La Palestina e la resistenza culturale

di Khalid Walid Shomali

 

Il tema della resistenza culturale è diventato recentemente - soprattutto dopo la Seconda Intifada del 2000 -  uno degli argomenti più interessanti  sia per gli attivisti internazionali, che siano in Palestina o meno, sia per gli attivisti palestinesi stessi che sono legati alla cultura palestinese in ogni possibile forma. Ma cosa s’intende con “resistenza culturale”?
           

 Una delle definizioni più esplicative è stata elaborata da Stephen Duncombe – professore associato di Storia e Politica dei media all’Università di New York – : “La resistenza culturale è la pratica di usare [..] la cultura per contestare e combattere il potere dominante, spesso costruendo una visione diversa del mondo da quella ufficiale”.

Nel caso palestinese, il potere dominante è un potere esterno (lo Stato di Israele) che assume la forma di un’occupazione militare violenta e discriminatoria, che compie degli atti tipici di un “apartheid”: il muro di separazione è uno dei risultati più noti al mondo del fanatismo e del razzismo nei confronti dei palestinesi. Questo potere controlla anche l’Autorità Palestinese che era stata creata direttamente dopo gli Accordi di Oslo nel 1993.

La resistenza, in sé, indica qualsiasi atto di “opposizione”, in qualsiasi ambito, incluso naturalmente quello scientifico-fisico. Ciò che ci interessa è il rapporto tra “opposizione” e “cultura” e come quest’ultima viene usata nella pratica di opposizione.

Per quanto riguarda la cultura in generale, il significato che porta con sé è molto ampio e comprende la dimensione sociale, storica e antropologica. E’ sufficiente chiarire in senso antropologico la definizione proposta da Edward Tylor (1871): “La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”.

Così, è conveniente individuare i pilastri culturali principali della vita palestinese, con i quali è possibile – come lo è stato e lo sarà – esercitare la resistenza culturale.
 

La letteratura

Edward W. Said, nato a Gerusalemme da una famiglia cristiana costretta a fuggire all’esilio, disse: “La lingua è l’espressione culturale peculiare per gli arabi”. Gli arabi, nei loro periodi “ d’oro”, furono strettamente legati alla letteratura– soprattutto alla poesia – considerando il poeta come “il volto” della loro comunità. La Letteratura, dunque, rimane un elemento cruciale nella vita culturale araba e palestinese.

La “letteratura della resistenza” comincia con il mandato inglese in Palestina (1923), terminato con la dichiarazione della nascita dello Stato di Israele (1948), con la quale ha inizio un nuovo periodo di resistenza. Un esempio della resistenza culturale durante il mandato è rappresentato dal poeta palestinese Abdel Rahim Mahmoud che ha scritto la poesia “Il Martire” (aggettivo particolare attribuito ai palestinesi uccisi da parte di Israele) - che poi ha incarnato egli stesso. E’ morto per mani israeliane e diventato “martire” insieme ad altri 300 giovani il 13 maggio 1948 (un giorno prima della dichiarazione dello Stato israeliano).

Nel periodo successivo, continua la Resistenza con la penna, ma con più elementi innovativi e creativi. Le opere della letteratura di resistenza palestinese dopo il ’48 sono innumerevoli. Ghassan Kanafani (1936-1972), scrittore, politico e giornalista dalla grande creatività, diventato un martire per essere stato assassinato dal Mossad israeliano: “Uomini sotto il sole” e “Ritorno ad Haifa” sono tra le sue opere più famose.

Mahmoud Darwish (1941-2008) è considerato il poeta più importante nella fase moderna della letteratura di resistenza, e il suo amico Edward Said lo riteneva “uno dei migliori poeti a livello internazionale”. La sua poesia diretta al popolo israeliano “O gente che passate attraverso le parole fugaci” (dove scrisse “O voi, gente che passate attraverso le parole fugaci, portate i vostri nomi e andate via, e tirate via le vostre ore dal nostro tempo e andatevene”) irritò molto il Parlamento israeliano e soprattutto il primo ministro Shamir.
 

La pittura

Nel corso degli anni, la pittura ha avuto un maggiore sviluppo. Dopo il ’48, gli artisti palestinesi cominciarono a usare i colori a olio come elemento nuovo per esprimere i loro sentimenti riguardo alla questione palestinese, descrivendo la sofferenza del popolo palestinese a causa dell’esilio e dell’abbandono delle loro case.

Così nasce “l’arte della resistenza”. L’artista più brillante di questa scuola è senza dubbio Ismail Shammout (1930-2006). “ Ritorneremo” è una delle opere significative. Un altro vignettista/caricaturista molto noto è Naji Al-Ali (1937- 1987) assassinato a Londra da mandanti non identificati. Al-Ali è il creatore della caricatura più famosa “Handala”: un bambino palestinese di 10 anni che, costretto a lasciare la Palestina, voltò le spalle alla gente, mise le mani dietro la schiena per esprimere il suo rifiuto di essere in esilio, con i vestiti sporchi e i piedi nudi per esprimere la sua povertà. “Handala” diventa il simbolo dell’identità palestinese.
 

Il teatro e la musica

Abdel Fattah Abu Srour, il fondatore del teatro (Al-Rowwad) nel campo di Aida disse: “Il teatro è il mezzo più straordinario per l’auto-espressione dell’individuo, ed un modo per costruire i ponti che possono aiutare la gente a comprendere le storie vere dietro i media. Noi rivendichiamo i nostri diritti attraverso il nostro lavoro, il teatro trasmette un messaggio politico. Il teatro è uno dei mezzi importanti per la resistenza pacifica e noi palestinesi, attraverso il nostro teatro, diciamo al mondo che siamo umani come chiunque altro e non siamo nati con geni di violenza e odio”.

Il teatro è intimamente legato alla musica. La musica qui è rappresentata da canzoni accompagnate dalle danze folcloristiche palestinesi come la dabka, che riflette la vita palestinese e il suo patrimonio.  Queste danze di solito sono parte integrante di ogni opera teatrale. Per quanto riguarda specificamente la musica di “resistenza”, è opportuno parlare della banda lirica Al-asheqeen, “la Banda degli amanti”, costituita nel 1977 in Siria, che utilizza solitamente nelle sue canzoni le parole e i testi dei poeti palestinesi “resistenti”, come Darwish.

Importante ricordare Al-Kufiya, o Hatta, una sciarpa bianca con tessiture nere, diventata simbolo della resistenza culturale e del nazionalismo palestinese a causa del suo utilizzo da parte dei contadini palestinesi che volevano nascondere i loro volti dai soldati del mandato inglese. È ovvio che la cultura palestinese è una parte cruciale e inseparabile dell’identità del popolo palestinese.

Avendo parlato di letteratura, pittura, teatro e musica, non avrebbe senso non parlare delle ricerche accademiche. Gli studi, i libri e i testi, concernenti tutti i campi del sapere - e non solo quello della resistenza culturale - elaborati da intellettuali, professori e studenti (residenti nel Paese o meno) alimentano tutti i pilastri della cultura palestinese.

Un esempio perfetto delle ricerche condotte sono gli scritti di Edward Said. “La questione palestinese”, per esempio, critica soprattutto gli Accordi di Oslo. Said ha parlato in una delle sue interviste più importanti della resistenza culturale e il ruolo dell’intellettuale in questo processo. Disse: “L’intellettuale è veicolo di un messaggio personale, un’energia inesauribile. L’intellettuale/Resistente deve rappresentare la liberazione e l’illuminazione. Un testo è un prodotto culturale che ha i suoi dettagli spaziali concreti e tangibili e che ha la sua storia sociale, politica e culturale”.

Said divide la Resistenza in due parti o processi: da un lato, la resistenza come mezzo per recuperare la terra occupata, e dall’altro come resistenza “ideologica” – quella che ci interessa, ovviamente – definendola come “l’insistenza di vedere la storia della società completa e integrata e di cercare un metodo alternativo per vedere la storia umana che cancelli le barriere tra le culture”. Intendeva dire che la Resistenza culturale non è solo un’auto-liberazione, ma anche la realizzazione della propria identità. Said credeva che la cultura fosse un “mezzo” per resistere ai tentativi di cancellazione e rimozione: “La cultura è una forma di memoria contro l’oblio”. E infine ribadì che la parola “terrorismo” è un prodotto dei Paesi imperialistici attribuito agli arabi, come concorda anche l’attivista e autrice indiana Arundhati Roy, che ha notato la facilità  nel definire “terroristi” i popoli che richiedono libertà.

Rania Elias, la direttrice dell’Istituto Yabous per la produzione artistica, nel suo articolo “Il ruolo della cultura nel proteggere l’identità e nel rafforzare la Resistenza”, dice: “Lo Stato sionista tenta di distruggere la nostra identità e ostacolare la nostra crescita culturale”. Elias parla dell’importanza di individuare un programma e di avere una visione stabile del futuro allo scopo di salvare l’identità nazionale palestinese, concentrandosi sulla salvaguardia della storia in ogni modo possibile.
 

Non dimenticheremo mai…

In conclusione, Edward Said ha brillantemente paragonato Mahmoud Darwish al poeta irlandese W.B. Yeats (1865 – 1939) - allo scopo di comparare la Resistenza culturale palestinese con altre Resistenze culturali del mondo – dal momento che quest’ultimo ha attivamente partecipato alla Resistenza culturale irlandese contro il colonialismo britannico soprattutto nella prima fase della sua vita.

Abbiamo quindi visto bene quanto sia importante ed efficace la Resistenza culturale dei popoli nella realizzazione della loro libertà. David Ben Gurion (1886 – 1973), la prima persona a ricoprire l’incarico di primo ministro di Israele e a dichiararne la nascita, disse una volta: “I grandi moriranno, e i piccoli dimenticheranno”. Ma finché c’è una cultura, finché c’è una resistenza culturale, noi non dimenticheremo mai.

F.D. Roosevelt (1882 – 1945) disse: “Gli uomini muoiono, i libri non muoiono mai”. Quando gli scrittori muoiono, diventano i loro scritti e in questo modo non muoiono mai. La cultura palestinese sarà sempre una testimonianza della sofferenza del popolo palestinese, della brutalità dell’occupazione israeliana e delle sue ingiustizie, di una storia dolorosa. Perciò la cultura palestinese e i suoi rappresentanti saranno sempre una spina nel fianco di Israele, che ha fondato il suo Stato sulla distruzione delle case, l’espulsione della gente, il terrorismo, la violenza, l’omicidio e lo “stupro” della terra.
 

(tradotto a cura di AIC Italia/Palestina Rossa)