Al Monitor
28.05.2013

http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/05/marwan-barghouti-fatah-palestine.html

 

Barghouti: il Piano di Pace Arabo danneggia la causa palestinese. 

In un’intervista esclusiva scritta, il leader palestinese Marwan Barghouti, in carcere, avverte che l’alternativa alla soluzione a due Stati è un conflitto “senza vie di mezzo”. 

di Adnan Abu Amer

Marwan Barghouti, uno dei più importanti leader di Fatah nella West Bank, attualmente detenuto in un carcere israeliano, afferma che è venuto il tempo per l’Amministrazione statunitense di prendere una decisione coraggiosa e fare, il più presto possibile, la pace in Medio Oriente.

 

Barghouti, che ha risposto a domande scritte, ha avvertito che l’alternativa a una soluzione a due Stati è un “conflitto permanente” che non conosce vie di mezzo. Il leader incarcerato ha detto che Israele non è interessato alla pace, aggiungendo che ”non dovrebbe essere tralasciato alcun metodo di resistenza” fintanto che esso è in linea con il diritto internazionale. 

Batghouti ha osservato anche che “il processo di pace ha inflitto gravi danni a Fatah” pur sollecitando alla riconciliazione le fazioni palestinesi. Egli ha criticato anche la recente Iniziativa di Pace Araba guidata dal Qatar come “il minimo cui gli arabi sono giunti nei termini di un accordo storico con Israele.” 

Segue la trascrizione completa dell’intervista. 

Al-Monitor: Dopo 11 anni di detenzione, cosa puo dirci di questi lunghi anni trascorsi, e non ancora finiti, in isolamento? 

Barghouti: Sono stato rapito il 15 aprile del 2002, a Ramallah, nella West Bank centrale, dopo diversi tentativi falliti di assassinio condotti dalle forze di occupazione israeliane. Ho subito un interrogatorio di 100 giorni in tre diversi centri, quello di al-Masqubia a Gerusalemme, quello di Petah Tikva e nella struttura segreta di internamento n°1391. Ho passato diversi anni in isolamento, completamente confinato dal mondo, in una piccola cella dove il sudiciume cadeva dal soffitto, e dove scarafaggi, zanzare e topi erano all’ordine del giorno. La cella era senza finestre, priva di luce solare diretta e di aerazione. Ero solito uscire ammanettato per un’ora al giorno in un piccolo cortile dove i raggi del sole filtravano di tanto in tanto, a seconda delle condizioni climatiche 

Tramite la Croce Rossa, mi sono stati concessi sei libri ogni sei mesi oltre ai giornali ebraici, dato che avevo imparato questa lingua durante i miei precedenti periodi di tempo trascorsi nelle carceri israeliane. 

Dopo un periodo di isolamento, sono stato messo in un isolamento collettivo, dove mi trovo tuttora. Trascorro il tempo, la mattina facendo esercizi, quindi leggendo le notizie locali, le analisi, gli sviluppi attuali sul quotidiano Al-Quds – l’unico giornale che ci è permesso qui dentro. Ci è consentito guardare 10 canali satellitari, selezionati dai servizi penitenziali israeliani, tre dei quali sono in ebraico, mentre i rimanenti sono in arabo. Usiamo questi canali per seguire gli sviluppi politici e gli eventi in generale. Inoltre, insegno e a un certo numero di detenuti tengo lezioni di politica, economia e storia. 

Ho letto tra le 8 e le 10 ore al giorno e ho finito otto libri al mese, dal momento che ogni detenuto ha diritto a due libri e ce li scambiamo tra di noi. Ho letto romanzi arabi e internazionali. 

Mi hanno dato cinque ergastoli e condannato a 40 anni di carcere. Mi sono rifiutato di implorare davanti alla corte israeliana o di farmi difendere da un avvocato in quanto sono un membro del parlamento palestinese e dal 1996 ho goduto dell’immunità parlamentare. Oltre a ciò sono stato rieletto nel 2006.

Al-Monitor: Come valuta l’attuale situazione politica palestinese e le prospettive di riconciliazione tra i movimenti di Fatah e Hamas? 

Barghouti: La situazione palestinese è sempre più difficile in quanto Israele fa deragliare il processo di pace e ne garantisce il fallimento, mentre dà continuità alla politica di occupazione. Gli israeliani hanno eletto ancora una volta un governo che non ha alcun desiderio di porre fine all’occupazione e alle colonie, né di giungere alla pace con i palestinesi. La scena palestinese peggiora a causa della scissione avvenuta anni fa. Abbiamo già promosso un’iniziativa denominata “Documento di riconciliazione nazionale” che è stato sottoscritto da tutte le fazioni, senza eccezioni, compresi Fatah e Hamas. Purtroppo i firmatari non hanno rispettato l’accordo. 

Io credo che l’unità nazionale sia necessaria per garantire la vittoria a tutti i movimenti di liberazione e ai popoli perseguitati. Ci auguriamo che gli sforzi che sono stati fatti diano inizio alla riconciliazione. Perché questo è il prerequisito per l’unità del popolo e la creazione di uno stato. Malgrado tutto, la riconciliazione richiede spontanea wolontà, fede e fiducia nella collaborazione tra tutte le parti, al fine di gettare le basi per uno stato indipendente, sovrano e democratico. 

Sono certo che il popolo palestinese lotterà per l’unità e la riconciliazione, e, prima o poi, coloro che incitano alla divisione verranno scacciati. Esso dovrà fare riferimento pure al “Documento dei prigionieri palestinesi” e, con il consenso generale, formare un governo costituito da ministri indipendenti, e fare, entro e non oltre la fine di quest’anno, elezioni parlamentari e presidenziali, oltre a quelle per il Consiglio Nazionale Palestinese. 

I circoli politici palestinesi che hanno scommesso sui negoziati hanno fallito e segnato una situazione di stallo a causa delle politiche di Israele, che si oppongono alla pace. Perciò, io sostengo una strategia che abbia come base il riferimento alle Nazioni Unite per ottenere la piena adesione alle stesse e a tutte le altre agenzie internazionali, in modo da poter firmare patti e accordi, ricorrere alla Corte Penale Internazionale, cooperare con la comunità internazionale per isolare e boicottare Israele, pretendere sanzioni perché esso si ritiri ai confini del 1967, oltre a imporre blocchi economici, di sicurezza, amministrativi, negoziali e politici. Nel frattempo dovremmo intensificare ed espandere la resistenza popolare in modo che coinvolga tutte le fazioni e leadership. 

Al-Monitor: Come vede la mediazione degli Stati Uniti per far procedere il processo di pace, compreso il rilancio dell’Iniziativa di Pace Araba? 

Barghouti: Il processo di pace statunitense nel Medio Oriente è fallito a causa dell’allineamento totale degli Stati Uniti sulle posizioni di Israele. Se gli Stati Uniti vogliono giungere a dei risultati e promuovere la pace nella regione, devono chiedere in modo chiaro ed esplicito al loro alleato di porre fine all’occupazione delle terre del 1967 per preparare la strada per la creazione di uno Stato palestinese, la cui capitale è Gerusalemme Est e che convive in pace con Israele. Inoltre, devono applicare la Risoluzione 194 sul Diritto al Ritorno e ottenere il rilascio di tutti i detenuti. 

L’Amministrazione statunitense deve fare una profonda riflessione sui motivi per cui, per 20 anni, i suoi sforzi sono risultati inutili. In tal caso, si renderà conto che questo fallimento è il risultato del suo allineamento con Israele e della sua totale accettazione della posizione israeliana. Ora, per gli Stati Uniti, è il momento giusto per prendere una decisione coraggiosa e fare la pace in Medio Oriente il prima possibile, perché è già tardi e se non si dà da fare il rischio che la lotta nazionale divenga un conflitto che non conosce vie di mezzo diventa imminente. L’Iniziativa di Pace Araba è il minimo cui gli arabi sono giunti nei termini di un accordo storico con Israele. Le dichiarazioni a Washington della delegazione ministeriale araba, per ciò che riguarda la modifica dei confini del 1967 e l’accettazione di uno scambio di territori, infliggono un danno notevole alla posizione araba e ai diritti dei palestinesi e stimolano l’appetito di Israele per ulteriori concessioni. Nessuno ha il diritto di modificare i confini o di fare uno scambio di terreni, il popolo palestinese insiste sul ritiro completo di Israele ai confini del 1967 oltre che sulla rimozione delle colonie. 

Al-Monitor: Dal momento che non c’è stato alcun progresso politico per ciò che riguarda la soluzione a due Stati, sono state avanzate molte proposte che includono una confederazione Palestino-giordana o uno stato unico, binazionale, con Israele. Qual è la sua posizione in merito? 

Barghouti: Fino ad ora, l’unica soluzione possibile – alla luce delle considerazioni internazionali, regionali e palestinesi – è la soluzione a due Stati. Questa soluzione non deve essere abbandonata e si dovrebbe fare uno sforzo per mettere fine all’occupazione e dar vita a un nuovo stato indipendente. Gli israeliani devono sapere che il giorno in cui regnerà la pace nella regione, l’occupazione cesserà di esistere. Ecco perché, ciò che va richiesto in primo luogo a Israele è che annunci la sua disponibilità a porre fine all’occupazione, a ritirarsi ai confini del 1967 e ad accettare il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione - compresi i loro diritti a dar vita a uno stato indipendente e sovrano, con Gerusalemme Est come sua capitale. 

Orbene, la soluzione dei due Stati è esposta alla minaccia di essere schiacciata dai carri armati dell’occupazione e dai bulldozer delle colonie. Politici e intellettuali palestinesi, tra cui membri del movimento di Fatah, si esprimono a favore della rinuncia alla soluzione dei due Stati, data l’intransigenza e l’avversione di Israele nei confronti di questo piano. Queste personalità sono a favore della lotta per ottenere uno Stato unico, binazionale, fondato sulla cittadinanza, sull’uguaglianza e sull’eliminazione del regime discriminatorio di Israele, che ha le fondamenta nell’occupazione, nella colonizzazione e nel razzismo. 

Credo che ci sia ancora la possibilità di realizzare la soluzione dei due Stati , se Israele accetta onestamente e in modo esplicito di ritirarsi ai confini del 1967 e si impegna a riconoscere uno Stato totalmente sovrano. Se la soluzione dei due Stati non andrà a buon fine, a sostituirla non sarà la soluzione di uno Stato unico binazionale, bensì una conflittualità continua che si prolungherà a livello di crisi esistenziale – che non conoscerà vie di mezzo. 

Al-Monitor: Alcuni sostengono che la pace con i palestinesi non è più una priorità per Israele, in quanto esso rivolge ormai tutta la sua attenzione a come affrontare le minacce dell’Iran, degli Hezbollah e della Siria. Che cosa andrebbe fatto per convincere Israele dell’importanza del raggiungimento di una pace definitiva con i palestinesi? 

Barghouti: Il dato di fattoè chein questa regione c’è il popolo palestinese e continuerà a esserci anche nel futuro. La chiave per la pace e la stabilità nel Medio Oriente è data dalla fine dell’occupazione e dalla creazione di uno Stato palestinese indipendente e pienamente sovrano. La pace con i paesi della regione non porterà a una stabilità completa. 

Gli israeliani si sbagliano se pensano che lo status quo non cambierà. Essi devono rendersi conto che non si può giungere alla sicurezza senza la pace. Il popolo arabo è cambiato, e Israele non può sfidare la regione per sempre. Ha la possibilità di giungere alla pace con l’attuale Autorità Palestinese (AP), e questa occasione potrebbe non ripresentarsi di nuovo. 

Inoltre, Israele ha evitato di giungere ad una soluzione con i palestinesi e ha ignorato i diritti del popolo palestinese alla libertà, al ritorno e all’indipendenza. Ciò riflette un comportamento coloniale tirannico simile a quello di uno struzzo che seppellisce la testa sotto la sabbia. Negli ultimi otto anni, periodo in cui Mahmoud Abbas è stato presidente dell’AP, Israele ha perso l’occasione storica di giungere alla pace. Abbas ha dato attuazione a tutto ciò che veniva richiesto dalla Road Map per la Pace, e c’è stata una condizione di pace e di sicurezza tale che gli israeliani non se la sono mai sognata in tutti gli anni dell’occupazione. 

Abbas si è pure opposto a ogni forma di resistenza armata e ha costituito un coordinamento di sicurezza con Israele senza precedenti. Che cosa ha dato in cambio ai palestinesi Israele? Ha ebraicizzato Gerusalemme, espulso i residenti dalla città, preso il controllo delle loro terre, arrestato i loro figli e chiuse le loro organizzazioni. Nel frattempo, ha aumentato la costruzione di colonie e l’espropriazione delle terre nella West Bank, ha demolito sempre più case, e fatto sempre più arresti…alla fine il tutto ha distrutto la soluzione dei due Stati e le conseguenti speranze di pace. 

Al-Monitor: Sembra che ci sia una nuova ondata di proteste pacifiche contro l’occupazione israeliana. E’ favorevole alla resistenza armata o a quella pacifica? 

Barghouti: Il popolo palestinese torturato e oppresso ha il diritto di difendersi con tutti i mezzi riconosciuti dalla Carta delle Nazioni Unite e dal Diritto internazionale. La resistenza globale è quella più efficace, e deve essere attuata secondo una visione strategica che comprende tutti gli elementi di forza. Durante ogni fase, è bene scegliere i metodi di resistenza più opportuni, che possono essere diversi da quelli utilizzati in altre occasioni, a seconda delle circostanze e i dati a disposizione. Non andrebbe tralasciato alcun metodo di resistenza. 

Nel “Documento dei prigionieri palestinesi” ( o “Documento di riconciliazione nazionale”) tutte le fazioni palestinesi hanno concordato all’unanimità nell’incentrare la resistenza nei territori occupati del 1967. In questa fase, viene dato particolare risalto alla resistenza popolare nella West Bank e a Gerusalemme. Per diversi anni i palestinesi hanno messo in atto una resistenza popolare pacifica, fra sforzi continui per tranquillizzare la situazione. Ebbene, qual è stata la risposta israeliana? 

Al-Monitor: Molta gente parla del possibile allontanamento del presidente Abbas. Si considera un suo potenziale sostituto, dal momento che gode del sostegno di ampie frazioni di seguaci di Fatah? 

Barghouthi: Solo il popolo palestinese ha il potere di scegliere liberamente e correttamente il prossimo presidente attraverso elezioni democratiche. Quando si sarà raggiunto il consenso e verrà stabilita la data definitiva delle prossime elezioni, prenderò la giusta decisione. Mi sento, però, orgoglioso della lealtà del popolo palestinese e della fiducia che ha nei suoi militanti. Ricambierò la lealtà con lealtà, e continuerò a lottare per il mio popolo perché giunga a realizzare i suoi diritti alla libertà, al ritorno, all’indipendenza e alla pace. 

Prima di tutto, per me, la cosa importante è quella di garantire al mio popolo uno Stato, oltre alla libertà, al diritto al ritorno e all’indipendenza. Ho dedicato tutta la mia vita alla realizzazione di questo obiettivo e ho partecipato ad atti di militanza politica e di resistenza, restando aggrappato nel contempo all’assoluta convinzione nella giustezza di questa causa. Sono certo che, prima o poi, la libertà arriverà. L’occupazione è destinata a scomparire, e la sua sorte non sarà migliore di quella del regime razzista del Sud Africa. 

Al-Monitor: Data la sua storia, in che misura crede che Fatah sia riuscita a realizzare i suoi obiettivi politici?  

Barghouti: Fatah ha rappresentato la prima risposta collettiva palestinese alla catastrofe dei profughi e allo stato di dispersione e di coercizione. Ha restituito al popolo palestinese la sua identità nazionale dopo che questa era stata spazzata via dal peso della Nakba. Ha ricostituito il movimento nazionale, sotto la guida dell’OLP, e ha fatto enormi sacrifici. Inoltre, Fatah ha riportato la Palestina nella mappa politica del Medio Oriente, dopo i tentativi fatti di sotterrarla e di eliminarla una volta per tutte 

Il fallimento del processo di pace ha inflitto, tuttavia, gravi danni a Fatah, che ha fatto seri tentativi di pressione perché questo processo avesse successo, portasse ad uno stato indipendente e ripristinasse la pace. Il movimento non ha raggiunto questo obiettivo finale per il nostro popolo a seguito delle politiche dei governi israeliani e per l’assenza di un serio leader israeliano disposto a porre fine all’occupazione. A Israele manca ancora il “[Charles] de Grulle” che pose fine al colonialismo in Algeria, e il “[F.W.] de Klerk” che annientò il regime di apartheid nel Sud Africa. 

Il movimento di Fatah si trova ad affrontare una serie di sfide importanti, tra le quali: la fine dell’occupazione e la creazione di uno Stato indipendente, la garanzia ai profughi del diritto al ritorno, l’assicurazione della libertà ai prigionieri, l’estirpazione della divisione, il giungere alla riconciliazione e all’unità nazionale, l’instaurare un accordo nazionale basato sulla democrazia, lo sviluppare proprie prestazioni interne, il promuovere la democrazia che ha determinate strutture e leader, e il tenere la sua settima conferenza il prossimo anno. 

Al-Monitor: Qual è la sua opinione sulla cosiddetta primavera araba? Che cosa significa per lei e per i palestinesi? 

Barghouti: Le rivoluzioni democratiche arabe rappresentano grandi eventi storici per la nazione araba che ha dimostrato di essere viva e vegeta. Le giovani generazioni non accettano l’oppressione, la dittatura, la corruzione e la repressione delle libertà. Si rifiutano di vivere sotto regimi arabi storpi, inermi e sottomessi, che sono privati della loro autonoma volontà e sono dipendenti dal domino e da una subordinazione agli Stati Uniti di tipo politico, economico e connessa alla sicurezza. 

Nel corso degli ultimi decenni, le nazioni arabe non sono state capaci – sia singolarmente che collettivamente – di costruire un regime politico democratico. Per questo motivo, le rivoluzioni arabe hanno dimostrato l’autenticità della nostra gente. Abbiamo assistito alla prima fase delle rivoluzioni che hanno visto la caduta di diversi regimi. Nel frattempo, altri regimi ne hanno tratto vantaggio e hanno fatto passi notevoli verso le riforme, tramite la promulgazione di nuove costituzioni che hanno posto fine ad anni di dittatura, oppressione e tirannia. Di conseguenza, tutto ciò ha gettato le basi per un regime arabo democratico nel rispetto del pluralismo politico, religioso e intellettuale e per la costituzione di uno stato indipendente. 

Al-Monitor: Come vede il ruolo del Qatar, dell’Iran e dell’Egitto nei confronti della causa palestinese?  

Barghouti: C’è un pericoloso rilassamento storico arabo e islamico, per quel che riguarda la terra palestinese e il suo popolo, la sua causa e i suoi luoghi santi. Nonostante il supporto che è stato offerto in un campo o nell’altro, esso non è ancora sufficiente. L’aiuto fornito non è giunto fino al livello di far fronte ai pericoli dell’aggressione, dell’occupazione, della colonizzazione e della ebraicizzazione di Gerusalemme, per non parlare degli attacchi giornalieri ai luoghi santi. 

Tutti i paesi arabi devono svolgere un ruolo chiave nel sostenere la lotta del popolo palestinese per potenziarla a tutti i livelli in modo da porre fine all’occupazione, e per istituire uno stato palestinese totalmente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale. Essi dovrebbero svolgere pure un ruolo ancor più importante, caratterizzato per la sua serietà e imparzialità, al fine di giungere a una riconciliazione e all’unità nazionale. Chiediamo loro di usare le loro capacità e competenze per il bene del popolo palestinese e la sua giusta lotta per la libertà, il diritto al ritorno e l’indipendenza. 

Adnan Abu Amer è preside della Facoltà di Lettere e Capo della Sezione Stampa e Informazione, nonché docente di Storia della questione palestinese, sicurezza nazionale, scienze politiche e Civilizzazione Islamica alla Al Ummah University Open Education. Ha conseguito un dottorato in Storia Politica presso la Damashq University e ha pubblicato diversi libri su temi legati alla storia contemporanea della causa palestinese e del conflitto arabo-israeliano. 

(tradotto da mariano mingarelli)