile palestinese – ha riferito che Ateret Cohanim è stato “in prima linea nel processo di giudaizzazione della Città Vecchia”. Le proprietà venivano acquistate con tre diverse modalità, ha dichiarato: sostenendo trattarsi di proprietà storica ebraica e assicurandosi un ordine di sfratto del tribunale per i residenti palestinesi; prendendo in consegna la “proprietà assenteista” o usando transazioni equivoche, nelle quali l’identità dell’acquirente è celata. 

Luria nega che Ateret Cohanim utilizzi società di facciata, ma ammette che gli acquirenti talvolta usino intermediari palestinesi. “La legge araba afferma che un arabo dovrebbe essere ucciso nel caso in cui venda proprietà a ebrei,” dice. “E’ una vergogna in un paese democratico e moderno, ma talvolta gli arabi devono essere protetti. In alcune circostanze, lui non può comparire alla luce del sole come complice per la vendita. Per cui a volte vengono utilizzati degli intermediari arabi e vengono messi in scena salti mortali legali. Non in ogni affare, ma quando è necessario.” 

Secondo quanto dicono gli attivisti palestinesi, gli attuali obiettivi dell’organizzazione riguardano immobili vicini alla Porta di Erode, un centro comunitario palestinese nei pressi della Porta dei Leoni e abitazioni vicino al Piccolo Muro Occidentale, proprio sotto l’Haram al-Sharif o Monte del tempio. 

“Questo è il fulcro del popolo ebraico. Perché non dovremmo tornarci? Soprattutto se stiamo pagando fior di quattrini?” dice Luria. “Non stiamo cacciando fuori la gente. Gli ebrei dovrebbero avere la possibilità di acquistare qui come a Londra o a New York. Siamo gli indigeni di questa terra.” E aggiunge: “Gli arabi sono abusivi illegali che occupano questa terra.” Se un arabo si sente “a disagio” con gli ebrei che vivono nel Quartiere Musulmano, “peccato. Ma se non piace, non mancano altri paesi a maggioranza musulmana. Se loro non ci possono accettare, è un problema loro. Perché dovrei chiedere scusa o stare male?” 

Nonostante sia loquace sui diritti degli ebrei alla terra, Luria è reticente per quanto riguarda il finanziamento di Ateret Cohanim. Gli chiedo se Irwing Moskowitz, uno statunitense ottantenne magnate del bingo la cui omonima fondazione finanzia le attività dei coloni a Gerusalemme Est e che è ampiamente riportato regali milioni di dollari ad Ateret Cohanim, è uno dei suoi sostenitori. “Riceviamo donazioni da qui e dall’estero, ma non discutiamo a proposito di ogni individuo che sostiene l’organizzazione.” E’ tutto ciò che Luria è disposto a dire. Sostegno viene fornito anche dallo Stato di Israele, per lo meno sotto l’aspetto della sicurezza dei coloni. 

A pochi metri dalla casa dei Najib, al bivio tra la El-Wad Street e la via Dolorosa, la polizia di frontiera israeliana mantiene una presenza quotidiana, chiedendo, di routine, di vedere le carte d’identità dei palestinesi, dove vivono e dove stanno andando. “Non fermano mai gli ebrei,” dice Youssf Najib. “Sono qui per aiutare gli ebrei”
                          

 “Questo è il fulcro del popolo ebraico. Perché non dovremmo tornarci? Soprattutto se stiamo pagando fior di quattrini?” : El-Wad Street nella Città Vecchia. 

Nel frattempo, nei vicoli stretti e nei cortili nascosti del Quartiere Musulmano la routine quotidiana della vita sta peggiorando a poco a poco. Negli ultimi 30 anni, la popolazione è raddoppiata, aggravando i già elevati livelli di sovraffollamento e di povertà. Un rapporto sull’economia palestinese pubblicato all’inizio di quest’anno da parte delle Nazioni Unite ha affermato che la densità abitativa nel Quartiere Musulmano era quasi tre volte superiore a quella nel Quartiere Ebraico e molte abitazioni palestinesi erano prive di acqua corrente e di un adeguato sistema fognario. Secondo IPCC, più dell’80% delle case hanno necessità di maggiori ristrutturazioni o di manutenzioni urgenti. 

Tre su quattro bambini nel Quartiere Musulmano vivono al di sotto della soglia di povertà e la disoccupazione è oltre il 30%. In queste strade la raccolta dei rifiuti è sporadica e quasi non ci sono spazi aperti per i bambini nei quali giocare. Il ricorso al lavoro minorile è molto diffuso. I tassi di abbandono delle scuole sono elevati. La violenza domestica e l’abuso di droghe sono in aumento. 

Una delle principali ragioni per la migrazione verso la Città Vecchia è il requisito israeliano riguardante i palestinesi di dimostrare che Gerusalemme è il loro “centro di vita” al fine della conservazione del valore prezioso dei loro diritti di residenza in città che offrono un maggiore accesso al lavoro, all’istruzione e alla sanità. Tra il 2006 e il 2011, sono stati revocati i diritti di residenza a Gerusalemme a più di 7.000 palestinesi; di fronte a una simile minaccia, altre migliaia dalle periferie e dai villaggi al di fuori Gerusalemme sono ritornati all’interno della città – compresa la Città Vecchia – per salvaguardare le proprie carte d’identità. Altri, che si sono trovati tagliati fuori dal centro della città dal grande muro di separazione in cemento armato, si sono trasferiti nella Città Vecchia per evitare i patiboli quotidiani ai checpoint. 

In cima a tutto ciò, afferma l’ONU, i palestinesi della Città Vecchia sono “presi a livello quotidiano tra le prime linee di interazione con i coloni israeliani e le autorità e le quell di una lotta per preservare e affermare l’identità culturale e politica palestinese e le sue radici islamiche e cristiane. Ciò ha comportato un crescente senso di assedio e di conflittualità per i residenti indigeni palestinesi che percepiscono essere a rischio i loro stili di vita, il sostentamento e la coesione sociale nel clima aspro che regna nella città vecchia, con la passione religiosa che degenera facilmente in tensioni comunitarie.” 

Luria respinge un quadro del genere. “Le famiglie ebree vivono nella parte vecchia della città a fianco con gli arabi, in alcuni casi anche nello stesso cortile. OK, non è necessariamente una bellissima infatuazione da adolescenti, ma è la coesistenza di base che è il meglio che si possa sperare per un luogo così esplosivo come Gerusalemme. Purtroppo alcuni arabi non hanno fatto i conti con l’avere ebrei che vivono alla porta accanto alla loro – arabi che, in generale, si fanno un problema vivendo in una patria nazionale ebraica. Ma la terra di Israele appartiene al popolo ebraico.” 

Nella casa sulla El-Wad Street – sotto le svolazzanti bandiere israeliane, insieme alle guardie armate di sicurezza e agli agenti di polizia israeliani, e dove il suono del muezzin della moschea di fronte a volte fa a gara con il canto delle preghiere ebraiche dalla yeshiva del piano di sopra – Youssef Najib si stringe nelle spalle quando gli chiedo se pensa che gli ebrei sono qui per restare nel Quartiere Musulmano. 

“Non ci daranno neppure la West Bank per farne uno stato, allora credi che ci restituiranno Gerusalemme Est?” risponde. Ma lui ha creato una sua personale linea di fronte nella battaglia per la Città Vecchia. Molte volte i coloni hanno bussato alla porta dei Najib per offrire denaro alla famiglia perché lasci l’immobile. Ma tutte le volte Youssef dichiara: ”Anche se mi darete l’intera ricchezza di Israele, non vi cederò la mia casa.” 

(tradotto da mariano mingarelli)